Mettetevi comodi, la cena non è ancora finita. Adesso entriamo in cucina. Perché il bello, o forse il peggio, deve ancora arrivare.
Nel primo capitolo vi avevo lasciati al tavolo, conto pagato e piatto mai arrivato. Ora andiamo a vedere chi ha aperto questo locale, chi ci ha messo i soldi e chi è uscito dal retro prima che arrivassero i fornitori. Dicembre 2015. L’Italia della fibra è ferma: la rete è quella del vecchio monopolio, fatta di rame, e chi la possiede si porta dietro quasi trenta miliardi di debito accumulati tra scalate e rifinanziamenti. Non è che TIM non investisse — dieci miliardi a piano nel triennio 2015-2017, quasi tre sulla fibra. È che con quel fardello l’unica strada percorribile era quella economica: fibra fino all’armadio di strada, poi ancora rame fino a casa. Rifare tutto da zero significava azzerare il proprio vantaggio e rimettersi a scavare come gli altri, con soldi che non c’erano. Enel ha allora l’intuizione: possiede già cavidotti, pali e pozzetti ovunque per portare l’elettricità, e dentro quei tubi la fibra ci passa senza chiedere permesso a nessuno. Ha la cucina già montata, deve solo scrivere il menù.
Nasce Open Fiber: solo fibra vera fino a casa, vendita esclusivamente all’ingrosso, nessun cliente proprio. Un cuoco che prepara per tutte le sale senza averne una sua. Sulla carta, la soluzione elegante a vent’anni di immobilismo. Poi il 2021, l’anno in cui si decide tutto. A dicembre 2020, sotto il governo Conte, Enel ha già avviato la trattativa per vendere la sua quota. Draghi arriva a febbraio e si trova quel dossier a metà strada — e insieme il progetto di rete unica, la fusione tra Open Fiber e la rete dell’ex monopolista, che il governo precedente aveva sostenuto. Lascia concludere il primo e affossa il secondo. Già a marzo la rete unica si arena sul veto incrociato di tre ministri: Giorgetti allo Sviluppo economico, Colao alla Transizione digitale, Franco al Tesoro. Non erano contrari alla fusione in sé, erano contrari a consegnarne il controllo a TIM, partecipata al ventiquattro per cento dalla francese Vivendi. Giorgetti disse in Parlamento che non si poteva ipotizzare un monopolio privato sulla rete, tantomeno in mani straniere. Una posizione che l’allora opposizione, per bocca di Giorgia Meloni, giudica molto positiva. E il 3 dicembre, in piena pandemia — quando un cambio di soci in una società di telecomunicazioni non interessava a nessuno, si contavano ricoveri e dosi di vaccino — Enel incassa 2.733 milioni: 2.199 da Macquarie per il 40%, 534 da Cassa Depositi e Prestiti per il 10%. Plusvalenza dichiarata a bilancio: 1.763 milioni, su un valore contabile di poco inferiore al miliardo. Chi ha aperto il ristorante esce dalla porta con un miliardo e settecento milioni di guadagno netto, e nemmeno lascia la mancia al cameriere. E qui sta il dettaglio che rende la storia istruttiva: il momento.
Il debito di Open Fiber a fine 2021, quando Enel esce, è 3,3 miliardi. Oggi, 30 giugno 2026, è 7,3. Più che raddoppiato in quattro anni e mezzo, con una progressione quasi perfettamente lineare: 19% in più ogni anno, senza un solo esercizio di respiro, quattro volte l’inflazione. Enel è uscita esattamente dove la curva comincia a salire, quando il modello era ancora una promessa e non ancora un conto. Non serve attribuire intenzioni: bastano le date. Febbraio 2022: arriva il finanziamento che regge tutto, 7,2 miliardi da un sindacato di ventidue banche — Intesa, UniCredit, BNP Paribas, Santander, la Banca Europea per gli Investimenti — con le azioni interamente date in pegno a garanzia. È prassi normale nel project financing, per carità. In quell’elenco, però, compare anche la filiale milanese di Bank of China. Nulla di irregolare, il pegno si escute solo in caso di insolvenza. Ma vale la pena fermarsi un attimo su quella riga della visura camerale: l’infrastruttura che chiamiamo strategica nazionale è impegnata, per intero, a un pool che comprende un istituto di Stato cinese. E ce lo siamo raccontato per anni, il tema della sovranità digitale, guardando sempre e solo verso il cloud americano. Dicembre 2024: il debito è arrivato a 6 miliardi, i bilanci in perdita sono tre di fila, e i soci devono rimettere mano al portafoglio. Aumento di capitale da un miliardo e cinquanta milioni — 630 dalla Cassa Depositi e Prestiti, cioè noi, e 420 da Macquarie — più circa 1,3 miliardi di nuovo credito bancario con scadenza 2029. Le banche, invece di stringere, hanno rifinanziato. Ed è qui il vizio di fondo, quello che spiega tutto il resto: quando il socio di maggioranza è lo Stato, il mercato smette di disciplinare il rischio. Perché, se qualcosa va storto, il conto ha già un destinatario. Primavera 2025: il governo prova il piano B. Far subentrare FiberCop nei cinque lotti del Centro Nord dove Open Fiber è più indietro, con tavoli tecnici al Dipartimento per la Trasformazione Digitale guidato dal sottosegretario Alessio Butti e scadenza fissata al 30 giugno. Il 3 giugno Open Fiber dice no: offerta inadeguata, tempi irrealistici. Da fine giugno le due società non vengono più riconvocate.
