L’ingresso del gruppo DHH nel capitale di Netalia apre un progetto industriale che punta ad aggregare competenze e investimenti. Ne parliamo con Michele Zunino, amministratore delegato di Netalia: dall’autonomia strategica come vantaggio competitivo al rischio di confondere la crescita dei data center con lo sviluppo del digitale italiano.
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Raffaele Barberio — Zunino, DHH entra nel capitale di Netalia e voi indicate come obiettivo la costruzione del grande cloud nazionale. È un’ambizione importante: che cosa permette a questa operazione di andare oltre una normale partecipazione societaria?
Michele Zunino — Siamo molto soddisfatti dell’operazione, per quello che porta concretamente e per il percorso che apre. DHH sottoscrive l’aumento di capitale e diventa il primo socio industriale del nuovo assetto di Netalia. Significa condividere risorse, competenze e responsabilità nello sviluppo della piattaforma. È un primo passo: il progetto è aperto ad altri ingressi e ad altre evoluzioni.
Con DHH condividiamo soprattutto una visione del digitale nazionale che va oltre la tecnologia: una visione parallela che ha visto le due aziende muoversi nella stessa direzione per molto tempo e che trova oggi un punto di intersezione che permette di rendere più forti ed evidenti i valori del nostro piano industriale.
Le imprese italiane devono poter disporre di un’alternativa che dia loro autonomia nelle decisioni, controllo sui dati e libertà di sviluppo. Le tensioni geopolitiche hanno reso questa esigenza più evidente, ma il valore rimane anche quando non c’è un’emergenza. Governare il proprio patrimonio informativo significa proteggere conoscenza, ricavare indicazioni utili al business e mantenere un presidio sulle scelte da cui dipende la competitività.
Raffaele Barberio — Sul principio è difficile non essere d’accordo. Ma ormai la sovranità compare nell’offerta di tutti, compresi i grandi operatori internazionali. Come si distingue una garanzia concreta da un’etichetta commerciale?
Michele Zunino — È vero: ormai tutti si autoproclamano sovrani e si attribuiscono questa etichetta. Le parole sono importanti e proprio per questo oggi preferisco parlare di autonomia strategica. Porta subito l’attenzione sulla libertà effettiva di un’impresa di decidere, sviluppare e cambiare.
Con un grande operatore sottoposto a un’altra giurisdizione, un’offerta basata su bundle obbligatori e vincoli in ingresso e in uscita, quell’autonomia non puoi averla. Puoi avere servizi eccellenti, ma devi essere consapevole delle condizioni e delle dipendenze che accetti.
Per questo bisogna porre domande precise: dove risiedono i dati? A quale giurisdizione sono soggetti? Chi può accedervi? Chi governa la piattaforma? Quanto è concretamente possibile spostare un’applicazione o cambiare fornitore?
Per un’impresa, autonomia strategica significa poter decidere come utilizzare i dati, con chi condividerli e a quali condizioni, mantenendone disponibilità e controllo nel tempo. Pensiamo all’intelligenza artificiale: il patrimonio di un’azienda comprende processi, relazioni, conoscenze accumulate. Valorizzarlo mantenendo il governo delle informazioni è una questione industriale, prima ancora che tecnologica.
Raffaele Barberio — L’obiezione classica riguarda le dimensioni: i grandi gruppi globali dispongono di risorse enormemente superiori. Quanto spazio può conquistare un progetto italiano?
Michele Zunino — Lo spazio dipende anche dalla capacità di costruirlo insieme. Se continuiamo a misurare ogni impresa italiana isolatamente contro un colosso globale, abbiamo già deciso l’esito del confronto. Dobbiamo mettere insieme capacità industriali e competenze complementari, facendo crescere una piattaforma comune.
Non considero nessun operatore nazionale della filiera un concorrente puro. Con tutti vedo possibili spazi di collaborazione o, almeno, di co-opetition: competere su una parte dell’offerta e collaborare su un’altra, contribuendo a costruire le condizioni perché esista un mercato più aperto.
