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Sanità. La proposta di legge di Bilancio 2027 fa storcere il naso a quanti hanno a cuore la salute (e non solo)

Franco AnconaFranco AnconaResponsabile sanità, Partito Liberaldemocratico.
| 03/11/2026
Sanità. La proposta di legge di Bilancio 2027 fa storcere il naso a quanti hanno a cuore la salute (e non solo)

La proposta di legge di Bilancio 2027 solleva, tra gli altri, forti dubbi sulla congruità e sulle modalità d’impiego delle risorse destinate alla salute. È un tema che merita di essere affrontato con serietà, evitando le contrapposizioni politiche pregiudiziali, ma anche la tentazione di ridurre tutti i problemi della sanità italiana alla sola disponibilità di maggiori finanziamenti. La manovra prevede di portare il Fondo sanitario nazionale dai 142,9 miliardi di euro del 2026 ai 146,3 miliardi del 2027, con un incremento di 3,4 miliardi, pari al 2,38%. Per valutare la reale consistenza reale di questo incremento occorre considerare l’inflazione.  Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica 2026, approvato dal Governo il 2 ottobre scorso, l’inflazione prevista per il 2027, misurata attraverso l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), è pari al 2,3%. Utilizzando questo indice, l’incremento delle risorse in termini reali si ridurrebbe ad appena lo 0,08%, corrispondente a circa 110 milioni di euro a prezzi costanti. In sostanza, nonostante i 3,4 miliardi aggiuntivi, il finanziamento del Servizio sanitario nazionale rimarrebbe pressoché invariato in termini di potere d’acquisto. Occorre inoltre considerare che i costi specifici della sanità: personale, farmaci, dispositivi medici ecc., potrebbero crescere più rapidamente dell’inflazione generale. Infine, una parte delle risorse aggiuntive è vincolata a specifiche destinazioni e non può essere liberamente utilizzata dalle Regioni per finanziare le attività ordinarie. Sotto questo profilo, le preoccupazioni espresse da più parti meritano attenzione.

C’è poi un’altra questione forse ancora più importante: quali sono le vere priorità della spesa pubblica?  In una situazione caratterizzata da risorse limitate e da vincoli di bilancio stringenti, la moltiplicazione di bonus, agevolazioni e interventi di portata circoscritta rischia di disperdere risorse che potrebbero essere concentrate su obiettivi strategici di maggiore rilevanza. Si tratta di provvedimenti che offrono benefici immediati a specifiche categorie di cittadini, ma non affrontano le cause strutturali dei problemi che intendono risolvere. Tra i tanti bonus di cui non si comprende la ratio, se escludiamo la mera ricerca di consenso elettorale tra gli specifici gruppi di interesse beneficiati, una delle scelte più inspiegabili, contenute nella manovra, riguarda le misure previste per favorire ulteriori forme di pensionamento anticipato, alle quali viene destinato un fondo di 850 milioni di euro. Ogni euro destinato a un intervento rappresenta un euro che non può essere utilizzato per altre finalità.

Occorre domandarsi se il pensionamento anticipato di poche decine di migliaia di persone rappresenti una priorità per un Paese nel quale la spesa pensionistica assorbe già una quota particolarmente elevata delle risorse pubbliche, e in cui il progressivo invecchiamento della popolazione rende sempre più impegnativa la sostenibilità del sistema previdenziale. In presenza di risorse scarse è necessario dare un ordine logico alle priorità del Paese. E la sanità, insieme alla scuola, alla ricerca e agli investimenti produttivi, merita certamente una posizione centrale nella definizione di queste priorità. Tornando al tema sanitario, un esempio di irrazionalità conclamata è rappresentato dal bonus sanitario di 300 euro previsto per gli ultrasettantacinquenni con pensioni fino a 28.000 euro annui, al quale il Governo intende destinare complessivamente 1,6 miliardi di euro. Le prestazioni sanitarie devono rispondere a effettivi bisogni clinici e rispettare criteri di appropriatezza. Occorre domandarsi se un bonus per l’acquisto di prestazioni sanitarie costituisca un modo efficace di utilizzare risorse pubbliche destinate alla salute. In sanità, aumentare il consumo di prestazioni non significa necessariamente migliorare la salute dei cittadini. La politica sanitaria non può essere ridotta all’annuncio di bonus, come per le biciclette, i monopattini e altre amenità ormai passate alla storia, magari con la previsione di un click day. Il bonus destinato all’acquisto di prestazioni sanitarie potrebbe persino incentivare il ricorso a esami e visite non necessari, effettuati semplicemente per utilizzare il contributo disponibile. 

