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	<title>Società Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Società Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<item>
		<title>Non chiedetemi se l’ha scritto l’IA. Chiedetemi se lo firmo</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/non-chiedetemi-se-lha-scritto-lia-chiedetemi-se-lo-firmo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 14:39:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/10/Unknown.avif" type="image/jpeg" />L’intelligenza artificiale sta diventando un’infrastruttura invisibile del lavoro cognitivo. La questione decisiva non sarà più stabilire chi abbia materialmente prodotto una frase, ma chi sia in grado di comprenderla, verificarla e assumersene la responsabilità. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/non-chiedetemi-se-lha-scritto-lia-chiedetemi-se-lo-firmo/">Non chiedetemi se l’ha scritto l’IA. Chiedetemi se lo firmo</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/10/Unknown.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">L’intelligenza artificiale sta modificando la scrittura prima ancora di modificarne il prodotto. Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi su una domanda destinata, probabilmente, a invecchiare rapidamente: «<em>Questo testo è stato scritto con l’IA?</em>». È comprensibile nella fase di transizione, ma rischia di descrivere male ciò che sta accadendo. L’IA generativa non è più soltanto un’applicazione separata: tende a diventare una componente incorporata nei software di produttività, nei motori di ricerca, nei browser e negli ambienti di lavoro. In prospettiva, sarà sempre più difficile individuare il punto esatto nel quale comincia il suo intervento e termina quello dell’utente.<br>È già accaduto con Internet. Trent’anni fa aveva senso distinguere una ricerca svolta “in rete” da una ricerca tradizionale. Oggi nessuno specifica di aver utilizzato Internet per scrivere un articolo: ciò che conta è la qualità delle fonti, la correttezza dei dati, la coerenza del ragionamento. La rete è divenuta infrastruttura della conoscenza. L’IA sembra seguire una traiettoria analoga, con una differenza decisiva: non amplia soltanto l’accesso alle informazioni, ma partecipa alla loro organizzazione linguistica e, talvolta, alla costruzione delle inferenze.<br>La questione centrale, quindi, non è tecnologica ma epistemologica. Che cosa significa essere autori quando una macchina può suggerire una struttura, sintetizzare una fonte, proporre un’obiezione o generare una prima versione di un testo? La risposta non sta nel misurare quante parole siano state materialmente digitate dall’essere umano. Sta nel verificare dove risiedano controllo, giudizio e responsabilità. La comunità scientifica sta già adottando questa impostazione. <em>L’International Committee of Medical Journal Editors</em> esclude che un sistema di IA possa essere considerato autore perché non può assumere responsabilità per accuratezza, integrità e originalità del lavoro: la responsabilità del materiale prodotto con strumenti di IA rimane umana. Analogamente, le politiche editoriali di <em>Nature</em> pongono l’accountability umana come principio non trasferibile: l’IA può assistere il lavoro scientifico, ma non può sostituire il giudizio dello studioso né rispondere delle conclusioni raggiunte. Anche il diritto europeo offre un’indicazione significativa. L’articolo 50 del Regolamento (UE) 2024/1689, l&#8217;<strong>AI Act</strong>, disciplina i contenuti generati o manipolati artificialmente e, dal 2 agosto 2026, rende applicabili specifici obblighi di trasparenza. Per i testi destinati a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, lo stesso articolo prevede che l’obbligo di dichiararne la generazione o manipolazione artificiale non operi, nella specifica fattispecie prevista dalla norma, quando il contenuto sia stato sottoposto a revisione umana o controllo editoriale e una persona fisica o giuridica ne mantenga la responsabilità editoriale.<br>È un passaggio concettualmente rilevante. Non significa che la trasparenza diventi superflua. Al contrario, significa distinguere la semplice generazione automatica da un contenuto sottoposto a un effettivo governo umano. Potremmo chiamare questa capacità sovranità autoriale. Un autore conserva sovranità non quando rifiuta gli strumenti, ma quando rimane capace di ricostruire e giustificare il proprio percorso: sa perché sostiene una tesi, conosce l’origine dei dati, verifica le citazioni, riconosce le incertezze, comprende le obiezioni e può rispondere delle conclusioni. La firma, in questa prospettiva, non certifica più soltanto la materialità della scrittura. Certifica soprattutto l’assunzione di una responsabilità intellettuale.<br>Il rischio vero, dunque, non è che l’IA scriva troppo. È che l’essere umano controlli troppo poco. Un testo formalmente impeccabile ma non compreso da chi lo sottoscrive è epistemicamente fragile, indipendentemente dallo strumento con cui è stato prodotto. Al contrario, un impiego criticamente governato dell’intelligenza artificiale può sostenere ricerca, confronto, verifica e revisione senza dissolvere l’autorialità, purché non venga delegato il giudizio finale.<br>Fra qualche anno potremmo quindi smettere di chiederci se un testo sia stato scritto «con l’IA», così come oggi non ci domandiamo se sia stato scritto «con Internet». Resteranno domande più difficili: le fonti sono verificabili? Il ragionamento regge? L’autore comprende davvero ciò che sostiene? È disposto a risponderne? Se sì, lo firmi. Perché nell’epoca in cui le macchine possono produrre parole in quantità pressoché illimitata, il valore della firma non diminuisce: <em>aumenta</em>! </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/non-chiedetemi-se-lha-scritto-lia-chiedetemi-se-lo-firmo/">Non chiedetemi se l’ha scritto l’IA. Chiedetemi se lo firmo</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Una delle fabbriche di lenti più avanzate del mondo è tedesca. E sta in Cina</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/ottica-tedesca-cina-shenzhen-hub/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 08:32:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.italianelfuturo.com/?p=58607</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/10/a9c0e55d-41e2-4e47-9705-012d4ca1658b-1.png" type="image/jpeg" />Zeiss, SCHOTT e altri gruppi tedeschi hanno scelto di essere presenti dove ottica, materiali, chip e intelligenza artificiale incontrano la grande industria dell'occhiale. Per l'Europa è il momento di andare a vedere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/ottica-tedesca-cina-shenzhen-hub/">Una delle fabbriche di lenti più avanzate del mondo è tedesca. E sta in Cina</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/10/a9c0e55d-41e2-4e47-9705-012d4ca1658b-1.png" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">A gennaio lo stabilimento <strong>Zeiss Vision Care</strong> di Guangzhou è entrato nella <strong>Global Lighthouse Network del World Economic Forum</strong>, la rete che riunisce gli impianti industriali considerati un modello mondiale, primo nel settore delle lenti. Uno dei riferimenti globali per la produzione di lenti oggi è tedesco, e si trova nel Guangdong, a meno di un&#8217;ora di treno da Shenzhen. A settembre un altro grande gruppo tedesco, <strong>SCHOTT</strong>, ha scelto proprio Shenzhen e la <strong>China International Optoelectronic Exposition </strong>per presentare <strong>RealView 2.0 lightweight,</strong> un nuovo vetro ottico per le lenti degli occhiali intelligenti. Non Monaco, non Francoforte: Shenzhen. Non sono episodi isolati. Sono i segnali più visibili di una scelta che l&#8217;industria tedesca dell&#8217;ottica sta portando avanti da anni, con metodo e senza clamore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La capitale che non ti aspetti</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In Europa Shenzhen è nota per <strong>BYD</strong>, <strong>Tencent</strong>, i droni, le batterie e la robotica. Molto meno noto è che ospita uno dei maggiori distretti mondiali dell&#8217;occhiale. Secondo il governo del distretto, Longgang produce ogni anno 125 milioni di paia di occhiali di fascia medio-alta, oltre metà del mercato mondiale di quel segmento, con circa 1.500 imprese del settore, di cui circa 1.000 produttori. Intorno a queste fabbriche è cresciuta una seconda industria: semiconduttori, microdisplay, fotonica, sensori, batterie, intelligenza artificiale. E la città sta deliberatamente unendo le due filiere. A giugno la quarta <strong>Shenzhen International Optics Fair</strong> e la <strong>Global AI Glasses Expo</strong> si sono aperte insieme, e pochi giorni prima il distretto di Bao&#8217;an aveva varato misure dedicate alla ricerca su chip, guide d&#8217;onda ottiche, moduli microdisplay, sensori ad alta precisione e batterie per occhiali intelligenti. È proprio nel punto d&#8217;incontro tra queste due filiere che alcuni dei principali gruppi tecnologici tedeschi hanno scelto di posizionarsi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Zeiss: la Cina come laboratorio per il mondo</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Zeiss</strong> è il nome tedesco più vicino al mondo delle lenti oftalmiche, e la sua scelta è netta. Il gruppo dichiara di avere in Cina un hub di innovazione pensato non solo per il mercato cinese ma per il resto del mondo, fondato su produzione intelligente, ricerca localizzata e collaborazione con l&#8217;ecosistema locale. Nel 2025 <strong>Zeiss</strong> è entrata in Cina nel mercato degli occhiali intelligenti e della realtà aumentata e mista, annunciando investimenti significativi. Alla fiera dell&#8217;ottica di Shanghai di marzo ha aperto il suo primo padiglione autonomo, presentando occhiali intelligenti sviluppati con partner tecnologici cinesi come <strong>RayNeo, Qwen e Quark.</strong> Già a fine 2025 aveva stretto una collaborazione con la casa automobilistica Li Auto per i suoi nuovi occhiali AI. La stessa presenza serve le lenti per la miopia, gli occhiali da sole e gli occhiali intelligenti. Per Zeiss la Cina non è una scommessa sulla tecnologia: è il luogo dove l&#8217;occhiale, tradizionale e intelligente, viene reinventato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>SCHOTT: dalla lente leggera alla lente intelligente</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SCHOTT</strong> conosce il valore dei materiali nell&#8217;occhiale meglio di chiunque. Fu una sua ricercatrice, Marga Faulstich, a inventare quasi cinquant&#8217;anni fa la prima lente leggera per occhiali, da cui è nata la generazione di lenti oggi standard. La stessa azienda sta costruendo la lente di domani. Il nuovo vetro raggiunge un indice di rifrazione di 2,0 con una densità inferiore a 4 g/cm³, uno dei nodi chiave della nuova generazione di occhiali: più funzioni senza più peso. Il vetro viene prodotto a Mainz e lavorato in wafer in Asia: il cuore della competenza resta in Germania, la lavorazione si avvicina a chi industrializza. SCHOTT produce già le guide d&#8217;onda dei Meta Ray-Ban Display, in Malesia. Ma è la strategia a impressionare. Il CEO Torsten Derr punta ad almeno raddoppiare il ritmo di crescita in Cina, uno dei tre primi mercati del gruppo, con una logica &#8220;local-for-local&#8221;: più investimenti produttivi, più ricerca e sviluppo sul posto, più autonomia ai circa mille dipendenti cinesi. SCHOTT ha presentato a Pechino una gamma completa di soluzioni ottiche per la realtà aumentata e sta ampliando il proprio centro tecnologico AR a Suzhou, convinta che entro tre anni la Cina diventerà una grande base produttiva del settore. L&#8217;obiettivo dichiarato è unire la precisione europea alla velocità cinese. Non solo: SCHOTT ha costituito una joint venture con le cinesi Crystal-Optech e <a href="http://t.best/">T.Best</a>, che combina i propri materiali ottici con le competenze di lavorazione e coating dei partner.