Immaginate di entrare in un ristorante, ordinare, aspettare, e alla fine pagare il conto per intero senza aver mangiato. Vi dicono che il piatto è stato preparato, che è uscito dalla cucina, che il cameriere è passato vicino al vostro tavolo. Vi dicono perfino che siete stati serviti. Ma davanti a voi il piatto non è mai arrivato.
Ecco: questo è il Piano Italia a 1 Giga, 3,65 miliardi di euro del PNRR per portare la fibra dove il mercato da solo non arriva. Sulla carta faceva poco più di cinquecento euro di contributo pubblico per ogni casa da collegare: tenete a mente questa cifra, perché non è andata così, e la sorpresa ve la mostro alla fine. Il punto che quasi nessuno spiega, perché richiede di leggere le carte invece dei comunicati, è che una casa collegata e una casa raggiunta non sono la stessa cosa. Nelle regole di questa gara un civico che si trova a meno di cinquanta metri da una rete idonea, o da un altro civico collegato o da collegare, è considerato coperto e quindi escluso dal finanziamento pubblico: la fibra che passa a quarantanove metri dal vostro portone vi cancella dalla lista di chi ha diritto ai soldi, anche se in casa non entra un solo filo. Non basta: una legge dell’aprile 2024 consente agli operatori aggiudicatari di adempiere agli obblighi collegando i cosiddetti civici di prossimità, cioè indirizzi vicini a quelli che si erano impegnati a servire. L’indirizzo scomodo si sostituisce con quello comodo lì accanto, e il conteggio torna. È come se il cameriere, per fare prima e non affaticarsi, la vostra bistecca la servisse a un tavolo più vicino: il piatto risulta consegnato, la cucina è in pari con gli ordini, e voi restate a guardare gli altri mangiare. E chi certifica quanti ne sono stati fatti? Il portale pubblico Connetti Italia lo scrive nero su bianco: i dati di avanzamento sono dichiarati dai beneficiari. Dichiarati da chi doveva realizzarli. Vi sembra un sistema di controllo, questo? Perché a me sembra un’autocertificazione con tre miliardi e mezzo di soldi pubblici sopra. Il tutto poggiando su una mappatura di partenza che si è rivelata sbagliata in modo clamoroso: il 43% dei numeri civici assegnati a Open Fiber non esisteva, e nei lotti di FiberCop si è arrivati al 54%. Più di uno su due. Perché lo Stato italiano — e già questo dovrebbe farci riflettere — non possiede un elenco affidabile degli indirizzi in cui vivono i suoi cittadini. Adesso i numeri. Il 30 giugno 2026 era la data entro cui tutto doveva essere finito, ed è passata da un mese senza che nessuno se ne accorgesse: pochi giorni dopo la scadenza i civici collegati risultavano 2.176.858, il 61,4% del target, con 920.364 ancora da collegare. Un quarto abbondante del piano resta indietro, con i soldi già stanziati. Ma la parte più istruttiva non è il ritardo: è che mentre l’obiettivo si allontanava, l’obiettivo veniva riscritto. Fermatevi un attimo su questa sequenza.
