Tra sponsorizzazioni industriali, provider a macchia di leopardo e crediti che premiano poco l’impatto clinico e più la quantità più della qualità, il sistema di formazione continua dei professionisti sanitari è al centro di un cantiere di riforma che si trascina da anni. Il 2026 doveva essere l'anno della svolta.
Ogni medico, infermiere, farmacista, psicologo o altro professionista della sanità iscritto a un Albo lo sa bene: ogni tre anni bisogna fare i conti con l’ECM, l’Educazione Continua in Medicina. Centocinquanta crediti da accumulare in un triennio, pena il rischio – sulla carta – di sanzioni disciplinari e conseguenze sulla propria posizione professionale. Un obbligo che nasce con un’intenzione difficilmente contestabile: garantire che chi cura i cittadini aggiorni costantemente le proprie competenze, in una disciplina che cambia rapidamente e in cui restare fermi significa, di fatto, retrocedere. Ma a distanza di oltre vent’anni dalla sua introduzione, il sistema ECM è oggi additato da più parti – società scientifiche, ordini professionali, singoli clinici e la stessa Commissione nazionale che lo governa – come un meccanismo che ha smarrito parte della sua missione originaria, trasformandosi troppo spesso in un adempimento burocratico da smaltire piuttosto che in un reale volano di aggiornamento professionale.
Il tema è tutt’altro che accademico. Con l’avvio del nuovo triennio 2026-2028 e la contemporanea proroga al 31 dicembre 2028 dell’obbligo relativo al triennio precedente 2023-2025 – disposta con un emendamento al decreto Milleproroghe – il sistema si trova in una fase di transizione delicata, con la Commissione nazionale per la formazione continua (Cnfc) impegnata a portare a compimento entro l’anno un percorso di riforma avviato ormai da tempo. Un’occasione, secondo gli addetti ai lavori, da non sprecare.
Un obbligo che pesa 150 crediti, ma non sempre in modo equo
Il perimetro normativo dell’ECM è fissato dall’articolo 16-ter del decreto legislativo 502/1992 e dall’Accordo Stato-Regioni del 2 febbraio 2017, che ha ridisegnato architettura e regole del sistema. Con la delibera n. 1/2026, approvata il 5 marzo scorso, la Cnfc ha confermato per il triennio 2026-2028 l’obbligo formativo in 150 crediti, mantenendo il sistema di riduzioni, esoneri ed esenzioni già in vigore e riconfermando il ruolo centrale del dossier formativo – individuale o di gruppo – come strumento di programmazione del proprio percorso di aggiornamento. Le federazioni professionali, a partire dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), hanno riattivato per il nuovo ciclo il Dossier formativo di gruppo, che consente un bonus automatico di 30 crediti e, in caso di effettiva coerenza con le aree tematiche indicate, ulteriori 20 crediti da spendere nel triennio successivo.
Sulla carta, un impianto che premia la programmazione e la coerenza tra bisogni formativi e attività svolta. Nella pratica, però, gli osservatori più critici segnalano da tempo una serie di distorsioni che il solo meccanismo del dossier non basta a correggere. Il caso più citato riguarda il rapporto tra crediti e specializzazione: non esiste, ad oggi, alcun meccanismo che leghi in modo stringente l’attribuzione dei crediti alla effettiva pertinenza dell’evento formativo rispetto alla disciplina esercitata dal professionista. Un medico può accumulare crediti partecipando a eventi distanti dal proprio ambito di competenza tanto quanto uno strettamente attinente alla propria specialità, senza che il sistema operi distinzioni di rilievo. Al tempo stesso – è la critica sollevata da più voci del mondo scientifico, un clinico che partecipa da relatore a un congresso internazionale di prima fascia, presentando i risultati della propria ricerca, può paradossalmente veder riconosciuti meno crediti di un collega che si limita a seguire passivamente un evento nazionale non correlato alla propria disciplina. Un disallineamento che, sostengono i critici, finisce per penalizzare proprio i professionisti più attivi sul fronte della produzione scientifica, senza alcun riferimento agli indici bibliometrici di produttività riconosciuti a livello internazionale.