Non credo che la partita sia persa. Ma dobbiamo anche chiederci: dove vogliamo andare, da soli? L’alleanza con DHH dà una prima risposta concreta a questa domanda.
Raffaele Barberio — In questo progetto attribuite a Netalia il ruolo di piattaforma aggregatrice. Quali caratteristiche la rendono adatta a svolgerlo, anche dal punto di vista degli altri operatori?
Michele Zunino — Netalia è italiana, indipendente e concentrata interamente sul cloud. La piattaforma integra tecnologie open source, delle quali presidiamo ingegneria, orchestrazione ed evoluzione.
Essere al cento per cento cloud può sembrare una banalità. Nel mercato italiano è invece una distinzione sostanziale. Per molti operatori il cloud si affianca ad attività più grandi, che orientano investimenti e priorità. In Netalia ogni investimento industriale converge sulla piattaforma: sulle prestazioni, sull’affidabilità e sui servizi. Il nostro sviluppo dipende dalla sua qualità.
L’open source, inoltre, consente di intervenire sulle tecnologie, favorisce l’interoperabilità e riduce la dipendenza dalle scelte di un singolo vendor. Permette a competenze diverse di contribuire all’innovazione. Questa apertura è una condizione concreta per aggregare altre forze: chi partecipa deve poter contribuire allo sviluppo del progetto e riconoscervi un’opportunità anche per la propria crescita.
Raffaele Barberio — DHH ha già Seeweb, con un’offerta cloud e investimenti importanti nell’intelligenza artificiale. Come si combinano le vostre attività? Dove nasce il vantaggio reciproco?
Michele Zunino — Nasce dalla possibilità di dare più valore anche agli investimenti delle singole imprese attraverso lo sviluppo della filiera. Seeweb ha aperto la strada ai servizi cloud per l’AI in Italia, mettendo a disposizione infrastrutture di supercalcolo sul territorio europeo e lavorando su governance, qualità tecnologica e sostenibilità.
Contribuire a una piattaforma cloud nazionale permette di inserire queste capacità in un progetto più ampio, nel quale le imprese possano integrare applicazioni, dati e servizi di AI mantenendo un governo coerente dell’insieme. Dal nostro punto di vista, significa rafforzare la piattaforma con competenze e risorse complementari. Da quello di DHH, significa ampliare le opportunità di sviluppo dei propri servizi e sostenere l’adozione di un’intelligenza artificiale sicura e controllata. È questa reciprocità a dare sostanza all’alleanza.
Raffaele Barberio — C’è chi osserverà che le grandi organizzazioni scelgono gli hyperscaler dopo valutazioni approfondite. Quanto pesa la qualità dell’offerta e quanto, secondo lei, l’abitudine a considerarli la scelta naturale?
Michele Zunino — Gli hyperscaler hanno costruito servizi di grande valore e hanno trasformato il mercato. Il punto è conservare la capacità di valutare quando quel modello risponde davvero alle esigenze di un’organizzazione.
Oggi è diventato il riferimento quasi automatico: entra nella formazione universitaria, nelle scelte della Pubblica Amministrazione, nelle architetture delle grandi imprese. Mi ricorda il vecchio detto secondo cui nessuno è mai stato licenziato per aver comprato IBM. Scegliere il nome più grande può apparire la decisione più facile da giustificare.
Ma una scelta razionale richiede di confrontare le alternative. Se smettiamo di farlo, rischiamo di perdere capacità progettuale, competenze e spirito critico. Un altro modello può offrire vantaggi in termini di controllo, flessibilità e rapporto con chi sviluppa il servizio. Va valutato per quello che produce.
Raffaele Barberio — Per convincere un’impresa, però, servono prima di tutto servizi e continuità operativa. Come si traduce la vostra proposta sul piano della qualità e della capacità di accompagnare il cliente?