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Infineon e gli altri</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il movimento non riguarda solo l&#8217;ottica. Il 7 settembre, alla conferenza mondiale sulla filiera degli occhiali AI organizzata a Bao&#8217;an, tra le aziende di punta presenti c&#8217;era anche Infineon, il colosso tedesco dei semiconduttori. Lenti, materiali, chip: su più anelli della nuova catena del valore si incontrano già imprese tedesche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una lezione amara</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutte le storie tedesche finiscono bene. <strong>OQmented,</strong> giovane azienda specializzata in microspecchi per proiettare immagini negli occhiali intelligenti, aveva una tecnologia d&#8217;avanguardia, ma dopo due insolvenze in nove mesi brevetti e squadra sono passati al giapponese <strong>TDK.</strong> Possedere una buona tecnologia non garantisce di controllarne l&#8217;industrializzazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Non riguarda solo gli smart glasses</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe un errore pensare che tutto questo interessi solo chi produce occhiali elettronici. Gli smart glasses stanno attirando investimenti enormi su vetri ad alto indice, polimeri più leggeri e resistenti, coating più performanti, nuovi processi produttivi. Sono innovazioni destinate a entrare anche nelle lenti e nelle montature tradizionali, come accadde cinquant&#8217;anni fa con la lente leggera di <strong>SCHOTT</strong>. E la fabbrica <strong>Zeiss</strong> di Guangzhou lo dimostra nel modo più concreto: un modello mondiale nella produzione di lenti è nato proprio dentro questo ecosistema. Per chi fa occhiali, la tecnologia non è un settore a parte: è il prossimo materiale, e il prossimo modo di produrre.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il metodo tedesco</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il modello è chiaro. Tenere in casa il cuore tecnologico, ma stare fisicamente dove la filiera si forma. Investire, aprire centri di ricerca, stringere joint venture, presentare i prodotti nelle fiere cinesi, scegliere i partner prima che lo facciano altri. Non è ingenuità né resa: è il modo con cui questi gruppi proteggono il proprio vantaggio. Chi è presente decide con chi lavorare e cosa condividere. Chi resta fuori scopre le scelte quando sono già state fatte.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Andare a vedere</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">In pochi giorni è possibile attraversare l&#8217;intera nuova filiera: il distretto dell&#8217;occhiale di Longgang, le aziende di fotonica e microdisplay di <strong>Nanshan e Bao&#8217;an</strong>, i fornitori di nuovi materiali, la capacità manifatturiera di Dongguan e, a breve distanza, la fabbrica di lenti di <strong>Zeiss </strong>a Guangzhou. Ciò che altrove richiederebbe mesi di visite in Paesi diversi, qui si concentra in poche decine di chilometri. I tedeschi questo viaggio lo hanno già fatto. Più volte. La domanda, per chi fa occhiali in Europa, è semplice: possiamo permetterci di conoscere questa trasformazione solo dai comunicati dei nostri concorrenti?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/ottica-tedesca-cina-shenzhen-hub/">Una delle fabbriche di lenti più avanzate del mondo è tedesca. E sta in Cina</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il vento che tira su Napoli</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/americas-cup-napoli-2027-vento-bagnoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 08:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.italianelfuturo.com/?p=58566</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Bagnoli-dallAlto.avif" type="image/jpeg" />L’America’s Cup porta nel Golfo molto più di una regata. Può restituire a una città di mare la conoscenza del suo mare e trasformare un grande evento in cultura, competenze e futuro. La vera sfida, però, comincerà quando le barche saranno andate via. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/americas-cup-napoli-2027-vento-bagnoli/">Il vento che tira su Napoli</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Bagnoli-dallAlto.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni a Napoli ha tirato vento!  Sembra quasi una notizia. È curioso per una città che vive davanti al mare, che dal mare è stata costruita, attraversata, contaminata. Una di quelle <em>città di mare</em> cantate da Eugenio Bennato insieme a Edoardo Bennato nel lontano 1989, nelle quali il mare non è semplicemente un confine geografico, ma una porta aperta sul mondo. Eppure quanti napoletani conoscono davvero il vento? Sappiamo riconoscere lo Scirocco, il Maestrale, il Libeccio? Sappiamo da quale quadrante arrivano, come cambiano il Golfo, perché talvolta increspano appena la superficie e altre volte trasformano completamente il paesaggio? A Napoli esiste persino un piccolo paradosso culturale. Nei vicoli, nelle case e nei cortili, generazioni di bambini sono cresciute ascoltando una raccomandazione familiare: «<em>Spostati da lì, che tira corrente</em>». Il vento è qualcosa dal quale proteggersi. Basta però percorrere poche centinaia di metri e arrivare sul mare perché quella stessa aria diventi un’altra cosa: energia, informazione, direzione, strategia. Lo abbiamo riscoperto nei giorni della <strong>Preliminary Regatta</strong> dell’<strong>America’s Cup</strong>, disputata nel Golfo dal 24 al 27 settembre. È stata l’ultima prova ufficiale prima del grande appuntamento del 2027, quando per la prima volta <strong>Louis Vuitton Cup</strong> e <strong>America’s Cup Match</strong> si svolgeranno in Italia. E forse proprio il vento può aiutarci a capire cosa stia realmente arrivando a Napoli. Perché il vento possiede una sua straordinaria coerenza: non prende il nome dal luogo verso il quale sta andando, ma da quello dal quale proviene. Lo Scirocco arriva da sud-est, il Maestrale da nord-ovest, il Libeccio da sud-ovest. Per capire il vento bisogna conoscerne l’origine. Forse vale anche per le città. Napoli viene dal mare molto più di quanto la città contemporanea talvolta ricordi. Ed è qui che l’America’s Cup può assumere un significato che supera enormemente quello di una manifestazione sportiva. Naturalmente ci saranno le regate, ci saranno gli AC75 che sembreranno volare davanti al lungomare, sostenuti dai foil e governati da un concentrato impressionante di aerodinamica, fluidodinamica, sensoristica, simulazione e analisi dei dati. Ci saranno i grandi team internazionali, la <strong>Louis Vuitton Cup</strong>, le competizioni Youth e Women e, dal 10 luglio 2027, il Match che assegnerà il trofeo sportivo internazionale più antico del mondo. Ci saranno turismo, pubblico, comunicazione internazionale e ricadute economiche. Ma fermarsi a questo significherebbe perdere la parte più interessante della storia. La domanda dovrebbe essere un’altra: <strong>c</strong>he cosa resterà quando le barche saranno andate via? È la domanda della legacy. E riguarda soprattutto Bagnoli. L’area che per decenni è stata il simbolo delle difficoltà della riconversione post-industriale ospiterà le basi dei team. Già oggi sono visibili gli hangar e stanno prendendo forma infrastrutture, reti e spazi destinati a sostenere l’evento e la trasformazione dell’area. L’<strong>America’s Cup</strong> non sostituisce la rigenerazione di Bagnoli: può accelerarne alcuni processi e, soprattutto, accendere su quella trasformazione uno sguardo internazionale.  Ma esiste una legacy ancora più difficile da misurare. È quella che potrebbe nascere nelle scuole, nelle università, nei centri di ricerca, nei circoli velici. Un bambino che impara a distinguere il Maestrale dallo Scirocco. Una classe che utilizza il Golfo come laboratorio per comprendere la fisica. Un ragazzo che osservando un AC75 scopre che dietro una barca ci sono ingegneria, materiali compositi, meteorologia, algoritmi e dati. L’America’s Cup è anche questo: una straordinaria piattaforma di deep tech che galleggia – e oggi addirittura vola – sull’acqua. Per questo la legacy dovrebbe essere progettata, non semplicemente attesa. Educazione al mare, alfabetizzazione meteorologica, sport accessibile, formazione nelle professioni della blue economy, ricerca, monitoraggio ambientale, tecnologie marine, cultura nautica. Il Governo stesso, annunciando l’assegnazione a Napoli, ha indicato tra gli obiettivi l’educazione e l’economia del mare, mentre il programma sportivo attribuisce uno spazio specifico alle nuove generazioni attraverso Youth e Women’s America’s Cup. Grande evento può diventare politica di lungo periodo. Nel 2027 impareremo probabilmente parole che oggi appartengono soprattutto agli appassionati: foil, layline, match race, tack, gybe. Riconosceremo le livree dei team e discuteremo della velocità degli AC75. Ma il successo più importante non sarà misurabile soltanto negli spettatori, nelle presenze turistiche o nell’audience televisiva. Bisognerà tornare a Napoli qualche anno dopo e osservare se qualcosa sarà rimasto. Se Bagnoli avrà continuato la propria trasformazione. Se saranno nate competenze. Se più ragazzi avranno avuto accesso al mare. Se università, ricerca e imprese avranno trasformato quell’esperienza in conoscenza. Se una città affacciata sul Mediterraneo avrà recuperato una parte della propria identità marittima. E magari ascoltare un bambino che, sentendo l’aria arrivare dal Golfo, non dirà semplicemente che «tira vento», ma saprà riconoscerne il nome e la provenienza. Perché il vento insegna una cosa semplice. Per sapere dove possiamo andare, qualche volta bisogna ricordare da dove veniamo, e Napoli viene dal mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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			</item>
		<item>
		<title>DIGITHON 2026 #HORIZON: dall’1 al 3 ottobre a Bisceglie l’XI edizione</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/digithon-2026-startup-innovazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 15:23:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.italianelfuturo.com/?p=58559</guid>

					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/30ef6c15e548e6f79fed54d27ecfb5f5.webp" type="image/jpeg" />100 startup in gara, i protagonisti dell’innovazione e il gran finale in Piazza Castello. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/digithon-2026-startup-innovazione/">DIGITHON 2026 #HORIZON: dall’1 al 3 ottobre a Bisceglie l’XI edizione</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/30ef6c15e548e6f79fed54d27ecfb5f5.webp" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Il meglio dell’innovazione italiana torna a riunirsi a <strong>DigithON 2026</strong>: dall’<strong>1 al 3 ottobre </strong>le <strong>Vecchie Segherie Mastrototaro </strong>di <strong>Bisceglie</strong> ospiteranno l’undicesima edizione della manifestazione, con le <strong>100 startup più promettenti del Paese</strong> selezionate dal comitato scientifico su un numero <strong>record di oltre 500 candidature</strong> arrivate da tutta Italia, pronte a sfidarsi davanti alla platea di stakeholder nazionali e internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della kermesse, si alterneranno grandi protagonisti del mondo delle istituzioni, delle aziende, della cultura, dello sport e dell’informazione: il Ministro del Turismo,&nbsp;<strong>On. Gianmarco Mazzi</strong>, la Segretaria del PD&nbsp;<strong>Elly Schlein</strong>, il Presidente della Regione Puglia <strong>Antonio Decaro</strong>, lo stilista e imprenditore&nbsp;<strong>Brunello Cucinelli</strong>, la giornalista e conduttrice RAI&nbsp;<strong>Barbara Carfagna</strong>, il conduttore RAI&nbsp;<strong>Marco Carrara</strong>, la conduttrice RAI&nbsp;<strong>Nunzia De Girolamo</strong>, il conduttore&nbsp;<strong>Nicolò De Devitiis</strong>, la triplista italiana medaglia d’oro&nbsp;<strong>Dariya Derkach</strong>, l’imprenditore e scrittore&nbsp;<strong>Andrea Pezzi</strong>, il fondatore di&nbsp;<strong>DigithON</strong>&nbsp;<strong>Francesco Boccia</strong>&nbsp;e tanti altri ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l’appuntamento di quest’anno, il primo targato&nbsp;<strong>Fondazione DigithON</strong>, vedrà al centro la maratona digitale tra gli inventors, ma come sempre sarà molto di più di una competition: accanto alle sessioni di pitch, in programma anche tanti momenti formativi e approfondimenti dedicati all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, della digitalizzazione e dei nuovi modelli di impresa, per tre giorni di confronto, networking e opportunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’apertura&nbsp;ufficiale si terrà&nbsp;<strong>giovedì 1° ottobre</strong>&nbsp;dalle ore 10:00 alle Vecchie Segherie Mastrototaro con i saluti del presidente della Fondazione&nbsp;<strong>Michele Ruta</strong>&nbsp;e della vicepresidente&nbsp;<strong>Letizia D’Amato</strong>&nbsp;che passeranno la parola a&nbsp;<strong>Giuseppe</strong>&nbsp;<strong>Mastrodonato</strong>,&nbsp;CTO e CoFounder di DigithON, ed&nbsp;<strong>Ennio</strong>&nbsp;<strong>De Iapinis</strong>,&nbsp;Lawyer e CoFounder di&nbsp;DigithON per dare il via alla gara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La giornata sarà accompagnata da incontri e momenti di approfondimento: alle 12:00, il panel “<em>Spazi per l’Italia, la nuova rete capillare di uffici flessibili di Poste Italiane</em>” a cura di&nbsp;<strong>Davide Ambrogi</strong>&nbsp;di&nbsp;<strong>Poste Italiane</strong>; alle 16:00 sarà la volta di&nbsp;<strong>Marco Gallone</strong>, Head of Fintech and Digital Partner di&nbsp;<strong>Mastercard</strong>, che interverrà sul tema “<em>Il futuro paga da solo</em>”.