L’Europa vuole difendere la propria sovranità tecnologica, ma rischia di perdere le competenze necessarie a costruirla. La vicenda Ericsson, con i 131 esuberi annunciati a Genova, rende questa contraddizione concreta: mentre si invoca la difesa dell’industria europea, si ridimensionano le persone e le attività che dovrebbero garantirne il futuro. Ericsson attraversa una fase difficile, ma continua a produrre utili. Nel secondo trimestre del 2026 i ricavi sono scesi del 6%, a 52,7 miliardi di corone svedesi, mentre l’utile operativo è rimasto positivo, a circa 5,9 miliardi. A cambi e perimetro comparabili, il calo delle vendite è stato dell’1%; nel primo semestre la crescita organica è stata del 2%. Questi numeri impongono al management di spiegare perché il ridimensionamento delle competenze italiane sia necessario e quali alternative siano state valutate. Il rallentamento degli investimenti nelle reti mobili è reale. Ma quando alle difficoltà si risponde ripetutamente riducendo il personale, diventa legittimo chiedere quali risultati abbiano prodotto le scelte dei vertici e quale crescita si intenda preparare. Il caso Vonage pesa su questo giudizio. Ericsson ha speso 6,2 miliardi di dollari per l’acquisizione, completata nel 2022, per poi registrare svalutazioni di 32 miliardi di corone nel 2023 e altri 11,4 miliardi nel secondo trimestre del 2024. Sono rettifiche contabili, ma documentano una distanza pesante fra le aspettative iniziali e il valore successivamente riconosciuto all’investimento. Le responsabilità di queste decisioni meritano almeno la stessa attenzione riservata al costo degli ingegneri. Ericsson ha inoltre operato in un contesto geopolitico che, in alcuni mercati, ha ristretto lo spazio dei concorrenti cinesi. Nel 2023 la Commissione europea ha considerato giustificate, sulla base delle valutazioni di sicurezza, le restrizioni o esclusioni di Huawei e ZTE adottate dagli Stati membri nelle reti 5G. Ridurre lo spazio dei concorrenti cinesi apre opportunità ai fornitori alternativi. La domanda è come Ericsson abbia saputo utilizzarle, traducendole in investimenti, innovazione e crescita. La sicurezza delle reti deve essere tutelata. Ma la protezione geopolitica non è un certificato di buona gestione e non può diventare una rendita accompagnata dal ridimensionamento delle competenze europee. A Genova questa discussione assume un significato preciso. Il 5 ottobre è stato annunciato il ritiro della procedura di licenziamento per 131 lavoratori. Il 7 ottobre Ericsson ha però ribadito la volontà di gestire gli esuberi attraverso uscite volontarie incentivate, mentre la Slc Cgil ha sostenuto che la procedura fosse ancora aperta. Prima di dichiarare risolta la vertenza, serve chiarezza sugli impegni effettivamente assunti. Un accordo sulle uscite volontarie può attenuare le conseguenze sociali. Il futuro della ricerca italiana richiede molto di più: progetti, investimenti, responsabilità tecnologiche e prospettive per chi rimane. Il governo deve ottenere impegni verificabili sul ruolo di Genova e sulle attività che il gruppo intende sviluppare nel Paese. Una telefonata può aprire una trattativa; un piano industriale deve darle sostanza. Anche il management italiano deve essere valutato sulla capacità di conquistare nuovi progetti all’interno del gruppo e valorizzare le competenze nazionali. Le decisioni della capogruppo contano, ma proprio qui si misura il peso di una leadership locale: nella capacità di dimostrare che investire in Italia conviene. Amministrare gli esodi non basta. Ericsson conserva un patrimonio tecnologico importante. È questo patrimonio a rendere necessario un confronto severo sulle sue scelte. L’interesse pubblico riguarda la capacità dell’azienda di continuare a produrre innovazione, occupazione qualificata e valore industriale in Europa. Se l’Europa difende i suoi campioni tecnologici, deve pretendere che quei campioni investano nel suo futuro. Altrimenti protegge i marchi mentre perde le competenze.
Ericsson, i vantaggi della geopolitica e il conto presentato all’Italia