È un problema di efficienza allocativa: distribuire risorse sulla base di criteri prevalentemente anagrafici e reddituali non garantisce che esse raggiungano i cittadini con i maggiori bisogni sanitari. Infine, un tale intervento non affronta le cause strutturali delle difficoltà di accesso alle cure: l’insufficiente capacità produttiva di alcune strutture le inefficienze organizzative e l’inappropriatezza prescrittiva che generano le liste d’attesa. Queste risorse potrebbero produrre maggiori benefici per la collettività se finanziassero progetti di riorganizzazione e razionalizzazione dei servizi sanitari. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il problema del Servizio sanitario nazionale si possa limitare al tema dei finanziamenti. Non conta soltanto quanto spendiamo, ma anche, e soprattutto, come utilizziamo le risorse disponibili. Il dibattito politico si concentra quasi esclusivamente sull’entità del finanziamento, dedicando scarsa attenzione all’organizzazione del sistema, alla produttività delle strutture, all’appropriatezza delle prestazioni e alla qualità dei servizi offerti ai cittadini. Chi ha a cuore la difesa del Servizio sanitario nazionale universalistico, capace di garantire a tutti il diritto alle cure, richiede risorse adeguate, ma soprattutto una profonda razionalizzazione dei modelli organizzativi e gestionali. Uno dei fenomeni più insidiosi che minaccia la qualità del nostro servizio sanitario nazionale è la sua crescente frammentazione. Nel corso degli anni si sono infatti sviluppati ventuno sistemi sanitari fortemente differenziati, uno per ciascuna regione e provincia autonoma: un mosaico eterogeneo di modelli organizzativi, regolamenti e definizioni che spesso sfugge alla comprensione persino degli addetti ai lavori.

La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, ha ulteriormente accentuato questo processo di frammentazione. Da allora le autonomie regionali hanno assunto un ruolo sempre più marcato, generando dinamiche centrifughe che hanno finito per compromettere l’unitarietà del sistema. L’autonomia di cui godono le regioni è tale da rendere sempre più complicata l’applicazione omogenea delle politiche sanitarie su tutto il territorio nazionale. Le differenze di risultato tra le diverse regioni rendono la situazione ancora più allarmante. Sebbene ciascuna riceva una quota del Fondo sanitario nazionale proporzionale alla popolazione assistita, i risultati ottenuti sono così disomogenei da far emergere una nuova forma di disuguaglianza: non più basata sul reddito, ma sulla semplice residenza geografica dell’assistito. L’equità di accesso, principio fondante del servizio sanitario nazionale, risulta quindi compromessa.

Il Titolo V della Costituzione attribuisce infatti competenza concorrente a Stato e regioni in materia sanitaria. Ne consegue che lo Stato si limita a disciplinare e aggiornare i Livelli Essenziali di Assistenza, mentre le regioni legiferano liberamente nei rispettivi territori. Da ciò deriva la necessità di rimettere mano al Titolo V, per rafforzare le competenze nazionali di indirizzo, monitoraggio e introdurre il principio di intervento sostitutivo dello Stato, laddove una regione si riveli incapace di garantire il LEA ai propri cittadini, o non sia in grado di farlo in condizioni di sostenibilità economica (che poi è la stessa cosa).

Occorre tuttavia tenere conto che la gestione dei servizi sanitari necessita comunque di un coordinamento a livello regionale e locale, e riconoscere che alcune regioni hanno sviluppato negli anni modelli virtuosi. La sfida consiste dunque nel conciliare l’esigenza di ricostruire un servizio sanitario omogeneo su base nazionale, salvaguardando e valorizzando le esperienze regionali positive già esistenti.

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