Infratel documenta affidamenti per quasi 2,9 miliardi di euro nel periodo 2016-2019 e per 8,474 miliardi nel triennio 2020-2022. Più di un miliardo è stato destinato direttamente alle infrastrutture mobili. La continuità dei servizi deve essere garantita, ma gli anni dal 2030 al 2037 sono un periodo nuovo: prima di concederli, il Governo deve dichiararne il valore.
Oltre undici miliardi di euro di affidamenti pubblici per la connettività e il digitale. Più di un miliardo destinato direttamente alle reti mobili. E adesso anche le frequenze senza uno specifico nuovo corrispettivo?
Sarebbe difficile da spiegare ai contribuenti.
Il Bilancio di fine mandato di Infratel rappresenta due cicli successivi: quasi 2,9 miliardi di euro di affidamenti gestiti nel periodo 2016-2019 e 8,474 miliardi nel triennio 2020-2022. Considerati come volumi storici dei due periodi, superano complessivamente gli 11,3 miliardi di euro. Nel perimetro rientrano il Piano Banda Ultralarga, Italia a 1 Giga, Italia 5G, i voucher, la connettività per scuole e strutture sanitarie, le isole minori e altri programmi digitali.
È necessario essere precisi. Non sono 11,3 miliardi già interamente erogati, non sono tutti trasferimenti agli operatori e non riguardano esclusivamente le reti mobili. Ma il dato dimostra la dimensione strutturale assunta dall’intervento pubblico nella connettività italiana.
Il sottoinsieme direttamente collegato alle reti mobili è ancora più significativo. Il Piano Italia 5G ha aggiudicato 725 milioni di euro per collegare in fibra i siti radiomobili esistenti e altri 346 milioni per realizzare nuove infrastrutture mobili. In entrambi i casi il contributo pubblico può arrivare fino al 90% delle spese ammissibili. Sono oltre 1,07 miliardi di euro di risorse pubbliche destinate direttamente al collegamento e all’estensione delle infrastrutture mobili.
Anche il confronto europeo è eloquente. Secondo il Recovery and Resilience Scoreboard, nell’analisi dell’aprile 2024 basata sui dati disponibili al 31 marzo, all’Italia erano attribuiti 5,306 miliardi di euro di risorse PNRR per la connettività, contro 2,887 miliardi della Spagna, 1,431 della Polonia e 1,403 della Grecia. L’Italia rappresentava da sola circa il 39% dei 13,6 miliardi contabilizzati nei piani di 21 Stati membri. È una metodologia diversa da quella degli affidamenti Infratel e i due dati non devono essere sommati, ma entrambi confermano l’eccezionalità dello sforzo pubblico italiano.
Lo Stato ha finanziato la fibra nelle aree in cui il mercato non avrebbe investito autonomamente. Ha cofinanziato fino al 90% il collegamento in fibra delle stazioni radiomobili e la realizzazione di nuovi siti. Ha acquistato connettività per scuole e strutture sanitarie e ha sostenuto la domanda attraverso i voucher.
Ora rischia di rinunciare anche al valore dello spettro.
Quattro miliardi? Il vero scandalo sarebbe decidere senza sapere quanto valgono
Il 9 luglio il quotidiano L’Identità ha indicato in circa quattro miliardi di euro i possibili mancati introiti derivanti da un rinnovo senza gara delle frequenze in scadenza nel 2029.
La cifra è stata pubblicata, ma non è accompagnata da una metodologia verificabile. Non vengono indicate le bande considerate, il metodo utilizzato per valorizzare gli otto anni aggiuntivi né il valore attribuito agli obblighi di investimento.
C’è, però, una coincidenza troppo evidente per essere ignorata.
L’asta multibanda del 2011 si concluse il 29 settembre con un incasso di 3.945.295.100 euro. Riguardava frequenze nelle bande 800, 1800, 2000 e 2600 MHz, anche se la banda a 2000 MHz non ricevette offerte. Quei diritti avevano un orizzonte temporale molto più lungo degli otto anni oggi in discussione e scadranno alla fine del 2029; per la banda a 800 MHz l’utilizzo cominciò il 1º gennaio 2013.
