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Sielte e l’indagine “Filo Conduttore”. Vi sono rapporti tra la fibra e il mondo di mezzo? 

| 05/10/2026
Sielte e l’indagine “Filo Conduttore”. Vi sono rapporti tra la fibra e il mondo di mezzo? 

Vi fu un qualche ruolo per l’allora (lo è ancora?) dipendente di Sielte S.p.A.? La trasmissione di atti alla Procura della Repubblica dovrà chiarire i dubbi che riguardano l’azienda.

Non era indagato. Non è stato imputato in questo processo. Ma il suo nome, Roberto Costa, attraversa le carte dell’inchiesta “Filo Conduttore” fino ad arrivare all’ultima pagina della sentenza. E proprio quando il processo sembra finito, il giudice dispone che su di lui la Procura della Repubblica torni a guardare. Questo è quanto è successo e sta succedendo. Del caso ci siamo occupati a più riprese, già a luglio scorso con Processo “Filo conduttore” a Catania. La fibra alla sbarra…​.  Così come abbiamo pubblicato le precisazioni fatteci pervenire da Sielte S.p.A. (Richiesta di rettifica di Sielte su: “Processo Filo Conduttore a Catania, la fibra alla sbarra”. IF Risponde).  Infine nei giorni scorso con “Filo Conduttore”, la Procura indagherà sui rapporti tra Sielte e il clan Pillera. Le richieste d’aiuto raccontate dal pentito” La vicenda giudiziaria nata attorno agli affari del clan Pillera-Puntina si chiude, almeno per questo capitolo, con cinque condanne e diverse assoluzioni. Ma il dispositivo firmato il 20 luglio 2026 dal giudice Luigi Barone contiene una coda che non è facile liquidare come una semplice nota a margine. Il giudice dispone infatti la trasmissione di una copia della sentenza alla Procura di Catania affinché assuma le determinazioni di propria competenza in merito a quanto esposto in parte motiva su Costa Roberto e sui rapporti tra Sielte S.p.A. e l’associazione mafiosa denominata “Pillera-Puntina”. Ed è questo il punto dal quale bisogna partire. Perché Roberto Costa non compare oggi dal nulla. Nell’ordinanza cautelare dell’inchiesta “Filo Conduttore” a Roberto Costa viene dedicato addirittura un passaggio specifico, all’interno del paragrafo dedicato ai dipendenti di Sielte S.p.A. Altrove viene descritto come responsabile della struttura operativa e coordinatore delle attività operative dell’est Sicilia per la Sielte S.p.A. Quindi non un dirigente, come Sielte S.p.A. ha giustamente tenuto a precisare pubblicamente, chiedendo la rettifica di articoli che attribuivano a Roberto Costa quella qualifica. Ma le parole utilizzate nell’ordinanza sul suo effettivo ruolo operativo sono tutt’altro che irrilevanti. Costa viene definito un soggetto munito di potere decisionale. E soprattutto il giudice scrive che, pur non prodigandosi fattivamente a favore del gruppo imprenditoriale Messina-Finocchiaro-Zingale — tanto da sottolineare espressamente che non era indagato — Roberto Costa appare essere a conoscenza degli equilibri che vanno mantenuti per favorire le imprese riconducibili al medesimo “gruppo familiare”.  Parole che oggi, lette accanto al dispositivo del 2026, acquistano inevitabilmente un peso diverso.

Quando Costa decideva, qualcuno si arrabbiava. Dalle intercettazioni emerge infatti una cosa curiosa: quando Roberto Costa prendeva decisioni sulle assegnazioni che non coincidevano con le aspettative di alcuni degli indagati, le reazioni erano rimarchevoli. Santo Finocchiaro arriva a dire il 24.02.2022 a Luca Bianco, in una determinata circostanza, che l’indomani mattina Roberto Costa avrebbe preso botte. Secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, Finocchiaro era furioso perché riteneva che Costa stesse assegnando ad altri destinatari alcuni lavori che gli sarebbero stati precedentemente promessi.  Non è l’unico episodio. In un’altra conversazione Finocchiaro attribuisce a Costa la decisione di avere sottratto l’area di Misterbianco a Catania Impianti per assegnarla a D&G. La sua sintesi è brutale e indica in Roberto Costa uno capace di fare più danni della bomba atomica. Ancora più esplicito è un successivo passaggio, secondo quanto Finocchiaro afferma nell’intercettazione, in base al quale Costa avrebbe assegnato Misterbianco e Monte Po alla D&G Impianti, togliendo la prima a Catania Impianti e la seconda a GS Impianti.  Non sono fatti che possiamo attribuire autonomamente a Costa come fatti accertati. Sono dichiarazioni intercettate e valutazioni contenute negli atti giudiziari. Ma raccontano quanto centrale fosse percepito il suo potere, quello di Costa intendiamo dire, nelle dinamiche di assegnazione dei lavori.