Open Fiber si era aggiudicata otto lotti per 1,8 miliardi e circa 3,9 milioni di civici; poi la platea scese a 2,2 milioni per via dei civici inesistenti; poi Open Fiber ne dichiarò 707.092 non collegabili entro la scadenza; poi, a settembre 2025, il Governo utilizzò circa 700 milioni di economie per programmare due nuovi piani con l’orizzonte spostato al 2030. Agli ultimi quarantamila civici, giudicati irraggiungibili con tecnologie terrestri, il sottosegretario Butti destinò un voucher da 1.300 euro per un abbonamento satellitare, con un tetto complessivo di cinquanta milioni. È passato quasi un anno e di quel voucher non risulta ancora pubblicata la gara: quando arriverà, l’unico operatore consumer davvero pronto a incassarlo in Italia sarà con ogni probabilità Starlink di Elon Musk. Un piano nazionale per la fibra che, in fondo alla fila, si trasforma in un abbonamento a un satellite straniero: la connessione delle famiglie più isolate d’Italia finisce appesa a una costellazione che non controlliamo e a un canone che pagheranno da sole per sempre. Avete visto il meccanismo? Quando il traguardo diventa irraggiungibile non si sanziona chi doveva raggiungerlo: si sposta il traguardo. E attenzione, ogni singola modifica può anche essere stata motivata: i civici inesistenti c’erano davvero, le difficoltà di cantiere pure. Ma proprio per questo gli italiani hanno il diritto di sapere chi l’ha proposta, chi l’ha approvata, su quali analisi tecniche si è basata e quali effetti ha avuto sul raggiungimento degli obiettivi originari. La domanda vera, allora, non è se Open Fiber abbia fallito, ma come potremmo saperlo, visto che il metro di misura è stato riscritto più volte da chi avrebbe dovuto usarlo per giudicare. Volete la beffa finale? Sta tutta in un verbo. Nel bilancio 2025 Open Fiber dichiara di aver connesso circa 17 milioni di unità immobiliari in fibra; Milano Finanza, riportando lo stesso identico dato, scrive raggiunto. Chi ha ragione? Lo standard internazionale del settore non lascia margini: una casa raggiunta è una casa davanti alla quale la fibra passa e che potrebbe essere allacciata, una casa connessa è una casa in cui il servizio si accende senza altri lavori. Il numero che chiude ogni discussione lo fornisce l’AGCOM: a dicembre 2025 tutte le linee FTTH attive in Italia — di ogni operatore, tutti insieme — erano 7,01 milioni. Open Fiber da sola ne dichiara diciassette: quasi due volte e mezza l’intero parco clienti in fibra del Paese. Delle due l’una: o i conti non tornano, o quel verbo significa un’altra cosa — e lo sa bene la stessa Open Fiber che in un comunicato precedente distingueva con precisione chirurgica quattordici milioni e mezzo di unità immobiliari connesse da due milioni di utenti finali attivati. I clienti veri, oggi, sono 3,9 milioni su diciassette milioni dichiarati: il ventidue per cento, quattro case su cinque sfiorate e nient’altro. Ricordate i cinquecento euro per casa da cui eravamo partiti? Ecco la sorpresa: gli undici miliardi e ottocento milioni investiti da Open Fiber, divisi per i clienti che effettivamente navigano, fanno circa tremila euro a cliente. I due numeri non hanno lo stesso perimetro — il primo è il contributo pubblico del solo Piano Italia a 1 Giga, il secondo l’investimento complessivo dell’azienda su tutte le sue reti — ma l’ordine di grandezza racconta tutto quello che c’è da sapere. E il resto del bilancio lo dice senza giri di parole: risultato netto meno 336,7 milioni, posizione finanziaria netta 6,84 miliardi — cioè quasi sette miliardi di debito residuo a fronte di 798 milioni di ricavi annui — e cassa positiva promessa non prima del 2028. E il ritorno su tutto questo? Negativo. Un’infrastruttura che al ritmo attuale si ripagherebbe in ventinove anni, cioè quando sarà già da sostituire, con un debito pari a sedici volte e mezzo il margine operativo. Non è un investimento lento: è un investimento che, finché quattro case su cinque restano sfiorate e basta, non torna. Non chiedo di punire nessuno.
Chiedo tre cose che in qualunque azienda seria sarebbero ovvie: che chi ha assunto impegni industriali risponda di quegli impegni; che chi doveva controllare mostri i controlli, invece di accontentarsi di quello che gli viene dichiarato; e che si smetta di chiamare collegata una casa che è soltanto stata sfiorata. Perché finché il piatto resta in cucina, alla Trattoria La Fibra d’Oro il conto lo abbiamo pagato lo stesso, e continuiamo a chiamarlo cena. Altrimenti mi sembra di ritrovarmi al liceo, quando la mia professoressa di matematica, persasi nella risoluzione di un’equazione, a un certo punto si arrese e disse: vabbè, facciamo che viene. È esattamente quello che sta succedendo qui, con due differenze: in quell’aula a rimetterci era solo la mia pazienza, mentre qui ci sono tre miliardi e mezzo di euro pubblici e novecentomila famiglie che aspettano ancora. E la professoressa, almeno, l’errore lo aveva ammesso davanti a tutti.