La cifra di quattro miliardi coincide quindi quasi perfettamente con l’incasso del 2011. Ma quella gara attribuì diritti per un periodo molto più lungo e riguardò un perimetro differente. Oggi si discute anche delle bande 900, 1500, 2100 e 3400-3600 MHz, oltre ai 28 GHz.
La coincidenza non convalida la stima. La rende ancora più bisognosa di spiegazioni.
Se il dato nasce dall’incasso del 2011, deve essere chiarito come il valore di un periodo molto più lungo su determinate bande sia stato trasformato nel prezzo di otto anni su un perimetro differente. Se deriva da un altro modello, il Governo deve renderlo pubblico.
Le frequenze potrebbero valere quattro miliardi, due miliardi o una cifra inferiore. Ciò che non è accettabile è non saperlo.
Una risorsa non contendibile è più difficile da valutare. E una risorsa non valutata è più facile da assegnare senza un prezzo trasparente.
La continuità si garantisce con il rinnovo, non con la gratuità
Il 29 luglio il Consiglio dell’AGCOM ha avviato la consultazione sul rinnovo dei diritti d’uso in scadenza il 31 dicembre 2029.
La proposta prevede di confermare fino alla fine del 2037 le assegnazioni nelle bande 800, 900, 1500, 1800, 2100, 2600 e 3400-3600 MHz, prorogando alla stessa data quelle fixed wireless a 28 GHz. L’allineamento al 2037 consentirebbe di far coincidere le nuove scadenze con quelle delle bande 5G assegnate nel 2018. La consultazione resterà aperta fino al 5 ottobre.
L’AGCOM non propone un assegno in bianco. Il rinnovo sarebbe accompagnato da obblighi per lo sviluppo del 5G standalone e per la copertura delle aree rurali e montane, delle strade, delle ferrovie e delle gallerie. Sono previsti indicatori di qualità, tre momenti di verifica e campagne di misurazione sul campo. I tre operatori con le maggiori dotazioni di spettro dovrebbero inoltre offrire accesso al quarto operatore e agli operatori virtuali.
Sono condizioni importanti e devono essere riconosciute. È altrettanto reale il rischio di arrivare alla fine del 2029 senza una soluzione. Gli operatori devono poter programmare gli investimenti e i cittadini non possono essere esposti a incertezze sulla continuità dei servizi.
Ma la necessità del rinnovo non ne determina automaticamente il prezzo.
La continuità si garantisce attraverso una decisione ordinata e tempestiva. La gratuità è una scelta economica distinta, non una necessità tecnica.
Il rinnovo dovrebbe servire anche a verificare l’efficienza con cui vengono utilizzate le diverse infrastrutture. Dove una casa, un ufficio o un’impresa dispongono di una connessione in fibra adeguata, è più efficiente che il traffico permanente e stazionario venga trasportato prevalentemente dalla rete fissa, senza occupare stabilmente una capacità radio limitata e condivisa.
Non si tratta di vietare l’uso domestico di una SIM né di mettere in discussione l’FWA nelle aree prive di reti cablate adeguate. Si tratta di utilizzare ogni infrastruttura prevalentemente per la funzione nella quale offre il maggiore beneficio collettivo: la fibra per le postazioni fisse, le frequenze per i servizi prevalentemente mobili.
La terza strada è già stata utilizzata in Italia
Il dibattito viene spesso presentato come una scelta obbligata tra una nuova asta punitiva e il rinnovo gratuito.
Ma l’Italia ha già applicato una terza soluzione.
Nel 2017 lo Stato prorogò fino alla fine del 2029 i diritti nelle bande 900 e 1800 MHz, autorizzando anche il cambio di tecnologia. Non venne organizzata una nuova asta generale, ma la proroga fu onerosa: secondo il Ministero dell’Economia, produsse un incasso di circa 1,9 miliardi di euro.
Lo stesso principio venne applicato alla banda a 2100 MHz. L’AGCOM riconobbe che gli importi relativi alla durata originaria erano già stati corrisposti attraverso le procedure competitive, ma stabilì che un nuovo contributo dovesse decorrere dall’inizio della proroga, con la possibilità di pagarlo annualmente o anticipatamente.