Il nodo mai risolto del conflitto di interessi
Se il tema dell’equità nell’attribuzione dei crediti riguarda la “meccanica” interna del sistema, la questione che negli anni ha attirato più attenzione pubblica resta quella del rapporto tra formazione e industria farmaceutica. In Italia, come nella gran parte dei Paesi occidentali, una quota rilevante dell’offerta ECM è sostenuta economicamente dalle aziende del farmaco e dei dispositivi medici, che possono sponsorizzare eventi formativi in base alla legge 326/2003, ottenendo in cambio benefici fiscali e visibilità per i propri prodotti.
Per arginare il rischio di condizionamento, la Cnfc ha fissato limiti precisi: gli operatori sanitari non possono acquisire più di un terzo dei crediti dell’intero triennio – circa 50 su 150 – attraverso la partecipazione a eventi su invito diretto di aziende sponsor, dovendo conseguire i restanti due terzi tramite iniziative senza reclutamento diretto da parte dell’industria. Ai provider è inoltre vietato trasferire agli sponsor gli elenchi con i nominativi di discenti, docenti e moderatori degli eventi, mentre la determinazione della Commissione del 2010 qualifica come violazioni “molto gravi” – sanzionabili con la revoca dell’accreditamento – il condizionamento dei contenuti da parte delle aziende finanziatrici e la pubblicità di prodotti sanitari negli spazi dedicati alla formazione.
Regole che, tuttavia, non hanno chiuso il dibattito. Restano aperte le domande su quanto sia davvero verificabile, evento per evento, l’assenza di condizionamenti indiretti sui contenuti scientifici, e su quale sia il reale potere di enforcement della Commissione di Garanzia rispetto alle migliaia di eventi accreditati ogni anno sull’intero territorio nazionale. Il Comitato di Garanzia, che ha il compito di tutelare l’indipendenza dei contenuti formativi, ha proseguito nel corso del 2025 la propria attività di verifica sui provider, approfondendo temi quali le attività extra-ECM svolte dagli enti accreditati, il ruolo del responsabile scientifico e la conformità delle clausole contrattuali con gli sponsor. Un lavoro che la stessa Cnfc, nella relazione annuale sullo stato di attuazione del programma, considera tuttora in fase di consolidamento.
Provider a macchia di leopardo e la deriva della FAD
Il secondo grande fronte critico riguarda l’eterogeneità qualitativa dei provider accreditati, gli enti – società scientifiche, aziende, editori, strutture sanitarie – abilitati a erogare formazione con riconoscimento di crediti. Il sistema italiano conta migliaia di provider, con requisiti di ingresso e meccanismi di controllo che nel tempo si sono rivelati non sempre sufficienti a garantire standard omogenei. La scarsa trasparenza sulle credenziali scientifiche di alcuni enti accreditati è un tema più volte richiamato dagli osservatori del settore, così come la difficoltà di verificare in modo sistematico, per ciascun evento, il rispetto effettivo dei requisiti di qualità su obiettivi formativi, metodologie didattiche e bibliografia di riferimento.
A complicare il quadro si è aggiunta, negli ultimi anni, la crescita esponenziale della formazione a distanza (FAD), che ha reso più agevole l’accesso ai crediti ma ha alimentato al contempo il fenomeno – denunciato da tempo da larga parte della professione – dei cosiddetti “crediti facili”: corsi online percepiti come poco più che un adempimento da smaltire in fretta, con test finali dal contenuto valutativo modesto e una scarsa capacità di incidere realmente sulle competenze cliniche. Un modello che rischia di ribaltare la gerarchia delle priorità: non più la qualità dell’apprendimento, ma la velocità con cui si raggiunge la soglia dei crediti richiesti.
