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Open Fiber e la città del futuro: ciò che la narrazione non racconta

| 24/08/2026
Open Fiber e la città del futuro: ciò che la narrazione non racconta

Al Meeting di Rimini si è tornati a parlare della «città del futuro» e del ruolo che le infrastrutture digitali dovrebbero avere nel costruirla a partire dalle persone, dai territori e dai servizi. È una discussione legittima e necessaria, ma proprio per questo dovrebbe essere accompagnata da una domanda altrettanto semplice: che cosa ci raccontano davvero, oggi, i risultati di Open Fiber?

«La città del futuro si costruisce dalle persone». È difficile non essere d’accordo con un’affermazione del genere. Più difficile, però, è accettare la narrazione che Open Fiber continua a proporre senza confrontarla con ciò che è realmente accaduto sul terreno, perché dopo quasi un decennio di lavori, miliardi di investimenti e scadenze ripetutamente rinviate la distanza tra il racconto aziendale e la realtà industriale è diventata troppo ampia per essere coperta dalle parole, per quanto suggestive, dell’inclusione, della telemedicina, della partecipazione e della smart city.

Open Fiber presenta oggi il Piano Banda Ultra Larga come un progetto sostanzialmente completato, sottolineando che l’infrastruttura nelle Aree Bianche ha raggiunto il 99,4% dell’avanzamento previsto. Il dato è importante, ma occorre capire esattamente che cosa misura: ci dice quanto dell’infrastruttura programmata sia stato realizzato, non quante famiglie siano effettivamente collegate, non quante utilizzino la fibra e soprattutto non dimostra che il digital divide sia stato eliminato. Secondo la pagina ufficiale di Open Fiber “Avanzamento lavori Aree Bianche”, al 30 giugno 2026 risultavano realizzati 90.836 chilometri di infrastruttura sui 91.365 previsti dal Piano, pari al 99,4%.

Avere quasi completato l’infrastruttura sul territorio non significa infatti avere collegato le abitazioni né, tantomeno, avere portato quelle famiglie sulla fibra. Una casa dichiarata raggiunta non è automaticamente un cliente attivo e un comune aperto alla commercializzazione non è necessariamente un comune nel quale il problema della connettività sia stato risolto. Il 99,4% è quindi un numero tecnicamente corretto ma comunicativamente fuorviante quando viene presentato senza il dato sull’utilizzo effettivo: racconta il cantiere, non il risultato.

È proprio il take-up a mostrare quanto sia ancora ampia la distanza tra infrastruttura costruita e utilizzo reale. Nella Tabella 3 dell’Allegato A alla delibera AGCOM n. 114/24/CONS del 30 aprile 2024, l’Autorità ha calcolato per i 239 comuni delle Aree Nere oggetto di investimenti privati di Open Fiber un take-up medio dei servizi FTTH del 26,65%. AGCOM precisa inoltre che proprio quelle aree rappresentano un contesto nel quale si è sviluppata concorrenza infrastrutturale e ricorda che lo scopo degli interventi pubblici è riportare le condizioni di domanda e offerta verso quelle delle aree più competitive del Paese.

Un confronto territoriale rende la differenza ancora più evidente. Nella presentazione Open Fiber “Il progetto di digitalizzazione di Open Fiber in Umbria”, resa pubblica dalla Regione Umbria in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo 2025, la slide 3 indica, per le Aree Nere di Perugia, Terni e Foligno, oltre 132 mila unità immobiliari FTTH e 41 mila clienti attivi, pari a un take-up dichiarato del 31%. Nelle Aree Bianche vengono invece indicati circa 117 mila unità immobiliari e 11 mila clienti attivi: sulla base di questi valori arrotondati il rapporto è nell’ordine del 9%, mentre la stessa slide lo indica come 10%.

Non si tratta di una differenza marginale. Proprio nelle aree nelle quali il mercato non avrebbe investito autonomamente e nelle quali l’intervento pubblico aveva l’obiettivo di correggere un fallimento di mercato, l’utilizzo effettivo della rete resta enormemente inferiore rispetto alle zone competitive.

Il punto decisivo, però, è che il basso take-up nelle Aree Bianche non può essere letto semplicemente come mancanza di domanda. Esiste una differenza sostanziale tra una casa dichiarata “vendibile” e una casa realmente attivabile: il cliente può verificare la copertura, sottoscrivere un contratto e inoltrare un ordine, per poi scoprire che l’attivazione non può essere completata perché la rete necessaria non è concretamente disponibile fino al punto richiesto.

In questi casi la domanda non manca: la domanda si è già manifestata attraverso l’ordine. Ciò che manca è la possibilità di trasformare quell’ordine in una connessione attiva. Attribuire quindi il basso take-up esclusivamente alla scarsa propensione delle famiglie a migrare verso la fibra rischia di rovesciare il problema: una parte della mancata penetrazione può dipendere non da clienti che non vogliono la fibra, ma da clienti che la chiedono e non riescono ad averla.