Il principio è semplice:
gli operatori non devono pagare due volte lo stesso periodo. Ma il prezzo versato per utilizzare le frequenze fino al 2029 non acquista automaticamente anche gli anni dal 2030 al 2037.
Non è un secondo balzello sullo stesso diritto. È il corrispettivo per un periodo nuovo.
Anche l’obiezione secondo cui gli operatori versano già contributi annuali va inquadrata correttamente. I contributi amministrativi servono a coprire i costi sostenuti dalle autorità per gestire e controllare autorizzazioni e diritti d’uso. Sono un meccanismo di cost recovery, non il prezzo patrimoniale dello spettro. Separatamente, il Codice europeo consente di imporre corrispettivi per l’utilizzo delle frequenze, purché trasparenti, proporzionati e non discriminatori.
La proroga amministrativa con pagamento non deve quindi essere inventata. È un modello già sperimentato in Italia: continuità industriale, nessuna nuova gara generale e riconoscimento del valore della risorsa pubblica.
Draghi non chiede frequenze gratuite
La replica più seria dell’industria è che ogni euro versato allo Stato rischia di essere un euro sottratto alle reti.
È un argomento che deve essere preso sul serio.
TIM sostiene che il settore italiano abbia sostenuto nel tempo oneri per circa 21 miliardi di euro per le licenze e l’acquisizione dello spettro e ricorda di aver pagato circa 2,4 miliardi nella sola asta del 2018. È la posizione di un operatore interessato, ma descrive un problema reale: oneri eccessivi possono ridurre la capacità di finanziare le infrastrutture.
L’asta del 2018 ne è la dimostrazione. La procedura produsse un incasso di 6,55 miliardi di euro, oltre quattro miliardi in più rispetto al minimo di 2,5 miliardi fissato dalla legge. Fu un risultato eccezionalmente oneroso e non dovrebbe essere replicato.
Ho rappresentato per anni l’industria europea delle telecomunicazioni e conosco bene i danni che possono derivare da aste costruite per massimizzare il gettito. Proprio per questo è necessario distinguere fra un prezzo equo e sostenibile e la cancellazione del valore dello spettro.
Il rapporto Draghi descrive un settore europeo frammentato, con dimensioni e capacità d’investimento insufficienti, e propone una maggiore armonizzazione delle regole e dei meccanismi di assegnazione. Ma non afferma che l’utilizzo esclusivo dello spettro debba essere gratuito. Critica la frammentazione e le procedure incapaci di sostenere gli investimenti, non il principio secondo cui una risorsa pubblica scarsa possiede un valore economico.
Il prezzo può essere contenuto, distribuito lungo gli otto anni e ridotto in cambio di investimenti realmente aggiuntivi.
La scelta non è tra 6,55 miliardi e zero.
Regalare le frequenze significa anche congelare la concorrenza
Il rinnovo integrale fino al 2037 non riguarda soltanto le entrate dello Stato. Riguarda la struttura futura del mercato mobile italiano.
Nel proprio contributo alla precedente consultazione, Iliad sostiene che i diritti interessati rappresentino circa il 66% delle frequenze sotto i 6 GHz oggi nella disponibilità degli operatori mobili e che il procedimento costituisca una rara occasione per ridurre le asimmetrie esistenti. È la posizione di un soggetto direttamente interessato, ma il problema concorrenziale non può essere ignorato.
Rinnovare tutte le assegnazioni significa congelare per altri otto anni l’attuale distribuzione dello spettro. Gli obblighi di accesso proposti dall’AGCOM attenuano il problema, ma utilizzare la capacità o la rete di un concorrente non equivale necessariamente a disporre direttamente delle frequenze.
Una procedura competitiva, anche limitata ad alcuni blocchi, svolge due funzioni: contribuisce a rivelare il valore economico della risorsa e consente a chi dispone di meno spettro di concorrere per acquisirne altro.
La Germania ha adottato un modello intermedio: proroga temporanea di cinque anni per alcune bande, corrispettivo complessivo di 607 milioni di euro, obblighi di copertura e accesso e una successiva procedura competitiva. Ha quindi combinato proroga, pagamento, futura gara e tutela del quarto operatore.
