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“Filo Conduttore”, la Procura indagherà sui rapporti tra Sielte e il clan Pillera. Le richieste d’aiuto raccontate dal pentito

| 28/09/2026
“Filo Conduttore”, la Procura indagherà sui rapporti tra Sielte e il clan Pillera. Le richieste d’aiuto raccontate dal pentito

Al centro i rapporti tra una delle più importanti società di costruzione di reti in fibra ottica e un clan mafioso con interessi nelle ditte subappaltatrici che operano nell’ambito dei finanziamenti sulla rete digitale.

Cinque condanne, diverse assoluzioni e una decisione che apre un nuovo capitolo giudiziario. Come è noto, il processo con rito abbreviato nato dall’operazione “Filo Conduttore”, l’inchiesta della Guardia di Finanza sulla galassia imprenditoriale ritenuta vicina al clan Pillera-Puntina, si è concluso il 20 luglio 2026 davanti al Gup di Catania Luigi Barone. In totale, al momento, cinque i condannati (Domenico Lombardo a tre anni; Santo Finocchiaro, Antonio Messina, Antonino Zingale e Silvestro Zingale a cinque anni), per alcuni dei quali sono arrivate assoluzioni parziali. Escono invece dalla scena Giuseppe Alessandro Aloisio, Luca Bianco e Alessandro Musumeci, che sono stati assolti dalle accuse loro contestate. Ne avevamo già scritto alcune settimane fa nell’articolo Processo “Filo conduttore” a Catania. La fibra alla sbarra…​, così come abbiamo pubblicato le precisazioni fattecci pervenire da Sielte S.p.A. (Richiesta di rettifica di Sielte su: “Processo Filo Conduttore a Catania, la fibra alla sbarra”. IF Risponde). Ma è nelle ultime righe del dispositivo che compare il passaggio destinato a proiettare la vicenda oltre questo processo. Il giudice ha infatti disposto la trasmissione di copia della sentenza alla Procura della Repubblica di Catania «per le determinazioni di sua competenza in merito a quanto esposto in parte motiva su Costa Roberto e sui rapporti tra Sielte S.p.A. e l’associazione mafiosa denominata “Pillera-Puntina”». È un passaggio da leggere per quello che giuridicamente significa. Non è infatti una condanna di Sielte e non stabilisce l’esistenza di responsabilità penali dei suoi vertici. Sielte non era parte del processo e ha sottolineato, con un proprio comunicato ufficiale, l’assenza di contestazioni nei propri confronti. Ma il Gup ha ritenuto di rimettere alla Procura quanto emerso nella motivazione sui rapporti tra la società e il clan, perché siano assunte le determinazioni di competenza. Ed è, in effetti, proprio questa decisione a riportare sotto una luce nuova alcune delle pagine più delicate dell’ordinanza che aveva dato origine a “Filo Conduttore”. Perché tra quelle pagine compare più volte un nome: Salvatore “Salvo” Turrisi, numero uno di Sielte S.p.A. Sia chiaro, Turrisi non risulta indagato nell’inchiesta e le dichiarazioni che lo riguardano non hanno determinato contestazioni nei suoi confronti. Il collaboratore di giustizia Salvatore Messina, detto “Turi Manicomio”, consegna agli investigatori un racconto che descrive, secondo la sua versione, una relazione con l’ambiente criminale che sarebbe arrivata fino alla sfera personale dell’imprenditore. 

L’auto rubata: «È venuto direttamente da me»

Il primo episodio risale al 2007. Al presidente di Sielte, Salvatore Turrisi, viene rubata un’automobile. Ed è qui che, secondo quanto riportato da Salvatore Messina, accade qualcosa che potrebbe andare oltre gli ordinari rapporti professionali. Il collaboratore sostiene che Salvatore Turrisi si sarebbe rivolto direttamente a lui per chiedergli di ritrovare la vettura. Messina si sarebbe quindi attivato attraverso gli ambienti criminali catanesi fino a individuare l’automobile nella zona di Librino. Le cronache che hanno esaminato l’ordinanza riportano che il collaboratore avrebbe organizzato personalmente le modalità del recupero. Il particolare è significativo perché, nella versione di Messina, non si tratta di un interessamento casuale del clan: sarebbe stato Turrisi a rivolgersi a lui per ottenere aiuto. La macchina viene recuperata. Secondo il racconto del pentito, solo successivamente sarebbero intervenute le forze dell’ordine. È, ovviamente, una dichiarazione di un collaboratore di giustizia e come tale deve essere trattata: non costituisce un accertamento di responsabilità nei confronti di Salvatore Turrisi. Ma non è l’unico episodio raccontato da Messina.

Sette anni dopo, la rapina in casa.