Per questo il dato realmente decisivo, che dovrebbe essere reso pubblico, non è soltanto il numero dei civici vendibili o dei clienti attivi, ma il rapporto tra ordini ricevuti, ordini completati e ordini falliti per indisponibilità o incompletezza della rete. Solo questo permetterebbe di distinguere in modo serio un problema di domanda da un problema di offerta.

Se una casa viene dichiarata vendibile, il cliente ordina il servizio e l’attivazione fallisce perché la rete non consente di collegarlo, non è il cliente che non vuole la fibra: è la fibra che non arriva realmente al cliente.

Dopo quasi dieci anni possiamo dunque dire che l’infrastruttura è quasi completata secondo gli indicatori di avanzamento, ma non possiamo confondere questo risultato con il completamento della missione. Il digital divide non si elimina quando una fibra passa sul territorio o quando un civico compare come vendibile in una banca dati; si elimina quando una famiglia che chiede il servizio viene effettivamente collegata.

La stessa Open Fiber riconosce oggi dove si trovi la sfida. In dichiarazioni dell’amministratore delegato Giuseppe Gola riportate da Teleborsa il 2 aprile 2026, la società indicava nelle Aree Bianche circa 700 mila clienti attivi e circa 1.500 attivazioni al giorno, mentre Gola definiva il take-up ancora troppo basso e indicava la necessità di accelerare la migrazione verso la fibra. Il bilancio 2025, approvato dal consiglio di amministrazione il 25 marzo 2026, colloca a sua volta tra le priorità della nuova fase industriale la diffusione e l’utilizzo della rete già costruita.

È qui che emerge un rapporto che meriterebbe maggiore attenzione pubblica. La delibera CIPE n. 65 del 6 agosto 2015, che avviò il finanziamento del Piano Banda Ultra Larga a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020, destinò fino a 3,5 miliardi di euro al Piano e ne assegnò 2,2 miliardi agli interventi di immediata attivazione, da utilizzare nelle Aree Bianche, cluster C e D. Rapportando, con tutte le cautele necessarie e senza pretendere una perfetta coincidenza dei perimetri, l’ordine di grandezza dei 2,2 miliardi ai circa 700 mila clienti attivi dichiarati da Open Fiber nelle Aree Bianche nell’aprile 2026, si ottiene un valore nell’ordine di 3.100 euro di risorse pubbliche programmate per ogni cliente oggi attivo sulla rete.

Non è, naturalmente, il costo di acquisizione di un cliente e sarebbe metodologicamente scorretto presentarlo come tale, perché quell’investimento ha finanziato un’infrastruttura destinata a durare molti anni e a servire un numero crescente di utenti. Inoltre, il perimetro finanziario e quello dei clienti attivi non sono perfettamente sovrapponibili. Il rapporto deve quindi essere letto esclusivamente come un ordine di grandezza, utile a mettere in relazione la scala dell’intervento pubblico con il livello di utilizzo oggi raggiunto.

Se il take-up aumenterà rapidamente, quel rapporto migliorerà e l’investimento produrrà progressivamente tutto il valore atteso. Se invece l’utilizzo resterà vicino ai livelli attuali, e soprattutto se una parte degli ordini continuerà a non tradursi in attivazioni effettive, sarà inevitabile domandarsi se il problema delle Aree Bianche fosse davvero soltanto costruire la rete o se, in alcuni casi, il problema sia ancora riuscire a renderla concretamente disponibile fino all’abitazione del cliente.

A rendere il quadro ancora meno celebrativo contribuisce il fattore tempo. Non si tratta di una valutazione polemica. Nel febbraio 2024 il Collegio del controllo concomitante della Corte dei conti, con deliberazione n. 4/2024/CCC, rilevò un «sensibile ritardo» nella realizzazione delle infrastrutture digitali del Piano BUL Aree Bianche, evidenziando la dilatazione dei tempi medi delle procedure e lo spostamento in avanti dell’attuazione rispetto alle scadenze originarie. La magistratura contabile tornò successivamente sul Piano con la deliberazione n. 58/2024/CCC, anch’essa dedicata all’attuazione della banda ultralarga nelle Aree Bianche.

Arrivare nel 2026 al quasi completamento di un programma avviato molti anni prima è certamente un risultato, ma non può essere raccontato come se il percorso seguito fosse stato quello originariamente previsto. Si può rivendicare il traguardo senza cancellare il ritardo.

Ancora più difficile da conciliare con la narrativa dell’inclusione è quanto accaduto con il Piano Italia a 1 Giga. Open Fiber aveva ottenuto otto lotti del programma finanziato dal PNRR e ha successivamente dichiarato di non essere in grado di collegare entro la scadenza prevista 707.092 civici originariamente inclusi nel piano. Non si tratta di casi marginali, ma di oltre settecentomila civici entrati in un programma pubblico precisamente perché avrebbero dovuto essere connessi e successivamente dichiarati non collegabili entro i termini previsti.

La vicenda non si è fermata al perimetro finanziato dallo Stato. In prossimità degli interventi Italia a 1 Giga, Open Fiber aveva previsto anche coperture con investimenti privati e, dopo la rimodulazione del piano pubblico, altri 331.030 civici sono usciti dalle pianificazioni private. È un passaggio che impone interrogativi non soltanto sull’esecuzione industriale, ma anche sulla qualità della programmazione e delle verifiche che l’hanno accompagnata.