&nbsp;Alle 17:00&nbsp;<strong>Felice Florio</strong>, Vicedirettore de L&#8217;<a href="http://espresso.it/">Espresso.it</a>, ed&nbsp;<strong>Emanuele Bernava</strong>, Consigliere di Amministrazione de L&#8217;Espresso, presenteranno “<em>Sette idee, la piattaforma de L&#8217;Espresso per l&#8217;Italia che innova</em>&#8221; e infine, alle 19:00 sulla Terrazza delle Vecchie Segherie, si terrà il primo dei due appuntamenti con&nbsp;<strong>DigithON Beer&amp;Code</strong>&nbsp;a cura di&nbsp;<strong>AuLab</strong>, con il CTO&nbsp;<strong>Giancarlo Valente</strong> dedicato a “<em>AI Agents e Harness: architetture, agenti e best practice per portare l&#8217;AI in produzione</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Venerdì 2 ottobre</strong>&nbsp;alle ore 10:00, riprenderà la competizione tra gli<em>inventors</em>, mentre alle 12:00 è in programma l’incontro “<em>Intelligenza artificiale, startup e imprese: il futuro passa dagli ecosistemi”&nbsp;</em>con Amedeo&nbsp;<strong>Giurazza</strong>, Amministratore Delegato di&nbsp;<strong>Vertis SGR</strong>,&nbsp;<strong>Luca Pagetti</strong>, Responsabile Crescita Startup ed Ecosistemi Innovazione di&nbsp;<strong>Intesa Sanpaolo Innovation Center</strong>,&nbsp;<strong>Mario Aprile</strong>, Presidente di&nbsp;<strong>Confindustria Bari e BAT</strong>,&nbsp;<strong>Michele Ruta</strong>, Presidente di Fondazione&nbsp;<strong>DigithON</strong>, moderati da&nbsp;<strong>Raffaele Barberio</strong>, Direttore di&nbsp;<strong>IF-Italia nel Futuro</strong>. Atteso nel pomeriggio, l’intervento del Ministro del Turismo,&nbsp;<strong>On. Gianmarco Mazzi</strong>&nbsp;in dialogo con la giornalista del TG2&nbsp;<strong>Federica de Denaro</strong>&nbsp;su “<em>Turismo 4.0: la grande bellezza, la grande sfida</em>”, e l’incontro con&nbsp;<strong>Euclide Della Vista</strong>, Presidente di ITS Academy Apulia Digital e coordinatore nazionale filiera ICT ITS Academy, mentre alle 18:30 ci sarà il secondo incontro con&nbsp;<em><strong>DigithON Beer &amp; Code</strong></em>: “<em>AI e Video: crea contenuti professionali senza saper girare un video</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ultima giornata della maratona,&nbsp;<strong>sabato 3 ottobre</strong>, si aprirà alle 10:00 con gli ultimi pitch e, alle 10:30, interverrà&nbsp;<strong>Giuseppe Perrone</strong>, Partner, Technology Consulting AI&amp;Data Leader di&nbsp;<strong>EY Italy</strong>, su “<em>Quando l’AI smette di consigliare e inizia a decidere. The EY Global AI Sentiment Survey 2026: l’adozione dell’AI non è più una questione di tecnologia. È una questione di fiducia, responsabilità e nuovi modelli decisionali</em>”.&nbsp;E ancora, alle 12:00, “<em>Un lungo viaggio verso il futuro</em>”, con&nbsp;<strong>Giuseppe Inchingolo</strong>, Vicedirettore Generale Corporate del&nbsp;<strong>Gruppo FS&nbsp;</strong>intervistato da&nbsp;<strong>Raffaele Barberio</strong>, Direttore di&nbsp;<strong>IF-Italia nel Futuro</strong>.&nbsp;Nel pomeriggio&nbsp;<strong>Domenico Castellaneta</strong>, Direttore del TGNorba modererà l’appuntamento “<em>Generare futuro: università, innovazione e sviluppo per il Sud</em>”, con&nbsp;<strong>Umberto Fratino</strong>, Rettore del Politecnico di Bari e&nbsp;<strong>Roberto Bellotti</strong>, Rettore dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. La startup competition si avvierà quindi verso il suo momento conclusivo, alle 18:30, con&nbsp;l’annuncio dei&nbsp;<strong>riconoscimenti delle aziende&nbsp;</strong>e l’assegnazione diborse di studio, grant economici e percorsi di accelerazione per un montepremi complessivo di oltre&nbsp;<strong>50.000 €</strong>, in attesa della proclamazione del vincitore di&nbsp;<strong>DigithON 2026</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dalle 19:30 Piazza Castello</strong>&nbsp;si trasformerà nel cuore pulsante dell’evento: ad accogliere il pubblico saranno&nbsp;<strong>Letizia D’Amato</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Michele Ruta</strong>.&nbsp;<strong>Pasquale Frega</strong>, Presidente e Amministratore Delegato di&nbsp;<strong>Philip Morris Italia</strong>, interverrà con il talk&nbsp;<em>“</em><strong><em>Dove nasce il futuro: talenti e competenze per l’innovazione</em></strong><em>”</em>. Quindi la giornalista RAI&nbsp;<strong>Barbara Carfagna&nbsp;</strong>introdurrà con “<em><strong>Noi e Loro</strong></em>” i principali temi legati all’innovazione e, con l’imprenditore&nbsp;<strong>Andrea Pezzi</strong>, approfondirà quello della&nbsp;<em>“</em><strong><em>Sovranità digitale</em></strong><em>”</em>.<em>“</em><strong><em>Il futuro è di tutti: AI e diritto all’innovazione</em></strong><em>”</em>&nbsp;sarà al centro del dialogo tra&nbsp;<strong>Laura Bononcini</strong>, Public Policy Director for Southern Europe di&nbsp;<strong>Meta</strong>, e il giornalista RAI<strong>Marco Carrara</strong>.<br>La serata proseguirà con il panel&nbsp;<em>“</em><strong><em>Il futuro viene da Sud. L’Italia nella società digitale</em></strong><em>”</em>, che vedrà confrontarsi il Presidente della Regione Puglia&nbsp;<strong>Antonio Decaro</strong>&nbsp;e il fondatore di DigithON&nbsp;<strong>Francesco Boccia</strong>, moderati da&nbsp;<strong>Barbara Carfagna</strong>. Si parlerà quindi di “<em><strong>Winning Mindset: dall’allenamento al podio</strong></em>” con la campionessa<strong>&nbsp;Dariya Derkach</strong>, medaglia d’oro nel salto triplo agli Europei 2026 e, a seguire, la segretaria delPartito Democratico&nbsp;<strong>Elly Schlein&nbsp;</strong>approfondirà con&nbsp;<strong>Barbara Carfagna&nbsp;</strong>il tema“<em><strong>Generazione Futuro: innovazione, intelligenza artificiale e nuove opportunità</strong></em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stilista e imprenditore&nbsp;<strong>BrunelloCucinelli&nbsp;</strong>si racconterà alla conduttrice RAI<strong>&nbsp;Nunzia De Girolamo</strong>. Per lui anche uno&nbsp;<strong>speciale riconoscimento: il primo&nbsp;</strong>“<em><strong>Premio DigithON oltre l’algoritmo</strong></em>”, istituito quest’anno per celebrare visione e creatività, ricordando che l’innovazione più significativa nasce sempre dalle persone.Quindi, ancoracon<strong>&nbsp;De Girolamo&nbsp;</strong>salirà sul palco il conduttore&nbsp;<strong>Nicolò</strong>&nbsp;<strong>De Devitiis&nbsp;</strong>con“<em><strong>Connessi alla realtà: storie, persone e autenticità nell’era digitale</strong></em>”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, subito dopo le conclusioni con il Presidente di Confindustria Bari e BAT&nbsp;<strong>Mario</strong>&nbsp;<strong>Aprile</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Michele</strong>&nbsp;<strong>Ruta</strong>, arriverà&nbsp;l’atteso verdettoela&nbsp;<strong>proclamazione dei vincitori di DigithON 2026</strong>, determinati dai giudizi del comitato scientifico insieme ai voti social raccolti online attraverso la pagina web&nbsp;<a href="http://www.digithon.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>www.digithon.it</strong></a>:&nbsp;per loro un assegno<strong>&nbsp;di 10.000 €</strong>&nbsp;offerto da&nbsp;<strong>Confindustria Bari e BAT</strong>.&nbsp;Sarà inoltre assegnato, per la prima volta, un&nbsp;<strong>premio speciale da 5.000 euro dedicato ai più giovani</strong>&nbsp;conferito dal<strong>Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bari e BAT</strong>&nbsp;per dare un concreto sostegno al talento emergente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i partner di&nbsp;<strong>DigithON</strong>&nbsp;i nomi delle più importanti imprese italiane, le Over the Top, i grandi investitori e alcuni tra i principali operatori finanziari del nostro Paese:&nbsp;<strong>Confindustria Bari e BAT</strong>,&nbsp;<strong>Intesa Sanpaolo</strong>,<strong>&nbsp;Poste Italiane, EY, SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, Ferrovie dello Stato Italiane, TELENORBA</strong>,<strong>Barilla, Philip Morris Italia, Enel</strong>,<strong>&nbsp;Meta, Filiera ICT ITS Academy, Google, Zest, AIFI</strong>,<strong>&nbsp;Aulab</strong>,<strong>&nbsp;Bitdrome</strong>,<strong>&nbsp;AWS, Binp, MINT, Maldarizzi.&nbsp;</strong>Partner istituzionali:<strong>&nbsp;Politecnico di Bari</strong>,&nbsp;<strong>Università degli Studi di Bari Aldo Moro</strong>,<strong>&nbsp;Università del Salento</strong>,<strong>ESA BIC Brindisi, Binp,&nbsp;Distretto Produttivo dell’Informatica,&nbsp;Invitalia.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/digithon-2026-startup-innovazione/">DIGITHON 2026 #HORIZON: dall’1 al 3 ottobre a Bisceglie l’XI edizione</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Trump va a Shenzhen. E troverà davanti a sé il futuro industriale della Cina</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/trump-va-a-shenzhen-e-trovera-davanti-a-se-il-futuro-industriale-della-cina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 17:52:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1f401593-750f-4469-a629-0cd835eec36f.avif" type="image/jpeg" />Donald Trump andrà a Shenzhen. Il presidente americano è atteso il 18 e 19 novembre per il vertice dei leader dell’APEC.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1f401593-750f-4469-a629-0cd835eec36f.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">La notizia è importante sul piano geopolitico. Ma forse ancora più interessante è il luogo. <strong>Trump</strong> non arriverà semplicemente in una delle grandi città cinesi. Arriverà in uno dei principali laboratori tecnologici e industriali del mondo. Shenzhen è oggi uno dei luoghi dove si può vedere in anticipo una parte del futuro. Qui hanno sede o sono cresciuti protagonisti globali delle telecomunicazioni, dell’elettronica, dei veicoli elettrici, dei droni e dell’intelligenza artificiale. Ma soprattutto sta emergendo uno straordinario ecosistema della robotica e della <em>Physical AI.</em> Robot umanoidi, sensori, computer vision, motori, batterie, componentistica, software e capacità manifatturiera convivono nello stesso territorio. Il vantaggio di Shenzhen non sta quindi soltanto nell’inventare nuove tecnologie, ma nella capacità di trasformarle rapidamente in prodotti industriali e produrli su larga scala. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta cambiando natura. Non riguarda più soltanto semiconduttori, cloud o grandi modelli di intelligenza artificiale. La prossima competizione potrebbe essere su chi riuscirà per primo a dare un corpo all’intelligenza artificiale. Per capire questa competizione non basta più guardare alla Silicon Valley. Bisogna guardare anche a Shenzhen. La Silicon Valley resta il grande laboratorio mondiale del software e dell’AI. Shenzhen sta cercando di diventare il laboratorio mondiale dell’AI che entra nel mondo fisico: nelle fabbriche, nei robot, nella logistica, nei veicoli e nelle macchine. C’è poi un altro elemento che renderà particolarmente interessante questo <strong>APEC</strong>. Non arriverà soltanto <strong>Trump</strong>. Si parla anche della possibile presenza di una numerosa delegazione di aziende americane. Se sarà confermata, sarà uno degli aspetti più significativi del vertice: mentre Washington cerca di ridurre alcune dipendenze tecnologiche dalla Cina, l’industria americana continua ad avere interesse a capire da vicino ciò che sta accadendo a Shenzhen. È un apparente paradosso che racconta bene la fase che stiamo vivendo. Stati Uniti e Cina competono sempre più duramente sulla tecnologia, ma le loro industrie continuano ad avere bisogno di guardarsi, studiarsi e incontrarsi. Shenzhen rende questa contraddizione particolarmente evidente. La città che per decenni è stata uno dei simboli della “fabbrica del mondo” vuole diventare uno dei centri della nuova economia delle macchine intelligenti. Sarà interessante vedere anche se <strong>Trump</strong>, oltre agli appuntamenti ufficiali dell’<strong>APEC</strong>, visiterà alcune delle grandi aziende tecnologiche di Shenzhen e, nel caso, quali sceglierà. In una città che ospita protagonisti mondiali delle telecomunicazioni, dei veicoli elettrici, dei droni, dell’AI e della robotica, anche la scelta di una singola visita aziendale potrebbe assumere un significato politico e industriale ben oltre la semplice agenda protocollare. Per questo la presenza del presidente americano avrà un valore che va oltre la diplomazia. <strong>Trump </strong>arriverà per discutere di commercio, economia e rapporti internazionali. Ma intorno a lui ci sarà una città che racconta la trasformazione della Cina da piattaforma manifatturiera globale a potenza tecnologica e industriale. <strong>Trump</strong> arriverà a Shenzhen per un vertice politico. Ma la domanda più interessante sarà davanti ai suoi occhi: chi costruirà le fabbriche, i robot e le macchine intelligenti della prossima economia mondiale?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Perché per le imprese italiane è così difficile crescere</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/crescita-imprese-italiane-politica-industriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 09:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1790303831971.avif" type="image/jpeg" />La politica industriale ha imparato ad aiutarle a investire. Ora deve creare le condizioni perché possano cambiare scala. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1790303831971.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Il problema dell’Italia non è che troppe imprese nascano piccole, ma che troppe rimangano tali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è nulla di sbagliato nella piccola dimensione. Può significare specializzazione, flessibilità e rapidità decisionale, e una parte della forza della manifattura italiana deriva proprio da aziende di questo tipo. Ma essere piccoli dovrebbe poter rappresentare una fase dello sviluppo, non necessariamente una condizione permanente. È la questione sollevata da <em>Misurare per scegliere. Investire per crescere</em>, il position paper appena presentato al Senato da <strong>Enrico Pisino</strong>, amministratore delegato del Competence Center CIM. Dietro il dibattito sugli incentivi c’è una domanda più importante: perché in Italia è così difficile trasformare una buona piccola impresa in una buona impresa più grande? La dimensione media delle imprese italiane è di appena quattro addetti, contro 12,7 in Germania, mentre il 41,2 per cento degli occupati è concentrato nelle microimprese. Nel manifatturiero, il 99,4 per cento delle aziende appartiene alla categoria delle micro, piccole e medie imprese. Questa frammentazione non è necessariamente un problema finché consente alle imprese di occupare nicchie ad alto valore aggiunto. Lo diventa quando gli investimenti richiedono capitale, management, ricerca e competenze specialistiche che una piccola organizzazione fatica a sostenere. La produttività tende infatti a crescere con la dimensione d’impresa, soprattutto nella manifattura. La scala conta ancora di più nell’economia dell’intelligenza artificiale. Un’impresa più grande può distribuire su una base di ricavi più ampia i costi dell’automazione, della robotica, del software, della cybersecurity e dei dati, oltre a poter assumere competenze che una microimpresa difficilmente può permettersi. Tra le imprese italiane con almeno dieci addetti, l’utilizzo dell’IA è passato dal 5 per cento nel 2023 al 16,4 per cento nel 2025; tra le grandi imprese aveva già raggiunto il 53,1 per cento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prossima divisione industriale potrebbe quindi non essere semplicemente tra chi adotta una tecnologia e chi non lo fa, ma tra le imprese capaci di assorbire continuamente l’innovazione e quelle per le quali ogni salto tecnologico rimane un investimento eccezionale. Una simulazione contenuta nel paper mostra perché la dimensione conta. Partendo dallo stesso miglioramento della produttività, lo scenario nel quale una quota delle imprese riesce a passare alle classi dimensionali superiori porta, alla fine dell’orizzonte decennale considerato, a un livello di valore aggiunto manifatturiero superiore di circa 23 miliardi di euro rispetto allo scenario nel quale le imprese diventano più produttive ma rimangono nella stessa classe. Non è una somma cumulata né una previsione, ma la distanza tra i due scenari alla fine del decennio. Il numero conta meno del meccanismo che illustra: la produttività migliora le imprese; la scala può cambiare la struttura dell’economia. È qui che emerge il limite dell’approccio seguito finora. La politica industriale italiana ha imparato ad aiutare le imprese a investire, molto meno ad aiutarle a crescere. Abbiamo finanziato macchinari, digitalizzazione, efficienza energetica, formazione e tecnologia. Sono interventi utili, ma lasciano aperta la domanda essenziale: dopo avere aiutato un’impresa con dieci dipendenti a diventare più efficiente, che cosa le permette di diventare un’azienda da cinquanta o cento persone? Il problema riguarda il modo in cui misuriamo il successo delle politiche pubbliche. I governi tendono a contare ciò che è facile contare: miliardi stanziati, crediti d’imposta concessi, domande approvate, imprese raggiunte. Questi numeri descrivono l’attività dello Stato, non necessariamente i risultati ottenuti. Nessuna impresa giudicherebbe il successo di una fabbrica sulla quantità di materie prime acquistate. Eppure lo Stato continua troppo spesso a giudicare la propria politica industriale sulla quantità di denaro distribuito. Il paper propone di spostare l’attenzione dagli output agli outcome, guardando a produttività, valore aggiunto, export, adozione tecnologica e capitale privato mobilitato. Il principio è semplice: spendere denaro pubblico non equivale a produrre un risultato economico. Cambiare le metriche, tuttavia, non basta. Se l’obiettivo è favorire la crescita, almeno tre ostacoli meritano di essere affrontati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo è regolatorio. Il superamento di determinate soglie dimensionali comporta nuovi obblighi normativi, contributivi e amministrativi, creando costi prima che emergano pienamente i benefici della maggiore scala. Rendere graduale il passaggio tra queste soglie sarebbe più razionale che penalizzare un’impresa nel momento in cui assume e cresce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo riguarda gli incentivi. Premiare l’acquisto di un macchinario è più semplice che misurarne gli effetti, ma non necessariamente più efficace. Una quota crescente del sostegno pubblico dovrebbe essere collegata ai risultati dell’investimento, cioè produttività, nuovi mercati e capitale privato mobilitato, e alla capacità dell’impresa di trasformare l’innovazione in crescita. La politica industriale dovrebbe progressivamente premiare la performance, non la capacità di spendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo ostacolo è più scomodo, perché riguarda gli imprenditori stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitalismo familiare italiano ha prodotto aziende eccellenti e costituisce una parte importante della forza industriale del paese. Ma la volontà di mantenere il controllo può diventare un limite quando crescere richiede capitale esterno, management indipendente o un’aggregazione con un’altra impresa. Il paper rileva tra le difficoltà delle imprese minori la scarsa familiarità con l’apertura del capitale, la governance richiesta dagli investitori e l’assenza di strutture manageriali adeguate. Non tutte le piccole imprese vogliono diventare grandi, né dovrebbero essere costrette a farlo. Ma quando un’azienda possiede il potenziale per crescere, anche la proprietà deve essere disposta a evolvere. Qui entra in gioco il capitale. Crescere significa spesso diversificare i clienti, entrare in nuovi mercati, acquisire concorrenti o aggregarsi, operazioni che richiedono risorse e competenze difficilmente disponibili all’interno di una piccola azienda. Il capitale pubblico dovrebbe servire a mobilitare quello privato, non a sostituirlo. Il modello tedesco dei <strong>Fraunhofer</strong> è interessante non perché debba essere copiato, ma perché combina una base di finanziamento istituzionale con una forte esposizione alla domanda industriale e ai finanziamenti acquisiti competitivamente. Ma il confronto non può fermarsi all’Europa. In ecosistemi industriali come Shenzhen, la competitività si misura sempre più nella velocità con cui un’idea passa dal laboratorio al prototipo e dal prototipo alla fabbrica. Ricerca, capitale, engineering, <em>supply chain </em>e domanda industriale vengono collegati in modo da comprimere il percorso verso la produzione. È una lezione che l’Europa tende a sottovalutare. Siamo abituati a discutere quanto spendere per l’innovazione, molto meno quanto tempo impieghiamo a trasformarla in industria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo dovrebbe diventare una metrica della politica industriale. Quanto occorre perché una tecnologia passi dalla sperimentazione alla produzione e venga adottata su scala industriale? In una competizione tecnologica che accelera, la velocità può contare quanto il denaro. È la crescita, non la spesa, la prospettiva che dovrebbe guidare la prossima fase della politica industriale italiana. Non un altro catalogo di incentivi, ma condizioni che permettano alle imprese con maggiore potenziale di crescere, diversificare i clienti, aggregarsi, aprire il capitale, rafforzare il management e trasformare l’innovazione da investimento occasionale in capacità permanente. Abbiamo misurato a lungo la politica industriale chiedendoci quante piccole imprese abbiamo finanziato e quanti investimenti abbiamo sostenuto. La domanda più interessante è un’altra: quante microimprese sono diventate piccole, quante piccole sono diventate medie e quante medie sono diventate grandi? Non è un problema che un’impresa nasca piccola. Il problema è quando restare piccoli diventa più facile che crescere.</p>