Nel 2014 la storia, secondo il collaboratore di giustizia, si ripete. Questa volta il fatto è ancora più grave sotto il profilo del danno personale. Il presidente di Sielte S.p.A. subisce una rapina nella propria abitazione. Vengono portati via beni personali e, secondo la ricostruzione contenuta negli atti e ripresa dalla stampa locale, ancora una volta dall’ambiente dell’imprenditore sarebbe stata cercata una risposta attraverso il clan. Messina racconta che in quel periodo si trovava lontano da Catania e non riuscì a intervenire. Ma è ciò che riferisce essere accaduto successivamente a dare alla vicenda un significato ulteriore. Secondo il collaboratore, al suo ritorno a Catania gli sarebbe stato manifestato malcontento perché il clan non era riuscito a recuperare ciò che era stato sottratto. Ed è qui che nasce la domanda centrale posta dalle carte: perché aspettarsi che fosse proprio quell’ambiente a risolvere un problema personale?

Non soltanto furti

Il racconto di Messina non si ferma infatti alle vicende private. Secondo il collaboratore, Salvatore Turrisi sarebbe stato a conoscenza degli accordi in essere con Domenico Lombardo e avrebbe partecipato, seppure raramente, ad alcune riunioni. Anche queste affermazioni non hanno determinato contestazioni nei confronti dell’imprenditore. La tesi raccontata dal pentito nell’ordinanza è più ampia: i rapporti tra l’ambiente imprenditoriale e quello criminale avrebbero superato, secondo la sua versione, il tradizionale schema dell’imprenditore vittima dell’estorsione per assumere la forma di una relazione fondata su vantaggi reciproci. Tra i “servizi” che il clan avrebbe garantito, Messina indica proprio il recupero delle automobili rubate e la ricerca degli autori di furti di gioielli.  Ed è questo che rende i due episodi riferiti su Turrisi francamente di un certo rilievo nel quadro narrato dal collaboratore. Non soltanto perché un uomo del clan sostiene di essere stato interpellato. Ma perché, nella sua versione, il ricorso all’ambiente criminale avrebbe avuto una funzione concreta: risolvere problemi che riguardavano direttamente l’imprenditore.

Gli incontri con Finocchiaro

Poi ci sono elementi di natura diversa dalle dichiarazioni di Messina. Le intercettazioni dell’inchiesta documentano interlocuzioni tra Salvatore Turrisi e Santo Finocchiaro, titolare della A.F. Impianti e nipote del boss Turi Pillera. Secondo quanto ricostruito dall’ordinanza, Finocchiaro si sarebbe rivolto direttamente al vertice di Sielte S.p.A., quando emergevano problemi relativi alle commesse o ai pagamenti.  Sielte S.p.A. ha fornito una spiegazione netta a tale proposito: i rapporti con Finocchiaro sarebbero stati esclusivamente professionali. La società ha inoltre precisato che in tutte le occasioni nelle quali l’azienda o i suoi rappresentanti hanno subito furti di automezzi o beni personali, i fatti sono stati denunciati alle forze dell’ordine. Una replica che deve essere tenuta insieme alle accuse, perché il quadro processuale è altrettanto chiaro: Turrisi non è stato imputato nel procedimento.

Il processo finisce. Quel capitolo no. Ed è qui che si torna alla sentenza del 20 luglio. Il processo abbreviato ha stabilito responsabilità e assoluzioni rispetto alle persone e ai reati sottoposti al giudizio del Gup. Ma il giudice, nel chiudere quel procedimento, ha contemporaneamente disposto che quanto emerso sui rapporti tra Sielte S.p.A. e il clan Pillera-Puntina venisse trasmesso alla Procura.  Sielte S.p.A. ha preso atto della decisione con un apposito comunicato, ribadendo di non essere stata parte del giudizio, rilevando l’assenza di contestazioni nei propri confronti e rinnovando la propria disponibilità a fornire ogni chiarimento all’autorità giudiziaria.  Nessuna sentenza, dunque, afferma oggi che Salvo Turrisi abbia avuto un rapporto illecito con il clan. E sarebbe indebito, ancor prima che scorretto, sostenerlo. Ma nelle carte rimangono le dichiarazioni di un collaboratore che sostiene che l’imprenditore conoscesse gli accordi, che racconta inoltre di essere stato personalmente interpellato per recuperare un’automobile rubata e che riferisce di una seconda richiesta d’intervento dopo una rapina. E adesso c’è anche un fatto nuovo, scritto nero su bianco nel dispositivo di una sentenza: il Gup ha rimesso alla Procura il capitolo relativo ai rapporti tra Sielte S.p.A. e il clan Pillera-Puntina. Il processo “Filo Conduttore” ha pronunciato le sue condanne e le sue assoluzioni. Su quel rapporto, invece, l’ultima parola chiarificatrice non è stata scritta. Una partita da seguire.

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