Poi ci sono i conti, che hanno il difetto di essere meno accomodanti della comunicazione.

Il bilancio consolidato 2025 approvato dal consiglio di amministrazione mostra ricavi per 798,1 milioni di euro, EBITDA per 409,5 milioni, una perdita netta di 336,7 milioni, una posizione finanziaria netta negativa di 6,84 miliardi di euro e investimenti cumulati per 11,8 miliardi.

I numeri assoluti sono già rilevanti, ma diventano molto più comprensibili quando vengono messi in rapporto tra loro. L’indebitamento finanziario netto equivale a circa 8,5 volte i ricavi annuali, mentre gli oneri finanziari netti del 2025, pari a circa 380 milioni di euro, significano oltre un milione di euro al giorno. Nel solo 2025 i soci hanno inoltre versato ulteriori 477 milioni di capitale e, considerando capitale e riserve di capitale, il loro apporto complessivo ha ormai superato 2,4 miliardi di euro.

Questi rapporti cambiano inevitabilmente la prospettiva. Una società che genera meno di 800 milioni di ricavi annuali sostiene quasi sette miliardi di debito finanziario netto e oltre un milione di euro al giorno di oneri finanziari, mentre continua a beneficiare di importanti apporti dei propri azionisti. Tutto ciò non significa che la rete non abbia valore, ma significa che la sostenibilità economica dell’operazione non può essere considerata acquisita soltanto perché l’EBITDA cresce.

La stessa Open Fiber prevede il raggiungimento di un cash flow positivo soltanto nel 2028 e indica il rafforzamento commerciale e l’utilizzo della rete tra le priorità della nuova fase industriale. La questione, quindi, non è più soltanto quanta infrastruttura sia stata costruita, ma quanto rapidamente quella infrastruttura riuscirà a trasformarsi in clienti, ricavi e cassa sufficienti a sostenere il capitale che è stato mobilitato.

Sarebbe però troppo semplice rivolgere tutte le domande soltanto a Open Fiber, perché una vicenda di questa dimensione riguarda inevitabilmente anche chi l’ha finanziata, autorizzata, rimodulata e vigilata. Open Fiber deve rispondere della propria esecuzione industriale, ma gli azionisti, il concedente e le istituzioni competenti devono spiegare le decisioni che hanno accompagnato il progetto.

Chi ha valutato nel tempo la sostenibilità di un modello che ha portato il debito a 8,5 volte i ricavi? Chi ha verificato la congruità delle successive rimodulazioni? Chi ha accertato che i civici espunti fossero effettivamente non collegabili entro le condizioni previste? Chi ha valutato gli effetti delle rinunce sulle coperture che avrebbero dovuto essere realizzate con investimenti privati? E soprattutto chi misura oggi, non soltanto la percentuale dei cantieri completati, ma anche gli ordini ricevuti, quelli completati, quelli falliti e quindi il ritorno sociale delle risorse pubbliche impiegate?

Sono domande che riguardano la governance di un grande progetto nazionale, non una polemica tra un’azienda e i suoi critici.

Open Fiber può legittimamente rivendicare di avere costruito una delle più grandi infrastrutture FTTH europee, ma non può essere sufficiente mostrare chilometri di fibra, unità immobiliari raggiunte e percentuali di avanzamento senza mettere accanto a quei numeri i tempi originariamente previsti, il take-up effettivo, la quota di ordini che riesce davvero a trasformarsi in attivazioni, le rimodulazioni intervenute e il costo finanziario del progetto.

Dopo quasi dieci anni, quasi dodici miliardi di investimenti, quasi sette miliardi di indebitamento finanziario netto e un utilizzo delle Aree Bianche ancora molto inferiore a quello delle zone competitive, il punto non è più quanta fibra sia stata posata. Il punto è capire se gli obiettivi per i quali quella rete è stata finanziata siano stati realmente raggiunti, quante famiglie che chiedono il servizio riescano effettivamente a ottenerlo, quanto tempo servirà perché l’utilizzo si avvicini a quello delle aree di mercato e quando il modello sarà in grado di sostenersi attraverso i propri risultati.

È su questi parametri, non sulla percentuale dei cantieri completati, che dovrebbe essere giudicato il progetto.

Nota di trasparenza. L’autore ha lavorato in Open Fiber dal 2017 al 2023 ed è attualmente parte in un contenzioso giuslavorativo con la società. I dati e le valutazioni contenuti in questo articolo sono basati su bilanci approvati e documenti pubblici di Open Fiber, AGCOM, Infratel, Corte dei conti e altre istituzioni competenti; laddove sono richiamate dichiarazioni successive, queste sono espressamente identificate come tali. Qualora Open Fiber o altri soggetti interessati riscontrassero inesattezze nei dati riportati o disponessero di informazioni pubbliche più aggiornate o complete, l’autore sarà naturalmente lieto di verificarle e, ove necessario, di correggere o integrare quanto pubblicato.

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