Michele Zunino — La proposta nazionale deve reggere sul piano delle prestazioni, dell’affidabilità, dell’assistenza e della capacità di evolvere. La sovranità ha valore se si accompagna a un servizio adeguato.
Il nostro obiettivo è sviluppare tutta la capacità necessaria a sostenere i progetti delle imprese a cui ci rivolgiamo. Significa scegliere dove investire, conoscere i carichi di lavoro e assumersi la responsabilità delle soluzioni. Un catalogo molto esteso non esaurisce i criteri con cui si valuta una piattaforma. Contano anche la possibilità di integrarla, di governarne l’evoluzione e di avere un interlocutore diretto quando le decisioni diventano critiche.
Raffaele Barberio — Intanto si moltiplicano gli annunci di nuovi data center. Per un progetto come il vostro potrebbe sembrare una buona notizia. Lei invita invece alla cautela: su che cosa dovremmo interrogarci?
Michele Zunino — Un grande cloud nazionale richiede infrastrutture adeguate e una strategia per utilizzarle. Il numero dei nuovi impianti, da solo, non ci dice quale valore stiamo costruendo.
Dobbiamo domandarci quali servizi ospiteranno, per quali clienti, con quali fabbisogni di energia, acqua e suolo. E quanto della capacità annunciata risponda a una domanda concreta. Non darei per scontato che serva tutta la potenza prospettata, né che debba concentrarsi in pochi grandi poli. C’è un rischio di rincorsa speculativa che merita attenzione.
Occorre valorizzare gli asset esistenti, riconvertire dove possibile e progettare nuove strutture dove servono davvero. Una piattaforma cloud nazionale può mettere in relazione capacità distribuite, renderle utilizzabili e farle crescere secondo le esigenze del territorio e delle imprese. È una visione che permette di ragionare insieme su sviluppo, resilienza e sostenibilità.
Raffaele Barberio — Proviamo allora a metterci dalla parte di un’azienda che ha già investito su un hyperscaler. Per adottare la vostra proposta deve rimettere in discussione tutto, oppure può procedere in modo selettivo?
Michele Zunino — Può -anzi, deve- procedere in modo selettivo. Non proponiamo una sostituzione uno a uno. Non abbiamo l’ambizione né la capacità industriale di rimpiazzare da domani l’intera offerta di un hyperscaler. E una migrazione integrale non sarebbe necessariamente la scelta giusta per il cliente.
Proponiamo un’alternativa complementare, all’interno di architetture ibride o multi-cloud. Un’impresa deve poter decidere dove collocare dati e applicazioni in funzione della loro criticità, delle dipendenze che introduce e dei costi di un’eventuale discontinuità.
Per alcuni carichi di lavoro, avere un provider nazionale e sovrano, con una filiera governabile e responsabilità identificabili, può essere strategico. Questa scelta va accompagnata da architetture, procedure e garanzie operative adeguate. Per questo l’interoperabilità è fondamentale: consente di integrare ambienti diversi e mantenere aperte le possibilità di evoluzione.
Raffaele Barberio — Il successo del progetto, quindi, si misurerà anche dalla capacità di convivere con i grandi operatori globali. Quale cambiamento vorreste produrre nelle possibilità di scelta delle imprese?
Michele Zunino — Vorremmo rendere quella scelta più ampia e più concreta. Oggi molte imprese possono scegliere tra fornitori che propongono sostanzialmente lo stesso modello di dipendenza. Costruire un’alternativa industriale amplia il campo delle decisioni possibili e dà più forza anche nel rapporto con i grandi operatori globali.
Il cloud del futuro dovrà permettere di usare servizi diversi mantenendo il governo dell’insieme. Per arrivarci serve una piattaforma aperta, interoperabile, solida e sovrana, sostenuta da una filiera capace di investire e innovare. L’alleanza con DHH è un passo in questa direzione. La misura del risultato sarà la libertà concreta che avremo dato alle imprese.
Come ricorda un proverbio africano: «Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme».