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		<title>Cina, Usa, AI: compromesso o divergenza?</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/intelligenza-artificiale-usa-cina-sicurezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Di Trapani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 09:05:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Unknown-3-2.avif" type="image/jpeg" />Alla vigilia del vertice Trump-Xi, Washington e Pechino competono per chip, modelli e standard. Ma l’intelligenza artificiale sta creando rischi che nessuna delle due superpotenze può governare da sola. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/intelligenza-artificiale-usa-cina-sicurezza/">Cina, Usa, AI: compromesso o divergenza?</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Unknown-3-2.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Forse il primo accordo davvero importante sull’intelligenza artificiale non nascerà da ciò su cui Stati Uniti e Cina concordano. Potrebbe nascere, al contrario, da ciò che entrambi cominciano a temere.<br>È questa la chiave con cui leggere l’incontro tra <strong>Donald Trump</strong> e <strong>Xi Jinping</strong> previsto a Washington il <em>24 settembre</em>. Prima ancora del vertice, il segretario al Tesoro statunitense <strong>Scott Bessent</strong> e il vicepremier cinese <strong>He Lifeng </strong>hanno portato al tavolo di New York una combinazione che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa insolita: commercio, tariffe, minerali critici e intelligenza artificiale. L’AI è ormai entrata nel cuore della relazione strategica tra le due maggiori potenze tecnologiche del pianeta. Ma parlare semplicemente di una “corsa all’AI” rischia di descrivere male ciò che sta accadendo.<br><strong>Kai-Fu Lee</strong>, già presidente di <strong>Google China</strong> e oggi alla guida di <strong>Sinovation Ventures</strong> e <a href="http://01.ai/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>01.AI</strong></a>, valuta in circa sei mesi la distanza tra la frontiera statunitense e quella cinese. È una stima, non una misura oggettiva, ma la metafora con cui Lee interpreta la competizione è più interessante del numero: <strong>OpenAI</strong> e Anthropic rappresenterebbero l’“iPhone” dell’intelligenza artificiale, mentre l’ecosistema cinese dei modelli a pesi aperti starebbe assumendo il ruolo che Android ebbe negli smartphone. Da una parte prodotti proprietari, avanzati e fortemente monetizzabili; dall’altra modelli quasi altrettanto performanti, meno costosi e potenzialmente molto più diffusi. Se questa traiettoria proseguisse, leadership tecnologica e leadership nella diffusione potrebbero smettere di coincidere. Gli Stati Uniti potrebbero conservare il vantaggio sui modelli di frontiera e sul mercato enterprise; la Cina potrebbe estendere la propria presenza attraverso sistemi più accessibili, adattabili e replicabili. Non sarebbe necessariamente una vittoria dell’uno o dell’altro modello: sarebbero due differenti economie politiche dell’intelligenza artificiale. Proprio qui, però, la competizione comincia a sovrapporsi alla sicurezza.<br><strong>Anthropic </strong>ha recentemente sostenuto di avere individuato campagne di “distillazione illecita” riconducibili a sette laboratori cinesi. Nel suo rapporto di settembre descrive, tra gli altri, casi attribuiti ad <strong>Alibaba</strong>, <strong>Moonshot</strong>, <strong>DeepSeek</strong> e <strong>Xiaomi</strong>, accusati di avere utilizzato in modo non autorizzato milioni di interazioni con <strong>Claude</strong> per trasferirne capacità verso propri modelli. Sono conclusioni investigative dell’azienda americana, non accertamenti indipendenti, e come tali devono essere considerate. Pechino ha respinto più in generale accuse statunitensi di questo tipo. Il caso rivela tuttavia un problema destinato a diventare sempre più importante: dove termina la tutela della sicurezza dell’AI e dove comincia la protezione del vantaggio industriale? Chip, pesi dei modelli, capacità di ragionamento, dati di addestramento e infrastrutture computazionali non sono più soltanto beni tecnologici. Sono diventati strumenti di potere.<br>Eppure, proprio mentre la distanza geopolitica aumenta, si apre uno spazio di possibile cooperazione. Dal 2019 <em>Brookings Institution e Tsinghua University</em> conducono un dialogo tra esperti americani e cinesi sull’intelligenza artificiale e la sicurezza nazionale. Le proposte più recenti riguardano il mantenimento del controllo umano sulle armi nucleari, l’impiego dell’AI nelle operazioni cyber e la costruzione di meccanismi capaci di evitare escalation provocate da sistemi automatizzati. Non è ancora diplomazia formale, ma indica un terreno sul quale interessi contrapposti possono paradossalmente incontrarsi. La storia della deterrenza offre un precedente utile, pur con tutte le differenze necessarie. Durante la Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica non costruirono meccanismi di controllo degli armamenti perché si fidavano reciprocamente. Li costruirono perché conoscevano le conseguenze di un errore.<br>L’intelligenza artificiale potrebbe condurre Washington e Pechino verso una logica simile: non un trattato generale sull’AI, ma una prima architettura di arms control algoritmico fatta di controllo umano, linee rosse, comunicazione degli incidenti e limiti alle applicazioni più destabilizzanti. La formula potrebbe essere: competizione massima, cooperazione minima necessaria.<br>Per l’Europa la questione è decisiva. Se le prime regole strategiche dell’intelligenza artificiale nasceranno dal confronto tra Washington e Pechino, non sarà sufficiente possedere la capacità di regolamentare il mercato. Serviranno infrastrutture computazionali, modelli, ricerca, capacità industriale e soprattutto una propria diplomazia tecnologica. Perché il rischio, nel nuovo ordine dell’AI, non è soltanto arrivare secondi nella corsa ai modelli. È arrivare quando le regole del gioco sono già state scritte da altri. E forse proprio questo sarà il vero significato del confronto <strong>Trump-Xi</strong>: capire se le due superpotenze riusciranno a stabilire non quanto intendono fidarsi l’una dell’altra, ma quanto rischio sono disposte a condividere senza perdere il controllo della tecnologia che stanno costruendo. </p>
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		<item>
		<title>Chi paga quando non paga nessuno?</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/debito-pubblico-globale-106-mila-miliardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pino Musolino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 19:20:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Unknown-3-1.avif" type="image/jpeg" />Un instant pamphlet sulla questione da 106.000 miliardi di dollari. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/debito-pubblico-globale-106-mila-miliardi/">Chi paga quando non paga nessuno?</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/Unknown-3-1.avif" type="image/jpeg" />
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Premessa: una confessione e un invito</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto è cominciato da un giornale e da un numero troppo grande per essere immaginato. Per tutto il mese di settembre la cifra ha attraversato la stampa — i quotidiani italiani, i settimanali finanziari, le agenzie — sempre riportata nello stesso registro: il debito pubblico globale ha superato i <strong>106.000 miliardi di dollari.</strong> Il tono era quello che si riserva al meteo. Qualcosa di vasto, atmosferico e di cui nessuno ha colpa. Ciò che mi ha colpito non è stato il numero, ma il silenzio che lo ha seguito. Gli articoli spiegavano con cura come il debito fosse cresciuto. Nessuno spiegava chi, alla fine, lo avrebbe saldato. Così mi sono posto la domanda ingenua: se tutti devono e nessuno può pagare, chi paga? È il genere di domanda che un bambino fa a tavola e che gli adulti evitano cambiando discorso. Ho scoperto di non riuscire a cambiare discorso. Questo pamphlet è il risultato di quel fallimento. Ora la confessione. Per quanto la mia esperienza professionale e i molti anni trascorsi alla guida di imprese pubbliche e private possano avermi insegnato qualcosa di macroeconomia e di finanza, non sono un economista. La mia formazione è giuridico-marittima e la mia vita lavorativa si è svolta fra compagnie di navigazione e porti: concessioni, contratti di noleggio, avaria generale, il meccanismo attraverso il quale merci e rischio si muovono sull’acqua. Le curve dei rendimenti sovrani non sono il mio primo strumento d’elezione. Ho scritto queste pagine come un marinaio naviga senza satelliti: per stima, con carte tracciate da mani migliori della mia e con un’onesta dichiarazione del proprio punto nave. Laddove abbia usato un termine tecnico con approssimazione, o forzato un concetto oltre il suo limite elastico, mi scuso in anticipo. Preferisco essere corretto che adulato. Una sola difesa. La finanza pubblica si esprime in un dialetto costruito per scoraggiare i visitatori — <em>fiscal consolidation</em>, <em>term premium</em>, <em>financial repression</em> — e l’effetto, voluto o accidentale, è che chi pagherà smette di ascoltare molto prima che arrivi il conto. Chi quel dialetto non lo parla correntemente è quantomeno obbligato a dire con chiarezza ciò che intende. Né l’argomento è così lontano dalla banchina come sembra. Chi lavora nei porti impara presto che un programma di dragaggio rinviato non è un risparmio ma un debito, e che qualcuno lo salda dieci anni dopo: di norma la parte che ha meno voce in capitolo. È l’intera tesi di questo pamphlet, scritta in caratteri più grandi. Ciò che segue è una provocazione, non un prospetto informativo. Contiene una simulazione che non si verificherà nella forma descritta, perché queste cose non accadono mai così. È offerta nella convinzione che la domanda sbagliata, per quanto risolta con precisione, valga meno della domanda giusta posta male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona lettura, e giudicate voi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’ascesa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il debito pubblico globale ha superato i <strong>106.000 miliardi di dollari</strong> alla fine del 2025, contro i 33.000 miliardi del 2007: un aumento del 220% in diciotto anni, trainato dai governi delle economie più sviluppate. La distribuzione conta più del totale. Il debito pubblico francese è passato dal 65% al 116% del PIL, quello britannico dal 43% al 102%, quello americano dal 65% del 2017 al 124% del 2025. L’incremento italiano è stato il più contenuto del gruppo — dal 104,1% al 137,1% — e proprio per questo il meno rassicurante, perché l’Italia partiva senza alcun margine. Di solito lo si legge come un fallimento morale: i governi hanno speso troppo. È una lettura confortevole e in larga parte errata. Ciò che quelle cifre registrano è il prezzo cumulato di una decisione presa e ripresa — nel 2008, nel 2020, nel 2022 — di trasferire le perdite di imprese e famiglie sul bilancio pubblico anziché lasciarle cadere dove erano cadute. Ognuna di quelle decisioni era difendibile. Non si è lasciato fallire il sistema bancario; non si è lasciato crollare il reddito delle famiglie; non si è lasciato che le bollette energetiche mandassero in bancarotta l’industria europea. Ogni intervento ha convertito una perdita concentrata, immediata e politicamente intollerabile in una passività diffusa, differita e politicamente sostenibile. Il debito sovrano è lo strumento con cui una società rinuncia ad assorbire uno shock nel periodo in cui lo shock si verifica. Il conto di quel rinvio arriva oggi sotto forma di spesa per interessi, non di capitale. Secondo le proiezioni di Scope Ratings, la spesa italiana per interessi salirà dal 7,5% delle entrate fiscali nel 2025 al 9,1% nel 2031 — da 82 a 117 miliardi di euro, quasi un decimo del gettito complessivo — ed è già nel 2026 prossima al doppio della spesa per la difesa programmata. La Francia passa dal 3,8% al 6,9%, da 59 a 129 miliardi di euro. Gli Stati Uniti dall’11,8% al 14%, da 1.124 a 1.681 miliardi di dollari: una somma pari a circa il 2% del PIL globale destinata a servire le decisioni passate di un solo Stato. La tesi di questo pamphlet non è che questi numeri siano grandi. È che il meccanismo che li produce non può essere disattivato dalla politica ordinaria, e che l’aggiustamento, quando arriverà, non assumerà la forma che i più si attendono.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché il debito cresce inevitabilmente</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il debito cresce perché sei meccanismi spingono nella stessa direzione e non esiste — né è mai esistita, dimostrandosene capace — una coalizione politica in grado di opporsi anche a uno solo di essi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1. L’asimmetria della visibilità.</strong>&nbsp;Le imposte sono contestuali, identificabili e attribuibili a un governo che ha un nome. Il debito è differito, diffuso e non attribuibile a nessuno. Un ministro delle Finanze che tassa perde le elezioni; un ministro delle Finanze che si indebita perde, nella peggiore delle ipotesi, un gradino di rating. Nessun sistema democratico ha finora prodotto una struttura di incentivi capace di invertire questa asimmetria, e le autocrazie non fanno meglio: semplicemente si indebitano attraverso imprese di Stato e contabilizzano altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>2. La demografia come obbligazione giuridica.