Per decenni il Forum di Cernobbio è stato uno dei luoghi in cui l’Italia cercava di capire il mondo prima che il mondo cambiasse. La sua forza non consisteva soltanto nel riunire a Villa d’Este ministri, grandi imprenditori, banchieri, economisti e personalità internazionali, ma nel fatto che quell’incontro produceva qualcosa che altrove era difficile ottenere: accesso a informazioni, relazioni e idee prima che diventassero patrimonio comune.
È proprio questa scarsità ad essere scomparsa, ed è probabilmente questa la trasformazione che più di ogni altra dovrebbe interrogare Cernobbio. Oggi un imprenditore non deve più aspettare il primo fine settimana di settembre sul Lago di Como per capire dove sta andando il mondo. Può ascoltare in tempo reale i protagonisti della Silicon Valley, partecipare a una conferenza a Singapore, incontrare investitori nel Golfo, entrare in una fabbrica automatizzata in Asia o confrontarsi direttamente con chi sta sviluppando una nuova generazione di modelli di intelligenza artificiale. Il mondo è diventato accessibile e, soprattutto, molto più veloce. Per questo Cernobbio non compete più soltanto con altri forum italiani o europei, ma con una rete globale di luoghi nei quali innovazione, capitale e industria si incontrano ogni giorno. Il problema non è dunque stabilire se il Forum sia ancora prestigioso, perché evidentemente lo è, ma capire se continui ad avere quella capacità di anticipazione che per decenni ne ha giustificato l’eccezionalità. L’edizione 2026 aiuta a comprendere questa distinzione. Il programma resta di altissimo livello e sarebbe ingeneroso sostenere che tecnologia, scienza o innovazione siano assenti. Cernobbio ha ospitato, tra gli altri, il Nobel per la chimica Omar Yaghi, il CEO di Baykar Technologies Haluk Bayraktar e giovani fondatori selezionati dalla Peres Heritage Initiative, tra cui imprenditori attivi nell’intelligenza artificiale e nello spazio.
La questione, però, non è chi compare nel programma, ma quale visione complessiva emerge dalla sua architettura. Le prime sessioni dell’edizione 2026 hanno visto protagonisti figure autorevolissime come Niall Ferguson, Anne-Marie Slaughter, Henry Huiyao Wang, Mohamed El-Erian, Nouriel Roubini e Nathan Sheets, con un’agenda incentrata sugli equilibri geopolitici, sull’economia mondiale e sul rapporto tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Il sabato è stato dedicato all’Agenda per l’Europa, con competitività, Mediterraneo, Balcani, difesa, sicurezza ed energia, mentre la domenica è tornata sull’Italia, con ministri, leader politici e temi come lavoro, infrastrutture, energia, giustizia ed economia. Sono tutti argomenti importanti e gli interlocutori sono spesso di primissimo livello. Ma proprio qui si vede la differenza tra interpretare bene il presente e anticipare il futuro. Intelligenza artificiale, robotica umanoide, Physical AI, semiconduttori, mobilità autonoma, batterie, nuovi materiali, biotecnologie e spazio non sono più semplicemente temi tecnologici da inserire accanto a geopolitica, energia o politica industriale. Stanno diventando l’infrastruttura attraverso cui verranno ridistribuiti produttività, ricchezza, capacità militare e potere geopolitico. Non sono una sezione dello scenario, ma una delle forze che lo stanno riscrivendo. Il punto, quindi, non è chiedere a Cernobbio di aggiungere un altro panel sull’intelligenza artificiale. La domanda è se i protagonisti della nuova economia mondiale siano sufficientemente centrali nella costruzione dell’agenda oppure se continuino prevalentemente a entrare in un impianto definito dalle categorie della politica, dell’economia e delle istituzioni tradizionali.
Un grande Forum dedicato allo scenario di oggi e di domani dovrebbe mettere in relazione non solo le classi dirigenti del presente, ma anche gli imprenditori, gli ingegneri e i fondatori che stanno costruendo ciò che verrà dopo. Dovrebbe affiancare al ministro il fondatore, all’economista l’ingegnere, al capo di una grande corporation l’imprenditore di un’azienda ancora poco conosciuta ma potenzialmente destinata a trasformare un settore. Una parte crescente delle discontinuità industriali più importanti emerge ormai fuori dai circuiti tradizionali europei, in Asia, negli Stati Uniti e nel Golfo. Non si tratta di celebrare un modello geografico al posto di un altro, ma di andare dove le trasformazioni stanno avvenendo e portare a Cernobbio le persone che le stanno producendo prima che diventino nomi inevitabili in qualsiasi conferenza internazionale. A questa critica TEHA potrebbe legittimamente rispondere che Cernobbio non è mai stato una fiera tecnologica, un evento di venture capital o una missione di scouting industriale. È vero, e trasformarlo in qualcosa del genere sarebbe un errore. La sua funzione è molto più ambiziosa: mettere in relazione impresa, politica e società per aiutare la classe dirigente a interpretare lo scenario nel quale dovrà prendere decisioni. Ma è precisamente per questo che il tema diventa ancora più importante. Se la tecnologia sta modificando lo scenario economico e geopolitico, capire chi la costruisce e in quale direzione si muove non è scouting tecnologico: è analisi strategica.
Cernobbio conserva una straordinaria capacità di convocazione e proprio per questo sarebbe sbagliato descriverlo come un evento diventato irrilevante. Il rischio è più sottile: diventare una rappresentazione sempre più sofisticata dell’establishment esistente proprio mentre il potere economico e tecnologico mondiale comincia a spostarsi verso attori che quell’establishment ancora conosce poco. Le élite europee partecipano agli stessi forum, incontrano gli stessi policy maker, ascoltano gli stessi economisti e leggono spesso gli stessi report. Il valore di Cernobbio dovrebbe consistere esattamente nel rompere questa circolarità, introducendo nella sala persone, imprese e idee che non appartengono ancora al circuito abituale e che costringano chi decide a mettere in discussione le proprie convinzioni. Per questo non servono necessariamente più ospiti, più panel o più temi. Probabilmente serve il contrario: più selezione, più rischio intellettuale e una maggiore disponibilità a sacrificare qualche presenza prevedibile per fare spazio a qualcuno che oggi pochi conoscono ma che tra cinque anni tutti vorranno ascoltare.
Il vero indicatore del successo di Cernobbio non dovrebbe essere soltanto la quantità di ministri, CEO e personalità internazionali che riesce ancora a portare a Villa d’Este. Dovrebbe essere la capacità di far uscire un imprenditore da quelle sale con la sensazione di avere scoperto qualcosa che non sapeva, incontrato qualcuno che non avrebbe incontrato altrove o intuito una trasformazione prima che diventasse evidente. Se invece si torna a casa dopo aver ascoltato, in forma certamente più autorevole ed elegante, ciò che era già possibile leggere nei giornali e nei grandi report internazionali, il valore marginale del Forum inevitabilmente diminuisce. Dopo oltre mezzo secolo, il prestigio accumulato da Cernobbio rimane enorme, ma il prestigio è un capitale che deve essere continuamente rigenerato. La domanda più utile, quindi, non è se Villa d’Este riesca ancora ad attirare le persone importanti di oggi, perché la risposta è chiaramente sì. La domanda è quante delle persone che stanno costruendo il mondo del 2035 considerino oggi Cernobbio un luogo nel quale sia importante esserci. È da quella risposta che si misura il declino relativo di un Forum nato per interpretare il cambiamento, perché il declino non comincia quando smettono di frequentarlo le persone importanti, ma quando il futuro smette di passare da lì.