Poi arriva la telefonata con Antonio Messina Ed è probabilmente uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda. Il 16 marzo 2022 Antonio Messina telefona direttamente a Roberto Costa. C’è un problema con due tecnici entrati in una centrale. Messina teme conseguenze e si rivolge direttamente al dipendente della Sielte S.p.A. Costa risponde genericamente che avrebbe verificato le eventuali osservazioni degli interlocutori, per verificare se vi fossero le condizioni per bloccarli. Ed insiste subito dopo dicendo che avrebbe provato ad abboccarlo per vedere cosa si potesse fare. Ma ancora più significativa è la lettura che di quella telefonata dà lo stesso provvedimento giudiziario. Secondo l’ordinanza, Costa dimostra infatti di essere a conoscenza che il gruppo Zingale/Messina continuasse a operare dopo le misure cautelari attraverso una nuova ditta. E il giudice sottolinea che Costa sapeva di avere come interlocutore non il titolare formale Aloisio, bensì quello che il provvedimento identifica come un vero e occulto gestore dell’impresa Telenet, ovvero tale Antonio Messina. Questo è quanto è scritto nelle carte. Non in un editoriale. Quattro anni dopo, il nome di Costa torna sul tavolo della Procura e arriviamo al 20 luglio 2026, giorno della pubblicazione. Il processo produce condanne, ma anche, come abbiamo sottolineato, assoluzioni importanti. Luca Bianco, Alessandro Musumeci e Giuseppe Alessandro Aloisio vengono assolti. Anche Salvatore Speciale viene assolto. La cronaca giudiziaria ha poi riportato gli esiti della sentenza e la successiva decisione del giudice di trasmettere gli atti alla Procura per ulteriori approfondimenti.  E poi c’è Roberto Costa. Come abbiamo instancabilmente scritto, l’uomo che nell’ordinanza non era indagato. L’uomo che veniva descritto come dotato di potere decisionale. L’uomo che, secondo quell’ordinanza, conosceva determinati “equilibri”. L’uomo con il quale Messina parlava direttamente. E alla fine del processo, il giudice non archivia quel capitolo. Manda la sentenza alla Procura e indica espressamente il suo nome, ma non solo. Perché accanto al suo nome il suo nome il giudice ravvede l’esigenza di sottoporre a verifica i rapporti tra Sielte S.p.A. e il clan denominato Pillera-Puntina. E Roberto Costa? A luglio scorso Sielte S.p.A. aveva precisato che Costa non era dirigente dell’azienda, ma senza indicare altro né specificare l’esistenza di un qualsivoglia rapporto di lavoro.  Nei giorni scorsi abbiamo fatto richiesta formale all’ufficio stampa di Sielte S.p.A. per avere conferma della permanenza di Roberto Costa negli organici dell’azienda, ma l’ufficio stampa di Sielte S.p.A. non ha risposto. Vi sono evidenze indicative, ma non risolutorie. A tutt’oggi Roberto Costa riporta nel suo account di Linkedin la permanenza di un rapporto lavorativo, indicando chiaramente Sielte S.p.A. come datore di lavoro. Naturalmente, ed è corretto ricordarlo, Sielte S.p.A. ha sottolineato pubblicamente di non essere stata parte del processo e che la trasmissione degli atti non equivale all’esistenza di indagini o contestazioni nei confronti della società.  Ma rimane altrettanto vero che un giudice della Repubblica, terminato il processo, ha ritenuto di trasmettere la propria sentenza alla Procura, indicando espressamente Roberto Costa e indicando l’esigenza di chiarire i rapporti tra Sielte S.p.A. e Pillera-Puntina. E allora, ricapitoliamo. Nessuna condanna per Roberto Costa. Nessuna responsabilità può essere indebitamente accollata. E la trasmissione degli atti non equivale di certo a una dichiarazione di colpevolezza. Ma dopo centinaia di pagine di intercettazioni (un documento di complessive 238 pagine), assegnazioni di lavori, imprese, rapporti ed “equilibri” da rispettare, sorge una domanda alla quale non può certo rispondere un giornale. Deve rispondere la Procura. E, intanto, ce n’è forse un’altra, molto più semplice, alla quale potrebbe rispondere Sielte S.p.A.: “Roberto Costa lavora ancora per la vostra società? E, se sì, con quali funzioni e con quali poteri?”.

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