</strong> Gli impegni pensionistici e sanitari nell’area <strong>OCSE</strong> non sono voci di spesa discrezionale: sono diritti di fonte legislativa, in diversi ordinamenti presidiati da garanzie costituzionali. Al deteriorarsi dei rapporti di dipendenza, gli esborsi crescono automaticamente mentre la base contributiva si assottiglia. Non è una scelta politica compiuta ogni anno: è una traiettoria attuariale già fissata da nascite avvenute fra i quaranta e i settant’anni fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>3. La trappola r &gt; g.</strong>&nbsp;Quando il tasso d’interesse medio sul debito eccede la crescita nominale, il rapporto debito/PIL sale anche a saldo primario in pareggio. Stabilizzarlo richiede allora un avanzo primario permanente: condizione mantenuta per più di un decennio da quasi nessuna democrazia avanzata nella storia moderna. Il periodo 2010-2021 ha sospeso questa aritmetica azzerando r. La sospensione è finita: i rendimenti sovrani sono ai massimi da quindici anni e le proiezioni di Scope assumono che vi restino.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>4. Il debito sovrano è l’impianto idraulico, non soltanto il fardello.</strong>&nbsp;È il punto meno compreso fuori dalle istituzioni finanziarie. I titoli di Stato sono il collaterale del mercato repo, il buffer di liquidità imposto da Basilea III, il margine depositato presso le controparti centrali, il tasso di sconto sottostante a ogni modello di valutazione, l’attivo di copertura di ogni assicuratore e di ogni fondo pensione. Un mondo con molto meno debito sovrano è un mondo con penuria di collaterale. Il sistema finanziario non si limita a tollerare i 106.000 miliardi: ne ha bisogno, e senza di essi funzionerebbe male. Ridurre il debito non è dunque soltanto politicamente difficile, ma sistemicamente destabilizzante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>5. Le nuove pretese.</strong>&nbsp;Il riarmo in Europa, la politica industriale negli Stati Uniti e in Asia e gli investimenti per la transizione energetica arrivano tutti insieme, tutti presentati come esistenziali e tutti finanziati sul bilancio pubblico. L’incertezza geopolitica e i conflitti in Medio Oriente hanno innalzato le aspettative d’inflazione di medio termine, il che innalza il term premium, il che innalza il costo di quello stesso indebitamento che tali programmi richiedono.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>6. La concorrenza sul bacino del risparmio.</strong> Lo stock mondiale di risparmio è finito. I colossi dell’intelligenza artificiale emettono oggi obbligazioni in quantità senza precedenti, contendendo direttamente agli Stati spazio nei portafogli degli investitori e spingendo al rialzo i rendimenti lungo l’intera curva. Per la prima volta nell’era moderna, l’emissione corporate privata di questa scala è una determinante rilevante del costo di finanziamento sovrano. Ciascun meccanismo, isolatamente, è governabile. Insieme costituiscono un cricchetto: lo stock di debito può salire in qualunque anno e scendere in quasi nessuno. La conclusione onesta è che il debito pubblico delle economie avanzate non sarà rimborsato in termini reali. Sarà rifinanziato finché non verrà redistribuito.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa significa davvero «impagabile»</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La premessa di un default universale richiede una correzione prima di poter essere simulata. Uno Stato che si indebita nella valuta che esso stesso emette non può essere costretto all’insolvenza: può sempre creare le unità necessarie a soddisfare una pretesa nominale. Ciò che non può fare è garantire che cosa quelle unità compreranno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il default non è dunque un evento binario, ma un menù di «strumenti», ordinati per grado di visibilità.</p>







<p class="wp-block-paragraph">Solo il primo si chiama default. Il secondo e il terzo si chiamano politica economica. L’effetto distributivo è identico: valore reale trasferito dal creditore al debitore. Questo conta per la simulazione, perché ci dice che aspetto abbia una crisi globale del debito. Non ha l’aspetto di un’aula di tribunale. Non esiste una giurisdizione fallimentare globale, non c’è un curatore, non c’è liquidazione di beni statali. Ha l’aspetto di un periodo prolungato in cui il rendimento reale del risparmio è negativo, in cui la valuta in cui si risparmia conta più del rendimento offerto e in cui lo Stato ri-legifera silenziosamente i termini ai quali si era indebitato. Il precedente storico è inequivocabile. Il debito pubblico britannico è sceso da circa il 250% del PIL nel 1946 a meno del 50% a metà degli anni Settanta. Non fu rimborsato con avanzi di bilancio: fu eroso dall’inflazione e dalla repressione finanziaria, con una base di investitori domestici captive e controlli sui cambi, a spese di due generazioni di risparmiatori britannici. È questo il modello, ed è lo scenario base di quanto segue.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La simulazione</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Assumiamo la premessa dichiarata: i soggetti indebitati cessano collettivamente di servire il debito. Non un singolo Stato, ma l’intero sistema globale e interconnesso. Ciò che segue è una cascata stilizzata, in sei fasi. È naturalmente una costruzione analitica a fini divulgativi, da non intendersi come previsione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Asta deserta&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;riprezzamento del collaterale&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;contrazione del repo&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;solvibilità bancaria&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;capitolazione monetaria&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;aggiustamento reale&nbsp;&nbsp;→&nbsp;&nbsp;nuovo assetto</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 1 — L’innesco (giorni).</strong>&nbsp;Le crisi sistemiche non cominciano con l’annuncio di un’insolvenza. Cominciano con un’asta andata male. Un grande emittente sovrano — la Francia in un anno elettorale, il Giappone sotto tensione sulla curva dei rendimenti, gli Stati Uniti in un episodio di debt ceiling — colloca male un’emissione. I primary dealer restano con le rimanenze in portafoglio. Il mercato riprezza non il merito di credito, ma la liquidità stessa della classe di attivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 2 — Il canale del collaterale (giorni-settimane).</strong>&nbsp;È qui che avviene il danno, ed è invisibile al pubblico. I titoli di Stato sono il collaterale che sostiene il finanziamento a breve dell’intero sistema finanziario. Quando il loro valore scende e il loro haircut sale, ogni posizione a leva finanziata contro di essi richiede margini aggiuntivi. Le istituzioni vendono ciò che possono, non ciò che dovrebbero. L’episodio dei gilt del settembre 2022 ha mostrato il meccanismo in scala ridotta: un modesto movimento dei rendimenti ha quasi distrutto il sistema pensionistico britannico in settantadue ore, e solo l’intervento della banca centrale lo ha fermato. Si moltiplichi ora quella dinamica all’intero comparto sovrano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 3 — Il canale bancario (settimane-mesi).</strong> Le banche detengono titoli di Stato al costo ammortizzato. Un riprezzamento duraturo converte la comodità contabile in insolvenza economica, come ha mostrato <strong>Silicon Valley Bank</strong> nel 2023. Il doom loop si chiude: lo Stato deve ricapitalizzare banche le cui perdite derivano dal detenere carta dello Stato stesso, e per farlo deve indebitarsi su un mercato che ha appena rifiutato quella carta. A questo punto la questione fiscale e quella finanziaria diventano la stessa questione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 4 — La capitolazione monetaria (mesi).</strong>&nbsp;Ogni banca centrale si trova ora davanti a una scelta che per quarant’anni ha sostenuto di non dover mai affrontare: difendere la stabilità dei prezzi oppure difendere la solvibilità dello Stato e del sistema bancario. Difenderà la solvibilità. Lo ha sempre fatto. Gli strumenti sono noti — tetti ai rendimenti, programmi di acquisto illimitati, standard di collaterale allentati — e il loro tratto comune è che la banca centrale diventa l’acquirente residuale del debito pubblico. È la fiscal dominance. L’indipendenza della politica monetaria finisce non per abrogazione, ma per circostanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 5 — L’aggiustamento reale (uno-cinque anni).</strong>&nbsp;Le pretese nominali vengono onorate. Quelle reali no. L’inflazione nelle economie avanzate si colloca fra l’8% e il 20% per un periodo prolungato; i rendimenti reali diventano profondamente negativi; i risparmi in strumenti a rendimento nominale fisso perdono da un terzo a metà del potere d’acquisto. Le valute si riallineano violentemente rispetto agli attivi reali e fra loro. I mercati emergenti, che si indebitano in dollari e non possono erodere i propri obblighi con l’inflazione, subiscono i default veri: quelli che vengono chiamati default.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fase 6 — L’assestamento (cinque-quindici anni).</strong>&nbsp;I rapporti debito/PIL scendono. Non perché il debito sia stato rimborsato, ma perché il denominatore è stato gonfiato e il numeratore represso. In alcune giurisdizioni tornano i controlli sui capitali. Fondi pensione e assicuratori si ritrovano soggetti a regole che impongono la detenzione di titoli sovrani domestici. Emerge un nuovo assetto monetario internazionale, probabilmente più frammentato e più collateralizzato — oro, materie prime, compensazioni bilaterali — di quello che sostituisce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’osservazione decisiva: in nessun punto di questa sequenza qualcuno dichiara che il debito è impagabile. La parola non viene mai pronunciata. L’aggiustamento avviene interamente attraverso il prezzo, e la perdita è allocata su chi ha meno strumenti per accorgersi che è avvenuta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La trasmissione a commercio, shipping e porti</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’astrazione si fa concreta sulla banchina, attraverso quattro canali.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Trade finance.</strong>&nbsp;Circa quattro quinti del commercio mondiale si muovono a credito: lettere di credito, incassi documentari, supply-chain finance. Quel credito è prezzato sulle curve sovrane ed è erogato da banche la cui adeguatezza patrimoniale dipende dalla valutazione dei titoli di Stato. Nella fase del collaterale il trade finance non viene razionato per decisione: evapora per meccanismo. Il precedente è il 2009, quando il commercio mondiale di merci cadde di circa il 12% in un solo anno, molto più rapidamente della produzione, in larga parte perché si bloccò il finanziamento delle spedizioni prima che venisse meno la domanda di beni. I volumi crollano prima dei consumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infrastrutture e concessioni.</strong>&nbsp;Una concessione portuale è un diritto trentennale o cinquantennale su traffici futuri, attualizzato a un tasso ancorato a quello sovrano. Quando quell’ancora si sposta di 300 punti base, il valore attuale della seconda metà della concessione viene distrutto. I progetti in fase di financial close vengono riprezzati o abbandonati; quelli già realizzati vedono compromessi i rendimenti dell’equity e chiuse le finestre di rifinanziamento. Ogni garanzia pubblica, ogni copertura di export credit agency, ogni struttura di blended finance dipende dalla capacità di uno Stato di rispondere di una passività potenziale: esattamente la capacità che l’onere per interessi sta consumando.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Capacità dello Stato.