La domanda è inevitabile: se nel 2025 quel subentro si fosse fatto, quanto sarebbe costato ai contribuenti? Probabilmente nulla. Invece, tramontata quella soluzione, lo Stato si è trovato pochi mesi dopo a dover modificare il piano, rinviare gli obiettivi e mettere di nuovo mano al portafoglio dei cittadini. La revoca della concessione, evocata alla Camera dal ministro Foti a maggio, resta un annuncio — una pistola scarica, l’ha definita qualcuno più esperto di me: revocare senza alternativa pronta significa contenzioso decennale, e allora si tratta. E le penali? Sono state applicate, va detto: 54,6 milioni a fine 2023, saliti a 80,3 milioni al 31 ottobre 2025, con Infratel che a dicembre ne ha chieste altrettante e la prospettiva di arrivare a 180. Il problema è che comminarle non significa incassarle: secondo la ricostruzione della delibera della Corte dei conti, solo una quota limitata risulta effettivamente riscossa e oltre la metà è finita in contenzioso. E poi c’è il cortocircuito che riassume tutta questa storia: mentre Infratel comminava ottanta milioni di penali per i ritardi, il decreto ministeriale del gennaio 2025 riconosceva a Open Fiber 660 milioni di contributi per riequilibrare i piani economici — un pacchetto che secondo il Sole 24 Ore arriva a ottocento milioni contando l’allungamento delle concessioni fino al 2044. Multiamo con una mano e restituiamo con l’altra, dieci volte tanto. Autunno 2025: la resa. L’Italia chiede ufficialmente a Bruxelles di rinviare di oltre quattro anni la copertura di settecentomila civici, dal 2026 al 2030. Era già andata male una prima proposta: coprire le zone in ritardo con l’FWA — fibra fino a un’antenna, poi onde radio fino a casa, molto più economica — promettendo di sostituirla con fibra vera entro il 2027. Da Bruxelles non arrivò un no, arrivò il silenzio, che in diplomazia è peggio. Perché l’FWA tocca il gigabit solo con le onde millimetriche, a poche centinaia di metri dall’antenna e con un cliente solo collegato: nelle aree interne, antenne poche e lontane, banda divisa fra tutti, si viaggia fra cento e trecento megabit. Un decimo di quello che c’è scritto sull’insegna.
