Amazon progetta un’enorme centrale a gas texana per alimentare nuovi data center. Dietro la corsa all’intelligenza artificiale emerge così una contraddizione crescente: garantire energia continua al digitale rischia di rafforzare nuovamente la dipendenza fossile.
Sette gigawatt per alimentare l’era dell’AI
Trentacinque turbine. Una capacità prevista fino a 7,65 GW. Un enorme campus per data center nel cuore della Pecos County, in Texas. Presi separatamente sono numeri; messi insieme descrivono qualcosa di diverso, e di molto più significativo: la dimensione fisica raggiunta dalla rivoluzione digitale. Amazon intende realizzare presso GW Ranch una centrale a gas dedicata alle proprie infrastrutture informatiche che, per capacità, supererebbe persino la Grand Coulee Dam, oggi il più grande impianto elettrico degli Stati Uniti con circa 6,8 GW. Il confronto sorprende, ma soprattutto incrina un’immagine rassicurante: quella di un’intelligenza artificiale immateriale, sospesa da qualche parte nel “cloud”. Il cloud, in realtà, pesa. Pesa in server, sistemi di raffreddamento, edifici, acqua; pesa, soprattutto, in megawatt e gigawatt. E più l’AI cresce, più quel peso aumenta. Amazon non è sola: Microsoft, Google e Meta hanno sostenuto nel 2026 progetti legati ai combustibili fossili per accompagnare l’espansione delle infrastrutture digitali. La questione, allora, non riguarda più soltanto quanto velocemente possa avanzare l’intelligenza artificiale. Riguarda ciò che deve essere costruito, acceso e alimentato perché possa farlo.
Dietro il contatore nasce una nuova rete
Perché una società tecnologica dovrebbe arrivare a costruire una centrale elettrica dedicata ai propri computer? Potenza, continuità, tempo. I grandi data center richiedono un flusso energetico stabile, continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro; al tempo stesso, la loro crescita può procedere più rapidamente delle connessioni e degli ampliamenti della rete necessari ad alimentarli. Da questa distanza nasce il modello behind-the-meter: produrre l’elettricità direttamente accanto al luogo nel quale verrà consumata, riducendo almeno inizialmente la dipendenza dalla rete pubblica. Secondo quanto riportato, GW Ranch dovrebbe infatti partire completamente separato dalla rete texana. Non sarebbe un caso isolato. Dall’inizio del 2025 sarebbero emersi quasi 60 progetti a gas behind-the-meter, per circa 90 GW complessivi. Una centrale, poi un’altra, poi decine: ciò che appare come una soluzione eccezionale rischia così di assumere i contorni di un modello. Amazon sostiene che il campus pagherà integralmente i costi della propria alimentazione e non farà aumentare le bollette delle famiglie texane; prevede inoltre una futura connessione alla rete, quando i tempi di interconnessione lo consentiranno. È un argomento economicamente comprensibile. Ma resta una domanda: se la rete pulita non riesce a crescere alla velocità dei data center, quale tecnologia riempirà quello spazio? Per ora, sempre più spesso, la risposta sembra essere il gas.
Il prezzo climatico dell’energia sempre disponibile
Ed è qui che la soluzione energetica incontra la contraddizione climatica. I documenti autorizzativi citati per GW Ranch indicano la possibilità di emissioni fino a 33 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. Non significa che la centrale emetterà necessariamente quella quantità: si tratta di un limite potenzialmente autorizzato. Ma la scala resta impressionante. Se raggiunto, quel livello renderebbe GW Ranch la maggiore singola fonte di inquinamento climatico degli Stati Uniti, superando di oltre due volte i circa 16 milioni di tonnellate annuali attribuiti alla centrale a carbone James H. Miller Jr., indicata come l’attuale maggiore fonte emissiva del paese. Da qui le critiche degli ambientalisti e delle organizzazioni per la salute pubblica, preoccupati non soltanto per il carbonio, ma anche per l’inquinamento atmosferico locale. Il contrasto è difficile da ignorare: mentre la rete texana incorpora quantità crescenti di eolico, solare e batterie, una parte dell’economia digitale potrebbe scegliere di aggirarla costruendo nuova generazione fossile. Gas per avere continuità; gas per evitare le attese; gas per sostenere una domanda che non vuole rallentare. Amazon ricorda, dall’altra parte, di avere già favorito in Texas 10 GW di energia priva di carbonio attraverso 40 progetti e valuta per il nuovo campus anche solare e batterie. Ma proprio questa compresenza rende GW Ranch interessante: non racconta una semplice opposizione fra fossile e rinnovabile. Racconta quanto sia difficile conciliare la velocità della domanda digitale con quella della decarbonizzazione.
Quando la velocità digitale supera quella della transizione
La contraddizione diventa ancora più evidente se osservata alla luce del Climate Pledge di Amazon, che mantiene l’obiettivo di raggiungere emissioni nette zero entro il 2040. L’azienda riconosce che le proprie emissioni sono aumentate con l’espansione dell’AI e dei data center e ammette che il mondo appare oggi diverso rispetto a quando quell’impegno climatico fu lanciato; sostiene, tuttavia, che l’obiettivo non sia cambiato. E forse è proprio qui il nodo. La transizione energetica non procede in linea retta, ma nemmeno la crescita digitale aspetta che quella linea venga completata. I data center vengono progettati oggi, richiedono elettricità oggi, competono per capacità oggi; reti, accumuli e nuova generazione a basse emissioni possono invece richiedere tempi più lunghi. In questo intervallo il gas offre qualcosa di estremamente prezioso: energia programmabile e continua. Ma ciò che risolve un problema immediato può crearne uno duraturo. Se GW Ranch fosse soltanto un gigantesco impianto, sarebbe un record; se anticipasse invece una proliferazione di centrali private costruite per l’AI, sarebbe un precedente. Ed è questa seconda possibilità a meritare attenzione. La domanda decisiva, quindi, non è se l’intelligenza artificiale consumerà molta energia: lo farà. Non è neppure se le aziende tecnologiche continueranno a investire nelle rinnovabili: probabilmente lo faranno. La domanda è più scomoda: quanta nuova infrastruttura fossile saremo disposti a costruire perché la rivoluzione digitale non debba aspettare quella energetica?