La proposta italiana è più radicale: rinnovo integrale per otto anni e nessuna successiva procedura competitiva già programmata.
Se si rinuncia completamente alla gara, il Governo deve dimostrare sia che il corrispettivo o le contropartite riflettano il valore delle frequenze, sia che il rinnovo non cristallizzi la concorrenza fino al 2037.
Prezzo e concorrenza sono due facce della stessa questione.
Investimenti sì, ma realmente aggiuntivi
Un investimento effettuato da un operatore nella propria rete e un pagamento allo Stato svolgono funzioni economiche differenti.
L’investimento rimane nella disponibilità dell’impresa. Migliora l’infrastruttura, riduce i costi, aumenta la qualità del servizio, accresce il valore aziendale e può generare ricavi futuri.
Il corrispettivo per le frequenze remunera invece la concessione esclusiva e pluriennale di una risorsa appartenente alla collettività.
Gli investimenti possono giustificare uno sconto importante o una rateizzazione lungo tutti gli otto anni. Non possono cancellare automaticamente il valore dello spettro.
Prima di riconoscere qualsiasi sconto deve essere certificata una situazione iniziale: investimenti già previsti nei piani industriali, coperture programmate, qualità attuale delle reti e spese necessarie per rispettare gli obblighi vigenti. Soltanto ciò che va oltre questa base può essere considerato una vera contropartita.
Il principio di calcolo dovrebbe essere semplice e pubblico:
valore indipendente dello spettro – valore certificato degli investimenti realmente aggiuntivi = corrispettivo del rinnovo.
Servono inoltre conseguenze credibili. La revoca delle frequenze è uno strumento estremo. Agli obiettivi non raggiunti dovrebbero corrispondere penali proporzionate e il recupero automatico di una parte dello sconto concesso, lasciando la revoca agli inadempimenti gravi o reiterati.
Il Governo mostri il prezzo
Prima della decisione finale, Governo, MIMIT e MEF dovrebbero pubblicare un documento unico che indichi quanto versano oggi gli operatori per ciascuna banda e a quale titolo, quanto valgono i diritti per il periodo 2030-2037, quali investimenti sono già programmati e quali realmente aggiuntivi, quale sconto viene riconosciuto, quali penali scatteranno in caso di inadempimento e quali misure impediranno il congelamento della concorrenza.
Un rinnovo senza uno specifico nuovo corrispettivo non costituirebbe automaticamente un danno erariale. Ma la rinuncia al valore patrimoniale di una risorsa pubblica deve essere quantificata, motivata e sottoposta agli ordinari controlli contabili. Non può derivare semplicemente dal fatto che nessuno abbia calcolato quel valore.
Negli stessi giorni, il Governo ha potuto ridurre di 17 centesimi al litro, tra accise e IVA, soltanto il prezzo del gasolio e soltanto fino al 6 agosto, con un costo indicato da Giorgetti in circa 125 milioni di euro. Non è un’equivalenza contabile, ma mostra quanto siano limitati gli spazi di bilancio e quanto sia necessario rendere trasparente il valore di una concessione pluriennale.
Le frequenze potrebbero valere quattro miliardi, due miliardi o una cifra inferiore. Ciò che non è accettabile è non saperlo.
La continuità dei servizi deve essere garantita. Le aste punitive devono essere evitate. Gli operatori non devono pagare due volte lo stesso periodo e gli investimenti nel 5G devono essere sostenuti.
Ma gli anni dal 2030 al 2037 sono anni nuovi.
Dopo oltre 11,3 miliardi di affidamenti pubblici per la connettività e il digitale, e dopo più di un miliardo di risorse pubbliche destinate direttamente al collegamento e all’estensione delle infrastrutture mobili, lo Stato non può finanziare le reti, contribuire alla costruzione di nuovi siti, sostenere la domanda e poi concedere anche lo spettro senza mostrarne il valore.
Prima di assegnare alle telco altri otto anni di uso esclusivo, il Governo deve mostrare il prezzo.