Eppure il piano continua a chiamarsi “Italia a 1 Giga”, mentre gli esperti avvertono che quella soglia difficilmente sarà raggiunta là dove si è scelto di alimentare le antenne via satellite anziché via fibra. È il cosiddetto backhauling satellitare, previsto per ottantamila civici con 95 milioni di euro: normalmente il collegamento fra l’antenna di zona e la rete principale si fa scavando e posando fibra, qui invece quel tratto lo copre un satellite, e dall’antenna il segnale prosegue via radio fino alle case. Due colli di bottiglia in fila, uno sopra l’altro: il satellite a monte, con banda condivisa fra tutti gli utenti e prestazioni che i migliori operatori dichiarano al massimo intorno ai 150 megabit, per giunta soggette al meteo; e la radio a valle, anch’essa condivisa. Sommateli e capite perché il gigabit dell’insegna resta un’insegna. Rischiamo una copertura peggiore di quella promessa alla Commissione nel 2021. E i controllori? Controllare un’infrastruttura pagata con denaro pubblico dovrebbe funzionare come il GPS sulle auto aziendali: sai dove sta il mezzo, quanta strada ha fatto, quanta ne resta. Dà fastidio, a volte ti scarica la batteria, ma è l’unico modo per sapere se il furgone consegna o è fermo al bar. E il GPS c’era, si chiama Infratel: la società pubblica che ha bandito le gare, firmato le convenzioni e che deve verificare l’avanzamento. Il navigatore qualcosa lo segnalava pure — nella mappatura 2025 Infratel ha messo a verbale le discrepanze tra quanto dichiarava Open Fiber e quanto risultava a lei. Solo che dopo la segnalazione non è successo nulla: i dati sul portale pubblico restano quelli dichiarati dai beneficiari. Poi è arrivata la Corte dei conti, deliberazione 71 del 2025, con rilievi formali sul Piano Banda Ultralarga aree bianche — piano precedente e distinto da Italia a 1 Giga, ma stesso concessionario — contestando ritardi, criticità territoriali e, questo è il punto, l’efficacia stessa delle penali. A fine ottobre 2025, su 8,3 milioni di unità programmate, ne risultavano raggiunte poco più di sei milioni. Oh, attenti: raggiunte, non collegate. La differenza ormai la conoscete. Il GPS, insomma, non l’abbiamo staccato: abbiamo semplicemente smesso di guardare lo schermo. Arriviamo a oggi. Primo semestre 2026: debito più 460 milioni, clienti più 272 mila. Fanno 1.691 euro di debito aggiuntivo per ogni coperto conquistato. Quel cliente rende 220 euro l’anno, che al netto dei costi diventano 130: ritorno dell’investimento, tredici anni. Probabilmente di più, perché parte di quella spesa costruisce sale per commensali che non esistono ancora. Debito pari a sedici volte e mezzo il margine annuo, cassa positiva promessa non prima del 2028. Macquarie, nel frattempo, ha versato circa 2,6 miliardi in tutto: la quota di debito che oggi le compete ne vale 2,92. Il fondo australiano che doveva fare l’affare del secolo è più esposto di quanto abbia messo. E ai vertici del locale si sono dati il cambio due amministratori delegati e due presidenti in poco più di tre anni: in una cucina che deve rispettare scadenze europee, cambiare due volte lo chef e due volte il maître non aiuta a servire in orario.
Torniamo allora al bivio del 2021, perché è lì che si decide tutto. Il timore dei tre ministri era probabilmente questo: TIM, ancora schiacciata da quel debito enorme, non avrebbe avuto la forza di spingere sulla fibra, e mettere la rete nelle sue mani avrebbe significato rallentare tutto. Un ragionamento legittimo, allora. Ma chissà se oggi, col senno di poi, rifarebbero la stessa scelta. Perché la rete unica non si è fatta in nome della concorrenza — e mi permetto un’eresia: la concorrenza, sulle infrastrutture essenziali, ha spesso combinato più guai che benefici. Risultato: un caso probabilmente unico in Europa, con lo Stato azionista di due società che si fanno concorrenza fra loro. Cassa Depositi e Prestiti al sessanta per cento in Open Fiber, il Ministero dell’Economia al sedici dentro il consorzio che controlla FiberCop. Immaginate due ristoranti uno di fronte all’altro, stessa piazza, stesso menù, stessa clientela da spartirsi. Le stesse strade scavate due volte, le stesse città cablate due volte. E la sera, alle otto, entrambe le sale mezze vuote: diciassette milioni di coperti apparecchiati da un lato, quindici dall’altro, e in tutta Italia sette milioni di clienti seduti davvero. Trentadue milioni di posti a tavola per sette milioni di commensali. Il proprietario è lo stesso di entrambi i locali: paga due volte i fornitori, incassa la metà. E i debiti corrono da tutte e due le parti: 7,3 miliardi da un lato, oltre dodici dall’altro. Sostenibilità diverse — leva 6,2 volte per FiberCop, sedici e mezzo per Open Fiber — ma stessa direzione: verso l’alto. Nessun cattivo, nessun colpevole, nessuno che risponda. E qui sta il punto: in dieci anni non un obiettivo è rimasto quello che era, non una penale è stata incassata per intero, non una responsabilità è stata accertata. Enel ha guadagnato un miliardo e settecento milioni e se n’è andata. Le banche hanno rifinanziato, e su quel debito incassano interessi per centinaia di milioni l’anno, soldi nostri che vengono drenati via. I governi hanno rinviato. I vertici si sono avvicendati. La Corte dei conti ha scritto nero su bianco che il sistema delle penali non funziona, e la risposta è stata comminarne altre.
È per questo che il conto continua a crescere: perché non c’è mai stato nessuno, in tutta la catena, che avesse un motivo per fermarlo – il rischio è di tutti, la responsabilità di nessuno. E il cliente della prima puntata? Aspetta ancora. Con il conto in mano, e il piatto vuoto davanti.