Proprio per rispondere a queste criticità, la Cnfc ha avviato nel 2025, attraverso l’Osservatorio nazionale per la qualità della formazione continua, una sperimentazione sulle schede di qualità e sulla comunicazione della bibliografia scientifica alla base degli eventi ECM. La fase sperimentale, conclusa il 31 dicembre 2025, è stata resa strutturale ma – ed è qui il punto debole segnalato da chi chiede una riforma più incisiva – rimane facoltativa su base nazionale, non un requisito obbligatorio per l’accreditamento.
Il questionario ai professionisti e la fotografia del malcontento
Per provare a mappare in modo sistematico la percezione del sistema da parte di chi vi è sottoposto, la Cnfc ha promosso, tramite Agenas, un questionario anonimo rivolto a tutti i professionisti sanitari destinatari dell’obbligo formativo, con l’obiettivo dichiarato di rilevare punti di forza, criticità riscontrate negli ultimi trienni e aspettative sull’evoluzione futura della formazione continua. Il termine per la compilazione, inizialmente più ravvicinato, è stato prorogato dalla stessa Commissione fino al 31 maggio 2026, segno di un’adesione che l’organismo ha ritenuto opportuno sollecitare ulteriormente. I risultati di questa indagine sono attesi come uno degli elementi di base su cui costruire le proposte operative di riforma nel corso dell’anno.
I numeri del sistema
Per comprendere la portata del tema conviene ricordare l’ordine di grandezza in cui si muove il sistema ECM. L’obbligo formativo riguarda l’intero universo dei professionisti sanitari iscritti agli Albi – medici, odontoiatri, farmacisti, infermieri, psicologi, tecnici sanitari e le altre professioni regolamentate – per un bacino complessivo di alcune centinaia di migliaia di persone tenute, ognuna, a raggiungere 150 crediti in un triennio. Dietro questo numero si muove un’infrastruttura fatta di migliaia di provider accreditati su base regionale o nazionale, decine di migliaia di eventi formativi erogati ogni anno tra convegni, corsi residenziali, formazione sul campo e, in misura crescente, moduli a distanza. È un mercato, prima ancora che un sistema regolatorio: un mercato in cui si intrecciano interessi legittimi – quelli delle società scientifiche e degli enti di ricerca che investono nella qualità dei propri percorsi – e interessi commerciali, quelli delle aziende del farmaco e dei dispositivi medici che nella sponsorizzazione degli eventi trovano da tempo un canale di visibilità e di relazione con la classe medica.
È proprio questa duplice natura – strumento di garanzia della qualità delle cure da un lato, mercato regolamentato dall’altro – a rendere la riforma dell’ECM un esercizio di equilibrismo. Anche se le aziende sanitarie pubbliche devono destinare almeno l’1% del monte salari del personale del comparto alla formazione (obbligo previsto dal CCNL, in particolare dagli articoli 53-54-55 del contratto collettivo del comparto sanità) che vale circa 450 milioni di euro (il personale del SSN costa circa 45 miliardi di euro all’anno e costituisce la principale voce di spesa della sanità pubblica italiana), anche se si tratta quindi di circa 450 milioni di euro destinati alla formazione degli operatori sanitari pubblici, sembra che intervenire in modo troppo restrittivo sul fronte delle sponsorizzazioni rischierebbe di ridurre le risorse disponibili per l’offerta formativa, mentre intervenire in modo troppo permissivo, al contrario, alimenterebbe le critiche di chi denuncia un condizionamento sempre più pervasivo dei contenuti scientifici da parte dell’industria. Non stupisce che il dibattito, ormai da un ventennio, non sia mai riuscito a trovare un punto di equilibrio ritenuto soddisfacente da tutte le parti in causa.