</strong>&nbsp;La crescita del servizio del debito riduce la possibilità di reagire alle emergenze e di investire in priorità strategiche come infrastrutture e difesa. Per i porti europei non è un’astrazione: programmi di dragaggio, collegamenti ferroviari, elettrificazione, cold ironing e dighe foranee sono tutti finanziati da uno spazio fiscale che la spesa per interessi sta occupando. Che l’Italia paghi in interessi quasi il doppio di quanto paga per la difesa dice in quale ordine verrà tagliata la spesa in conto capitale discrezionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sostituzione del capitale.</strong>&nbsp;Dove il capitale pubblico europeo si ritira, ne arriva altro. I fondi sovrani del Golfo, gli operatori statali cinesi, i gruppi terminalistici singaporiani ed emiratini hanno la liquidità e l’orizzonte temporale che i tesori europei indebitati hanno perduto. La conseguenza strategica di una crisi fiscale in Europa non è che i porti non vengano costruiti: è che vengano costruiti, posseduti e gestiti da soggetti i cui interessi strategici non sono europei. È il meccanismo per cui un rapporto debito/PIL diventa una questione di sovranità.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chi paga quando non paga nessuno</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda contiene la propria risposta, e la risposta è un’identità contabile: ogni debito è l’attivo di qualcun altro. I 106.000 miliardi di dollari non sono dovuti a un’astrazione. Sono dovuti a fondi pensione, assicuratori, banche, banche centrali, gestori di riserve estere e famiglie. Se non vengono serviti in termini reali, quei detentori sono più poveri esattamente dell’importo non servito. Parafrasando il primo principio della termodinamica, nulla si distrugge: cambia natura o condizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo caso, dunque, qualcosa deve essere trasferito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’unica vera domanda è l’allocazione di quel trasferimento. Cinque categorie di pagatori, in ordine decrescente di quanto ne sopportano e crescente di quanto chiaramente se ne accorgono.</p>







<p class="wp-block-paragraph">Il tratto distintivo della prima, della seconda e della quarta categoria è che il pagatore non riceve mai un conto. Non è accidentale: è voluto. L’inflazione è l’unica imposta che non richiede né una legge, né una maggioranza parlamentare, né un apparato amministrativo, ed è la sola la cui incidenza il contribuente non riesce a calcolare con facilità. È per questo che da trecento anni è lo strumento preferito di risoluzione del debito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La crudeltà è distributiva e vale la pena dirla con chiarezza. La ricchezza detenuta in attivi reali — immobili, azioni, materie prime, imprese produttive, navi — si conserva sostanzialmente attraverso una risoluzione inflazionistica. Quella detenuta in pretese nominali — depositi, obbligazioni, prestazioni a beneficio definito, risparmio liquido — no. Le due categorie si sovrappongono con sgradevole precisione alle classi sociali. Una risoluzione del debito per via inflazionistica è un’imposta patrimoniale regressiva applicata senza alcun voto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque: nessuno paga nel senso di firmare un assegno. Tutti pagano nel senso di detenere un attivo che silenziosamente compra meno. E chi paga di più è chi si è comportato bene e ha fatto ciò che gli era stato detto di fare: chi ha risparmiato, chi ha comprato titoli di Stato, chi ha avuto fiducia nella moneta e nel contratto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’esposizione particolare dell’Europa</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quanto precede vale con una precisazione che rende l’eurozona la componente più fragile del sistema: i suoi membri si indebitano in una valuta che nessuno di essi emette. Uno Stato italiano o francese non può erodere con l’inflazione le proprie obbligazioni. Possono esserlo soltanto per effetto di una decisione presa a Francoforte per conto di venti Stati, almeno uno dei quali obietterà su basi costituzionali. Questo elimina dal menù il secondo strumento di default e lascia ai membri dell’eurozona soltanto il primo — la ristrutturazione — e una versione diluita del terzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze pratiche sono tre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Primo, il doom loop è più stretto in Europa che altrove, perché le banche italiane detengono debito sovrano italiano, quelle francesi debito sovrano francese, e non è stata completata alcuna unione bancaria con garanzia comune dei depositi capace di spezzare il legame.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo, il backstop è condizionato. Gli strumenti della <strong>BCE </strong>presuppongono il giudizio che uno spread sia ingiustificato: un giudizio giuridico, politico e revocabile. Uno Stato la cui traiettoria fiscale sia realmente insostenibile è proprio quello che potrebbe risultare non ammissibile al sostegno. La protezione si indebolisce man mano che il bisogno di essa si rafforza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Terzo, l’aritmetica italiana è specifica e ravvicinata. Gli interessi assorbono già il 7,5% delle entrate fiscali e si dirigono verso il 9,1% entro il 2031; nel 2026 la spesa per interessi è prossima al doppio della spesa per la difesa programmata, nel momento stesso in cui gli impegni <strong>NATO </strong>ne richiedono un forte aumento. Uno Stato non può contemporaneamente servire un debito pari al 137% del PIL agli attuali rendimenti, riarmarsi secondo i requisiti dell’Alleanza, assorbire una transizione demografica e finanziare le infrastrutture portuali, ferroviarie ed energetiche da cui dipende la sua economia esportatrice. Qualcosa viene sacrificato. Storicamente, ciò che viene sacrificato è l’investimento in conto capitale, perché è l’unica grande voce priva di una constituency organizzata che la difenda. La Francia è il caso più acuto nel breve periodo: elezioni presidenziali nel 2027 dall’esito realmente incerto, un rapporto debito/PIL passato dal 65% al 116% in meno di due decenni e una spesa per interessi destinata a più che raddoppiare in quota di entrate. L’Italia gestisce un debito elevato da trent’anni e ne ha in qualche misura i «riflessi» istituzionali. La Francia no.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusione: la solvibilità non è la domanda</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il debito non sarà rimborsato. Sarà redistribuito. Ai fini di questo pamphlet, abbiamo infine risposto alla proposizione iniziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ansia che si lega alla cifra di <strong>106.000 miliardi di dollari</strong> sbaglia oggetto. Non esiste una soglia oltre la quale il numero diventi aritmeticamente impossibile, perché uno Stato dotato di sovranità monetaria non ha una soglia del genere. Esiste piuttosto una soglia politica: il punto in cui i detentori di pretese nominali riconoscono di essere espropriati e ritirano il proprio consenso a detenere quella carta. Le crisi del debito sovrano sono crisi di fiducia, e la fiducia è un fatto sociale, non un rapporto finanziario. Il Giappone viaggia da anni oltre il 250% del PIL senza incidenti, perché i suoi creditori sono domestici, captive e pazienti. Altri si sono spezzati al 60%. Il che significa che la domanda operativa non è se il debito sia pagabile. È se l’allocazione della perdita finale avverrà apertamente, con deliberazione e consenso, oppure silenziosamente, attraverso il meccanismo del prezzo. Il precedente storico favorisce il silenzio. Il silenzio costa meno, è più rapido ed è elettoralmente sopportabile. Non obbliga nessuno a dire ad alta voce che le promesse fatte nel 2008, nel 2020 e nel 2022 sono state finanziate con un prelievo sul risparmio che non era ancora stato consultato. Ed è anche la ragione per cui la risoluzione, quando arriverà, non sarà vissuta come un evento fiscale ma come un torto: la sensazione, largamente diffusa e raramente diagnosticata con esattezza, che le regole siano cambiate e che nessuno lo abbia detto. Quel risentimento è la vera passività iscritta a bilancio. Non è denominato in alcuna valuta e non può essere rifinanziato.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">L’impianto analitico, la simulazione a cascata e i canali di trasmissione marittimi sono dell’autore.</p>
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		<title>Cernobbio, quando il prestigio non basta più</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/cernobbio-2026-monti-vannacci-futuro-forum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1788709646199.jpg" type="image/jpeg" />Per decenni il Forum di Cernobbio è stato uno dei luoghi in cui l’Italia cercava di capire il mondo prima che il mondo cambiasse. La sua forza non consisteva soltanto nel riunire a Villa d’Este ministri, grandi imprenditori, banchieri, economisti e personalità internazionali, ma nel fatto che quell’incontro produceva qualcosa che altrove era difficile ottenere: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/1788709646199.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Per decenni il <strong>Forum di Cernobbio</strong> è stato uno dei luoghi in cui l’Italia cercava di capire il mondo prima che il mondo cambiasse. La sua forza non consisteva soltanto nel riunire a Villa d’Este ministri, grandi imprenditori, banchieri, economisti e personalità internazionali, ma nel fatto che quell’incontro produceva qualcosa che altrove era difficile ottenere: accesso a informazioni, relazioni e idee prima che diventassero patrimonio comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questa scarsità ad essere scomparsa, ed è probabilmente questa la trasformazione che più di ogni altra dovrebbe interrogare Cernobbio. Oggi un imprenditore non deve più aspettare il primo fine settimana di settembre sul Lago di Como per capire dove sta andando il mondo. Può ascoltare in tempo reale i protagonisti della Silicon Valley, partecipare a una conferenza a Singapore, incontrare investitori nel Golfo, entrare in una fabbrica automatizzata in Asia o confrontarsi direttamente con chi sta sviluppando una nuova generazione di modelli di intelligenza artificiale. Il mondo è diventato accessibile e, soprattutto, molto più veloce. Per questo Cernobbio non compete più soltanto con altri forum italiani o europei, ma con una rete globale di luoghi nei quali innovazione, capitale e industria si incontrano ogni giorno. Il problema non è dunque stabilire se il Forum sia ancora prestigioso, perché evidentemente lo è, ma capire se continui ad avere quella capacità di anticipazione che per decenni ne ha giustificato l’eccezionalità. L’edizione 2026 aiuta a comprendere questa distinzione. Il programma resta di altissimo livello e sarebbe ingeneroso sostenere che tecnologia, scienza o innovazione siano assenti. Cernobbio ha ospitato, tra gli altri, il Nobel per la chimica<strong> Omar Yaghi</strong>, il CEO di <strong>Baykar Technologies Haluk Bayraktar</strong> e giovani fondatori selezionati dalla Peres Heritage Initiative, tra cui imprenditori attivi nell’intelligenza artificiale e nello spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione, però, non è chi compare nel programma, ma quale visione complessiva emerge dalla sua architettura. Le prime sessioni dell’edizione 2026 hanno visto protagonisti figure autorevolissime come <strong>Niall Ferguson, Anne-Marie Slaughter</strong>, <strong>Henry Huiyao Wang</strong>, <strong>Mohamed El-Erian</strong>,<strong> Nouriel Roubini</strong> e <strong>Nathan Sheets</strong>, con un’agenda incentrata sugli equilibri geopolitici, sull’economia mondiale e sul rapporto tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Il sabato è stato dedicato all’Agenda per l’Europa, con competitività, Mediterraneo, Balcani, difesa, sicurezza ed energia, mentre la domenica è tornata sull’Italia, con ministri, leader politici e temi come lavoro, infrastrutture, energia, giustizia ed economia. Sono tutti argomenti importanti e gli interlocutori sono spesso di primissimo livello. Ma proprio qui si vede la differenza tra interpretare bene