Il Governo studia nuovi incentivi alla domanda. Ma deve distinguere chi non vuole abbonarsi da chi chiede la fibra e non riesce a ottenerla.
A che cosa serve un voucher per la fibra a una famiglia che chiede l’abbonamento e non ottiene il collegamento? A nulla. Prima di stanziare nuove risorse, il Governo dovrebbe rispondere a una domanda semplice: quante mancate attivazioni dipendono da una scelta del cliente e quante dall’impossibilità materiale di ricevere il servizio?
Secondo le anticipazioni di stampa sull’aggiornamento della Strategia Banda Ultralarga 2027-2030, sono allo studio nuovi voucher FTTH per le famiglie, con risorse e beneficiari ancora da definire. L’obiettivo indicato è portare il take-up, cioè il rapporto tra connessioni attive e unità immobiliari coperte, da meno del 30% ad almeno il 52% entro il 2031. Il pacchetto comprenderebbe anche interventi sulla trasparenza degli indirizzi realmente attivabili: un punto essenziale, che deve tradursi in verifiche e risultati pubblici.
Prima di riproporre gli incentivi occorre capire che cosa abbiano prodotto quelli precedenti. La relazione sulla gestione 2022 di Infratel riporta 212.649 voucher famiglie attivati, per oltre 101 milioni di euro con erogazione in corso. Lo stesso documento indica circa 93 milioni di risorse residue, rilevate alla chiusura delle nuove prenotazioni nel novembre 2021, successivamente riallocate alla misura per le imprese. Quest’ultima, su una dotazione di circa 589,5 milioni, registrava al 31 dicembre 2023 circa 380 milioni impegnati, pari al 65%, e 370.919 voucher attivati.
Sono dati sull’utilizzo dei fondi, non sull’efficacia dell’intervento. Quante connessioni aggiuntive sono state generate? Quanti beneficiari si sarebbero abbonati comunque? Quali ostacoli hanno impedito agli altri di utilizzare gli incentivi? Senza queste risposte, si rischia di riproporre lo strumento senza averne misurato l’effetto reale.
Il problema della domanda esiste, ma non può essere automaticamente ricondotto al costo. Quando il passaggio dal rame alla fibra avviene allo stesso canone e senza maggiori costi di attivazione, migrazione o lavori a carico della famiglia, il prezzo non può spiegare la mancata migrazione. In questi casi, che cosa dovrebbe compensare il voucher? Occorre capire se la famiglia non percepisca il vantaggio, se l’operatore non proponga il passaggio o se il collegamento, pur richiesto, non possa essere realizzato.
La difficoltà economica di chi non può permettersi una connessione e gli eventuali costi effettivi del passaggio richiedono interventi mirati. Non giustificano l’attribuzione al prezzo di ogni mancato abbonamento.
Perché la domanda diventi un contratto attivo, il servizio deve essere attivabile. Se la fibra non può raggiungere l’abitazione, neppure un cliente disposto a pagare diventa un utente. Il take-up resta basso, ma quel risultato non dimostra disinteresse: rappresenta domanda insoddisfatta.
Il confronto territoriale merita attenzione. Nella presentazione Open Fiber del 9 aprile 2025, pubblicata dalla Regione Umbria, il take-up dichiarato nelle aree nere di Perugia, Terni e Foligno è del 31%; nelle aree bianche è del 10%. Un rapporto di circa tre a uno. Il dato non dimostra che l’intero divario dipenda dall’attivabilità. Impone però di verificare quanta parte sia dovuta ad abitazioni dichiarate commercializzabili e poi risultate non collegabili.
È normale che l’ultimo tratto della fibra venga realizzato al momento della richiesta. Non è accettabile che un indirizzo dichiarato commercializzabile riveli soltanto dopo l’ordine lavori incompleti, infrastrutture mancanti o impedimenti che rendono il servizio indisponibile, senza tempi attendibili di risoluzione.
Il caso Open Fiber richiede un’attenzione particolare. La società si è aggiudicata tutte e tre le gare del Piano BUL nelle aree bianche e opera in concessione su un’infrastruttura di proprietà pubblica. La disponibilità del servizio deve quindi essere valutata rispetto agli obblighi delle concessioni. Non ogni mancata attivazione è un inadempimento del concessionario: proprio per questo occorre accertare e distinguere le responsabilità.