Uno sguardo oltre confine
Il confronto con altri sistemi sanitari europei aiuta a inquadrare le peculiarità del modello italiano. In diversi Paesi, a partire dal Regno Unito, la formazione continua dei medici è più strettamente integrata nei processi di revalidation, con una valutazione periodica delle competenze che va oltre il semplice accumulo di crediti formativi e che prevede il coinvolgimento diretto dei colleghi e dei responsabili clinici nella verifica dell’idoneità professionale. In Francia il sistema di sviluppo professionale continuo (DPC) lega più esplicitamente la formazione a percorsi certificati e a una logica di miglioramento delle pratiche cliniche, con un ruolo di regia pubblica più marcato rispetto alla frammentazione dei provider che caratterizza il caso italiano. Nessuno di questi modelli è naturalmente esente da criticità proprie, ma il confronto suggerisce che la strada di una valutazione più sostanziale delle competenze, e non solo formale del numero di ore o crediti accumulati, è una direzione che diversi sistemi sanitari avanzati stanno esplorando con maggiore convinzione rispetto all’Italia.
Cosa prevede il Programma nazionale ECM 2026
È in questo contesto che si inserisce il Programma nazionale ECM per il 2026, approvato dalla Cnfc in coerenza con la programmazione triennale 2023-2025 e pubblicato da Agenas. Il documento individua alcuni assi di intervento prioritari, pensati per superare le criticità sistemiche più volte segnalate: l’aggiornamento delle tipologie formative e dei criteri di attribuzione dei crediti, con l’obiettivo di rendere l’offerta formativa più coerente con i reali bisogni del sistema sanitario e con lo sviluppo delle competenze dei professionisti; il rafforzamento dei meccanismi di garanzia della qualità, attraverso il potenziamento del monitoraggio degli eventi e delle verifiche sui provider; e la promozione di un più ampio ed effettivo diritto alla formazione per tutte le categorie di professionisti sanitari, superando le disparità di accesso che ancora oggi penalizzano alcune figure rispetto ad altre.
Il piano operativo per tradurre questi obiettivi in regole concrete coinvolge, oltre alla Commissione stessa, i suoi organismi ausiliari: il Comitato tecnico delle Regioni e un apposito gruppo di lavoro dedicato specificamente alla riforma del sistema ECM. Nel corso del 2026 questi organismi dovranno elaborare le proposte operative di dettaglio, che saranno poi sottoposte all’esame e alla delibera della Commissione nazionale. Un percorso che, secondo quanto indicato dal Programma, dovrebbe portare a compimento entro l’anno la riforma già avviata negli anni precedenti – una tempistica che diversi operatori del settore accolgono con un misto di attenzione e cautela, avendo visto in passato più di un rinvio.
Le richieste delle professioni: valorizzare la ricerca, meno burocrazia
Sul fronte delle rappresentanze professionali, la posizione della Fnomceo – espressa anche in sede di audizione parlamentare sul disegno di legge delega per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera – è netta: la riorganizzazione del sistema ECM deve accompagnarsi a una maggiore valorizzazione dell’aggiornamento scientifico e professionale dei medici, superando una logica puramente adempimentale. Nello stesso disegno di legge, attualmente all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera con relativi emendamenti di maggioranza, la riforma dell’ECM compare accanto ad altri interventi sulle professioni sanitarie – dalla libera professione “diffusa” per medici e infermieri alla stabilizzazione di alcune figure professionali, fino all’introduzione di riferimenti all’intelligenza artificiale in ambito clinico – a testimonianza di come il tema della formazione continua sia ormai stabilmente inserito nell’agenda più ampia di riforma del Servizio sanitario nazionale.
Sul versante infermieristico, la Fondazione nazionale degli infermieri ha salutato la proroga al 2028 dell’obbligo relativo al triennio 2023-2025 come un primo, concreto segnale di attenzione verso le difficoltà operative delle professioni sanitarie, definendolo un passo – seppur parziale – nella direzione della riforma complessiva del sistema. Una lettura che riflette una preoccupazione condivisa da più categorie professionali: il rischio che l’obbligo formativo, per come oggi strutturato, finisca per gravare in modo sproporzionato su chi lavora già in condizioni di carenza di personale e di pressione assistenziale crescente, senza che il sistema offra strumenti realmente accessibili per conciliare l’attività clinica quotidiana con il tempo necessario a una formazione di qualità.
