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Il vento che tira su Napoli

Giovanni Di TrapaniGiovanni Di TrapaniRicercatore presso IRISS-CNR
| 29/09/2026
Il vento che tira su Napoli

L’America’s Cup porta nel Golfo molto più di una regata. Può restituire a una città di mare la conoscenza del suo mare e trasformare un grande evento in cultura, competenze e futuro. La vera sfida, però, comincerà quando le barche saranno andate via.

In questi giorni a Napoli ha tirato vento!  Sembra quasi una notizia. È curioso per una città che vive davanti al mare, che dal mare è stata costruita, attraversata, contaminata. Una di quelle città di mare cantate da Eugenio Bennato insieme a Edoardo Bennato nel lontano 1989, nelle quali il mare non è semplicemente un confine geografico, ma una porta aperta sul mondo. Eppure quanti napoletani conoscono davvero il vento? Sappiamo riconoscere lo Scirocco, il Maestrale, il Libeccio? Sappiamo da quale quadrante arrivano, come cambiano il Golfo, perché talvolta increspano appena la superficie e altre volte trasformano completamente il paesaggio? A Napoli esiste persino un piccolo paradosso culturale. Nei vicoli, nelle case e nei cortili, generazioni di bambini sono cresciute ascoltando una raccomandazione familiare: «Spostati da lì, che tira corrente». Il vento è qualcosa dal quale proteggersi. Basta però percorrere poche centinaia di metri e arrivare sul mare perché quella stessa aria diventi un’altra cosa: energia, informazione, direzione, strategia. Lo abbiamo riscoperto nei giorni della Preliminary Regatta dell’America’s Cup, disputata nel Golfo dal 24 al 27 settembre. È stata l’ultima prova ufficiale prima del grande appuntamento del 2027, quando per la prima volta Louis Vuitton Cup e America’s Cup Match si svolgeranno in Italia. E forse proprio il vento può aiutarci a capire cosa stia realmente arrivando a Napoli. Perché il vento possiede una sua straordinaria coerenza: non prende il nome dal luogo verso il quale sta andando, ma da quello dal quale proviene. Lo Scirocco arriva da sud-est, il Maestrale da nord-ovest, il Libeccio da sud-ovest. Per capire il vento bisogna conoscerne l’origine. Forse vale anche per le città. Napoli viene dal mare molto più di quanto la città contemporanea talvolta ricordi. Ed è qui che l’America’s Cup può assumere un significato che supera enormemente quello di una manifestazione sportiva. Naturalmente ci saranno le regate, ci saranno gli AC75 che sembreranno volare davanti al lungomare, sostenuti dai foil e governati da un concentrato impressionante di aerodinamica, fluidodinamica, sensoristica, simulazione e analisi dei dati. Ci saranno i grandi team internazionali, la Louis Vuitton Cup, le competizioni Youth e Women e, dal 10 luglio 2027, il Match che assegnerà il trofeo sportivo internazionale più antico del mondo. Ci saranno turismo, pubblico, comunicazione internazionale e ricadute economiche. Ma fermarsi a questo significherebbe perdere la parte più interessante della storia. La domanda dovrebbe essere un’altra: che cosa resterà quando le barche saranno andate via? È la domanda della legacy. E riguarda soprattutto Bagnoli. L’area che per decenni è stata il simbolo delle difficoltà della riconversione post-industriale ospiterà le basi dei team. Già oggi sono visibili gli hangar e stanno prendendo forma infrastrutture, reti e spazi destinati a sostenere l’evento e la trasformazione dell’area. L’America’s Cup non sostituisce la rigenerazione di Bagnoli: può accelerarne alcuni processi e, soprattutto, accendere su quella trasformazione uno sguardo internazionale.  Ma esiste una legacy ancora più difficile da misurare. È quella che potrebbe nascere nelle scuole, nelle università, nei centri di ricerca, nei circoli velici. Un bambino che impara a distinguere il Maestrale dallo Scirocco. Una classe che utilizza il Golfo come laboratorio per comprendere la fisica. Un ragazzo che osservando un AC75 scopre che dietro una barca ci sono ingegneria, materiali compositi, meteorologia, algoritmi e dati. L’America’s Cup è anche questo: una straordinaria piattaforma di deep tech che galleggia – e oggi addirittura vola – sull’acqua. Per questo la legacy dovrebbe essere progettata, non semplicemente attesa. Educazione al mare, alfabetizzazione meteorologica, sport accessibile, formazione nelle professioni della blue economy, ricerca, monitoraggio ambientale, tecnologie marine, cultura nautica. Il Governo stesso, annunciando l’assegnazione a Napoli, ha indicato tra gli obiettivi l’educazione e l’economia del mare, mentre il programma sportivo attribuisce uno spazio specifico alle nuove generazioni attraverso Youth e Women’s America’s Cup. Grande evento può diventare politica di lungo periodo. Nel 2027 impareremo probabilmente parole che oggi appartengono soprattutto agli appassionati: foil, layline, match race, tack, gybe. Riconosceremo le livree dei team e discuteremo della velocità degli AC75. Ma il successo più importante non sarà misurabile soltanto negli spettatori, nelle presenze turistiche o nell’audience televisiva. Bisognerà tornare a Napoli qualche anno dopo e osservare se qualcosa sarà rimasto. Se Bagnoli avrà continuato la propria trasformazione. Se saranno nate competenze. Se più ragazzi avranno avuto accesso al mare. Se università, ricerca e imprese avranno trasformato quell’esperienza in conoscenza. Se una città affacciata sul Mediterraneo avrà recuperato una parte della propria identità marittima. E magari ascoltare un bambino che, sentendo l’aria arrivare dal Golfo, non dirà semplicemente che «tira vento», ma saprà riconoscerne il nome e la provenienza. Perché il vento insegna una cosa semplice. Per sapere dove possiamo andare, qualche volta bisogna ricordare da dove veniamo, e Napoli viene dal mare.

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