il presente e anticipare il futuro. Intelligenza artificiale, robotica umanoide, Physical AI, semiconduttori, mobilità autonoma, batterie, nuovi materiali, biotecnologie e spazio non sono più semplicemente temi tecnologici da inserire accanto a geopolitica, energia o politica industriale. Stanno diventando l’infrastruttura attraverso cui verranno ridistribuiti produttività, ricchezza, capacità militare e potere geopolitico. Non sono una sezione dello scenario, ma una delle forze che lo stanno riscrivendo. Il punto, quindi, non è chiedere a Cernobbio di aggiungere un altro panel sull’intelligenza artificiale. La domanda è se i protagonisti della nuova economia mondiale siano sufficientemente centrali nella costruzione dell’agenda oppure se continuino prevalentemente a entrare in un impianto definito dalle categorie della politica, dell’economia e delle istituzioni tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un grande Forum dedicato allo scenario di oggi e di domani dovrebbe mettere in relazione non solo le classi dirigenti del presente, ma anche gli imprenditori, gli ingegneri e i fondatori che stanno costruendo ciò che verrà dopo. Dovrebbe affiancare al ministro il fondatore, all’economista l’ingegnere, al capo di una grande corporation l’imprenditore di un’azienda ancora poco conosciuta ma potenzialmente destinata a trasformare un settore. Una parte crescente delle discontinuità industriali più importanti emerge ormai fuori dai circuiti tradizionali europei, in Asia, negli Stati Uniti e nel Golfo. Non si tratta di celebrare un modello geografico al posto di un altro, ma di andare dove le trasformazioni stanno avvenendo e portare a Cernobbio le persone che le stanno producendo prima che diventino nomi inevitabili in qualsiasi conferenza internazionale. A questa critica TEHA potrebbe legittimamente rispondere che Cernobbio non è mai stato una fiera tecnologica, un evento di venture capital o una missione di scouting industriale. È vero, e trasformarlo in qualcosa del genere sarebbe un errore. La sua funzione è molto più ambiziosa: mettere in relazione impresa, politica e società per aiutare la classe dirigente a interpretare lo scenario nel quale dovrà prendere decisioni. Ma è precisamente per questo che il tema diventa ancora più importante. Se la tecnologia sta modificando lo scenario economico e geopolitico, capire chi la costruisce e in quale direzione si muove non è scouting tecnologico: è analisi strategica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cernobbio conserva una straordinaria capacità di convocazione e proprio per questo sarebbe sbagliato descriverlo come un evento diventato irrilevante. Il rischio è più sottile: diventare una rappresentazione sempre più sofisticata dell’establishment esistente proprio mentre il potere economico e tecnologico mondiale comincia a spostarsi verso attori che quell’establishment ancora conosce poco. Le élite europee partecipano agli stessi forum, incontrano gli stessi policy maker, ascoltano gli stessi economisti e leggono spesso gli stessi report. Il valore di Cernobbio dovrebbe consistere esattamente nel rompere questa circolarità, introducendo nella sala persone, imprese e idee che non appartengono ancora al circuito abituale e che costringano chi decide a mettere in discussione le proprie convinzioni. Per questo non servono necessariamente più ospiti, più panel o più temi. Probabilmente serve il contrario: più selezione, più rischio intellettuale e una maggiore disponibilità a sacrificare qualche presenza prevedibile per fare spazio a qualcuno che oggi pochi conoscono ma che tra cinque anni tutti vorranno ascoltare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero indicatore del successo di Cernobbio non dovrebbe essere soltanto la quantità di ministri, CEO e personalità internazionali che riesce ancora a portare a Villa d’Este. Dovrebbe essere la capacità di far uscire un imprenditore da quelle sale con la sensazione di avere scoperto qualcosa che non sapeva, incontrato qualcuno che non avrebbe incontrato altrove o intuito una trasformazione prima che diventasse evidente. Se invece si torna a casa dopo aver ascoltato, in forma certamente più autorevole ed elegante, ciò che era già possibile leggere nei giornali e nei grandi report internazionali, il valore marginale del Forum inevitabilmente diminuisce. Dopo oltre mezzo secolo, il prestigio accumulato da Cernobbio rimane enorme, ma il prestigio è un capitale che deve essere continuamente rigenerato. La domanda più utile, quindi, non è se Villa d’Este riesca ancora ad attirare le persone importanti di oggi, perché la risposta è chiaramente sì. La domanda è quante delle persone che stanno costruendo il mondo del 2035 considerino oggi Cernobbio un luogo nel quale sia importante esserci. È da quella risposta che si misura il declino relativo di un Forum nato per interpretare il cambiamento, perché il declino non comincia quando smettono di frequentarlo le persone importanti, ma quando il futuro smette di passare da lì.</p>
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		<title>Il volo della gallina: il Brasile, gigante che non riesce a volare</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/investimenti-italia-brasile-ue-mercosur/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 08:07:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni <strong>oltre 90 imprese italiane</strong>, accompagnate da Confindustria e ICE, partecipano a una missione imprenditoriale in Argentina e Brasile alla ricerca di opportunità di investimento, partnership e nuovi mercati. È la prima missione business-oriented organizzata da un Paese europeo nell’area dopo l’accordo UE-Mercosur e farà tappa a Buenos Aires, San Paolo e Brasilia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un’iniziativa importante, ma proprio perché l’accordo UE-Mercosur ha riacceso grandi aspettative verso il Brasile vale la pena guardare al Paese senza retorica, con lo sguardo concreto di chi deve decidere se investire, produrre e costruire relazioni industriali di lungo periodo. Il Brasile resta uno dei grandi paradossi dell’economia mondiale. Pochi Paesi possiedono contemporaneamente oltre 200 milioni di abitanti, un territorio grande quasi quanto un continente, immense risorse agricole e minerarie, abbondanza di energia e acqua, un enorme mercato interno e gruppi industriali capaci di competere a livello globale, da <strong>Embraer </strong>a <strong>WEG</strong> fino a <strong>Petrobras</strong>. Eppure continua a crescere molto meno di quanto questa dotazione farebbe immaginare. Esiste un’espressione che gli stessi brasiliani utilizzano da decenni per descrivere questa difficoltà: <strong>voo de galinha</strong>, il volo della gallina. La gallina possiede le ali, prende la rincorsa, si solleva da terra e per qualche momento sembra quasi poter volare, ma dopo pochi metri ricade. Nel linguaggio economico brasiliano l’espressione è diventata sinonimo di accelerazioni che non riescono a consolidarsi in uno sviluppo duraturo. È una metafora particolarmente efficace per descrivere il Brasile di oggi, che continua ad alternare fasi di espansione, favorite dalle materie prime, dai consumi o dalla spesa pubblica, a rallentamenti che riportano in superficie problemi mai completamente risolti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli ultimi dati lo mostrano bene. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL brasiliano è cresciuto dello <strong>0,5%</strong> rispetto al trimestre precedente, dopo l’1,1% del primo trimestre, mentre i consumi delle famiglie sono diminuiti dello <strong>0,4%</strong>. Non si tratta di una recessione, ma per un Paese con le dimensioni e le risorse del Brasile la domanda più interessante è perché non riesca a mantenere stabilmente ritmi di sviluppo comparabili con quelli delle economie emergenti più dinamiche. Una risposta riguarda il costo del denaro. Il <strong>Selic </strong>è oggi al 14% annuo, dopo essere rimasto al 15% all’inizio del 2026. A questi livelli finanziare un’impresa, costruire uno stabilimento, acquistare macchinari o investire in innovazione diventa estremamente costoso. Il problema non è soltanto monetario, perché tassi così elevati riflettono anche aspettative di inflazione e preoccupazioni sulla traiettoria fiscale del Paese. Questo elemento assume un peso ancora maggiore alla vigilia delle elezioni presidenziali di ottobre 2026, perché per chi deve decidere oggi un investimento industriale contano non soltanto i tassi correnti, ma anche le scelte che il prossimo governo farà in materia di spesa pubblica, debito, fiscalità e riforme. Al costo del capitale si aggiunge ciò che in Brasile viene definito <strong>Custo Brasil</strong>, vale a dire l’insieme di complessità fiscale, burocrazia, incertezza normativa, infrastrutture insufficienti e tempi amministrativi che continuano a rendere più difficile e più costoso investire e produrre. È qui che si trova il vero nodo: il problema del Brasile non è attirare attenzione, capitali o accordi commerciali, ma riuscire a convertirli in produttività, investimenti e sviluppo duraturo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il grande entusiasmo che ha accompagnato l’accordo tra Unione europea e Mercosur dovrebbe essere letto in questa prospettiva. L’accordo è importante, elimina progressivamente numerosi dazi, facilita gli scambi e apre nuove opportunità per le imprese europee e sudamericane. Confindustria stima, ad esempio, circa 4 miliardi di euro l’anno di risparmi tariffari per le imprese europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuirgli una capacità trasformativa che le analisi economiche non confermano. Uno studio pubblicato dal Parlamento europeo nel 2025 stima per il Brasile un incremento del PIL di lungo periodo di circa lo<strong> 0,3%</strong>. È un beneficio reale, ma molto lontano da una rivoluzione economica. In altre parole, è un buon accordo commerciale, non una politica di sviluppo. Ridurre i dazi può rendere più conveniente esportare una macchina utensile italiana o un prodotto brasiliano verso l’Europa, ma non abbassa il Selic, non semplifica il sistema fiscale, non elimina la burocrazia e non aumenta automaticamente la produttività. Il confronto con la Cina rende questo punto ancora più evidente. La Cina è il principale partner commerciale del Brasile e le imprese cinesi non si stanno limitando a utilizzare il Paese come mercato di sbocco o come fonte di materie prime. Gruppi come <strong>BYD e Great Wall Motor</strong> stanno costruendo una presenza produttiva locale e guardano al Brasile come piattaforma industriale per servire l’intera America Latina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Brasile rappresenta contemporaneamente una grande opportunità e un mercato complesso, ma proprio per questo non basta presentarsi con un prodotto da esportare. Occorre comprendere il sistema, scegliere partner locali solidi e pensare in termini di presenza industriale, tecnologia e filiere. L’Italia dispone di competenze molto forti nei macchinari, nell’automazione industriale, nell’agritech, nell’energia, nei nuovi materiali e in molte nicchie tecnologiche nelle quali il Brasile avrà bisogno di investire. La sfida non consiste quindi semplicemente nel vendere di più grazie alla riduzione dei dazi prevista dall’accordo UE-Mercosur, ma nell’utilizzare questa nuova apertura per costruire una presenza industriale più profonda. Il <em>voo de galinha</em> non è una caricatura inventata da chi guarda il Brasile dall’esterno, ma una metafora che il Paese utilizza da tempo per descrivere la propria difficoltà a trasformare le accelerazioni cicliche in crescita duratura. L’accordo UE-Mercosur può offrire una rincorsa più lunga, ma non sostituisce le riforme interne, né abbassa da solo il costo del capitale o aumenta la produttività. Per le imprese italiane la conclusione è altrettanto chiara: il Brasile resta un mercato enorme e un’opportunità reale, ma chi vuole coglierla non può limitarsi a esportare. Deve essere disposto a investire, produrre e costruire filiere locali, perché altri, a cominciare dalle imprese cinesi, hanno già iniziato a farlo.</p>
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