I nodi ancora aperti
Al netto degli obiettivi dichiarati nel Programma nazionale 2026, restano sul tavolo alcune questioni di fondo che la sola attività di programmazione istituzionale non basta a sciogliere. Il primo riguarda la governance stessa del sistema: la sovrapposizione di competenze tra Cnfc, Comitato tecnico delle Regioni, Agenas e organismi ausiliari rende il processo decisionale articolato e, secondo alcuni critici, non sempre tempestivo rispetto alla velocità con cui cambiano le esigenze formative delle professioni sanitarie. Il secondo nodo è quello, già ricordato, del rapporto tra crediti e reale valore formativo: finché il sistema non introdurrà meccanismi più stringenti di valutazione qualitativa – oggi ancora su base sperimentale e facoltativa – il rischio è che la riforma intervenga sulla cornice normativa senza incidere realmente sulla sostanza dell’offerta formativa. Il terzo riguarda il conflitto di interessi: le regole sul tetto di reclutamento diretto da parte degli sponsor esistono da tempo, ma la loro effettiva capacità di neutralizzare condizionamenti più sottili sui contenuti scientifici resta un tema su cui la comunità professionale continua a interrogarsi.
Infine, c’è la variabile del tempo. La storia recente dell’ECM è costellata di proroghe – l’ultima delle quali sposta al 2028 l’assolvimento dell’obbligo relativo a un triennio già chiuso da tempo – che se da un lato rispondono a comprensibili difficoltà operative dei professionisti, dall’altro rischiano di alimentare la percezione di un sistema cronicamente in transizione, mai definitivamente riformato. La sfida per la Commissione nazionale, nel 2026, sarà proprio quella di trasformare un percorso di riforma annunciato da anni in regole operative stabili, capaci di restituire all’ECM la sua funzione originaria: non un adempimento da certificare, ma uno strumento reale di crescita professionale al servizio della qualità delle cure.
Il banco di prova dei prossimi mesi
Nei prossimi mesi il confronto tra i diversi organismi coinvolti nella riforma – il gruppo di lavoro dedicato, il Comitato tecnico delle Regioni, le federazioni professionali e il Ministero della Salute, chiamato dalle stesse rappresentanze mediche a esercitare un ruolo di indirizzo più incisivo – dovrà misurarsi con scelte tutt’altro che semplici da conciliare. Da un lato la necessità di alzare l’asticella della qualità, rendendo strutturali e non più facoltativi gli strumenti di valutazione degli eventi formativi già sperimentati; dall’altro l’esigenza di non appesantire ulteriormente un sistema che i professionisti sanitari percepiscono già, in larga parte, come un carico aggiuntivo rispetto a un’attività clinica quotidiana sempre più gravata da carenze di personale e liste d’attesa in crescita. Un equilibrio che il questionario promosso da Agenas e dalla Cnfc, con le sue evidenze raccolte direttamente dalla voce dei professionisti, dovrebbe contribuire a definire con maggiore precisione.
Resta, sullo sfondo, la domanda di fondo che accompagna il dibattito sull’ECM fin dalla sua istituzione: se davvero l’obiettivo sia garantire un aggiornamento professionale di qualità, il sistema di misurazione — il conteggio dei crediti — può continuare a essere il principale strumento di verifica, oppure occorre spostare l’attenzione verso una valutazione più sostanziale delle competenze effettivamente acquisite? È una domanda che nessuno dei documenti di programmazione finora pubblicati ha ancora affrontato in modo compiuto, ma che con ogni probabilità tornerà al centro del dibattito non appena le proposte operative del gruppo di lavoro sulla riforma dell’ECM approderanno, come previsto, al tavolo della Commissione nazionale.