Un punto decisivo riguarda la classificazione degli ordini che non diventano attivazioni. Nella relazione sullo stato di avanzamento al 31 dicembre 2023, Infratel attribuisce la maggior parte dei KO a rifiuti dei clienti successivi all’ordine, in fase di appuntamento o di esecuzione dell’intervento.
Resta da capire come vengano verificate le ragioni delle rinunce. Una rinuncia spontanea, una rinuncia dopo mesi di attesa e una rinuncia maturata quando il sopralluogo rivela difficoltà di collegamento hanno cause diverse.
Ho ricevuto diverse segnalazioni, non verificate in via autonoma, di casi in cui al cliente sarebbe stato suggerito di dichiarare una rinuncia per chiudere l’intervento e consentirne una successiva riprogrammazione. Queste segnalazioni non provano una prassi generalizzata. Indicano però una questione da accertare attraverso riscontri diretti presso i clienti, indipendenti dalla registrazione di chi gestisce l’intervento.
Una rinuncia registrata non dimostra, da sola, che il cliente abbia perso interesse. Senza accertarne la ragione, la statistica rischia di attribuire alla domanda un insuccesso originato da problemi infrastrutturali o organizzativi.
La classificazione ha anche conseguenze economiche. Il listino Open Fiber per le aree bianche, edizione 30 giugno 2025, prevede interventi a vuoto in fase di attivazione per cause non imputabili alla società, citando tra gli esempi il cliente irreperibile o che rifiuta l’intervento del tecnico. Sono previsti corrispettivi a carico dell’operatore commerciale. Il documento non stabilisce come siano remunerati tecnici e imprese installatrici, né dimostra classificazioni improprie. Stabilisce però che la causale dell’insuccesso può determinare un addebito. Quando una causale determina chi paga, deve poter essere verificata.
Il Governo dovrebbe chiedere a Infratel tre risposte pubbliche: quanti rifiuti siano stati confermati direttamente dai clienti e per quali ragioni; quali controlli indipendenti siano stati effettuati sull’effettiva attivabilità degli indirizzi commercializzabili; quali anomalie siano emerse e quali correzioni o conseguenze contrattuali ne siano derivate. La tutela dei dati personali non impedisce di pubblicare risultati aggregati e metodi di controllo.
Occorre inoltre considerare gli incentivi già esistenti. Il 4 maggio 2026 Open Fiber ha annunciato la campagna “La fibra che ti premia”, riferita a 562 comuni, con un premio di 100 euro per gli utenti residenziali che attivano una connessione attraverso gli operatori partner tra il 4 maggio e il 31 dicembre 2026, secondo le condizioni dell’iniziativa. Eventuali voucher pubblici nelle stesse aree richiederebbero chiarezza su sovrapposizioni, cumulabilità e beneficio aggiuntivo.
Ogni nuova linea genera ricavi per la filiera. Il Governo deve dimostrare che il denaro pubblico produca connessioni aggiuntive e benefici misurabili per gli utenti. Sarebbe inaccettabile usare i voucher come sostegno indiretto a Open Fiber senza verificare e affrontare gli ostacoli alle attivazioni.
Controlli e incentivi possono procedere insieme dove il servizio è disponibile. Servono però condizioni precise: verifica dell’attivabilità degli indirizzi, controlli indipendenti sulle rinunce, tempi definiti per rimuovere gli impedimenti e contributo riconosciuto dopo la verifica dell’effettivo funzionamento del servizio, secondo criteri tecnici pubblici. Ogni programma dovrebbe pubblicare quante connessioni aggiuntive abbia prodotto e a quale costo.
Nel caso di Open Fiber la responsabilità pubblica è doppia: CDP Equity detiene il 60% di Open Fiber Holdings, che possiede integralmente la società operativa. Il ruolo dell’azionista è distinto da quello della vigilanza. Entrambi richiedono trasparenza e rendicontazione rigorosa.
Alle famiglie serve la fibra dentro casa, collegata e funzionante. Prima di pagare uno sconto, il Governo accerti che il collegamento sia possibile. E dove non lo è, pretenda che vengano rimossi gli ostacoli.

