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	<title>Gianluca Attura, Autore presso Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Gianluca Attura, Autore presso Italia nel futuro</title>
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		<title>Oro, banche, dati e pagamenti: sovranità in abbonamento</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/sovranita-digitale-italiana-cloud-oro-pagamenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Attura]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Banking e Fintech]]></category>
		<category><![CDATA[ACN]]></category>
		<category><![CDATA[CloudAct]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/8b08c006-4b82-456c-9149-b03e3e17fe7a-2_converted.avif" type="image/jpeg" />Questa è la sovranità all&#8217;italiana: il nostro oro sta per metà a New York, i nostri pagamenti passano da circuiti americani, i nostri dati pubblici sono appena finiti dentro un&#8217;infrastruttura che gira su tecnologia americana. Non è colpa degli americani, che fanno il loro mestiere alla luce del sole: è colpa dell&#8217;Europa, che si guarda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/09/8b08c006-4b82-456c-9149-b03e3e17fe7a-2_converted.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Questa è la sovranità all&#8217;italiana: il nostro oro sta per metà a New York, i nostri pagamenti passano da circuiti americani, i nostri dati pubblici sono appena finiti dentro un&#8217;infrastruttura che gira su tecnologia americana. Non è colpa degli americani, che fanno il loro mestiere alla luce del sole: è colpa dell&#8217;Europa, che si guarda bene dal fare il proprio. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Sovranità significa una cosa concreta, poter decidere da soli su ciò che è tuo senza dipendere da nessuno per continuare a usarlo; se per accedere a una cosa tua devi passare da qualcun altro, quella cosa è tua solo finché l&#8217;altro è d&#8217;accordo. Nel comodato d&#8217;uso la cosa resta tua e la usa un altro; noi abbiamo fatto l&#8217;esatto contrario, e la prova è nei numeri. Il 21 luglio 2026 il <strong>Dipartimento per la trasformazione digitale</strong> ha annunciato il traguardo: oltre il 75% delle amministrazioni pubbliche italiane ha completato la migrazione verso infrastrutture cloud qualificate, circa tredicimila enti, oltre centotrentacinquemila servizi digitali, e più di duecentottanta tra amministrazioni centrali, ASL e aziende ospedaliere trasferite dentro il <strong>Polo Strategico Nazionale</strong>: protocollo informatico, gestione documentale, contabilità, personale, banche dati nazionali, sanità, mercato del lavoro, ricerca. Tutto dentro, nei tempi, obiettivo europeo centrato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui la storia si complica, perché non sto per raccontarvi un fallimento: sulla fibra abbiamo scritto di cantieri fermi e scadenze scivolate, qui invece ha funzionato tutto, ed è esattamente per questo che è più grave. Perché non è la prima volta che consegniamo qualcosa di nostro raccontandoci che è una scelta tecnica. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> detiene circa 2.450 tonnellate d&#8217;oro, quarto detentore al mondo: circa il 45% a Roma, nelle sagrestie di Palazzo Koch in via Nazionale, circa il 43% nei caveau della <strong>Federal Reserve</strong> di New York, il resto tra Svizzera e Londra. Quasi la metà della nostra riserva strategica nazionale custodita a casa di qualcun altro, e la spiegazione ufficiale è la diversificazione del rischio — una spiegazione che la Francia non ha mai accettato, e che ha rifiutato due volte a sessant&#8217;anni di distanza. La prima con la forza: tra il 1963 e il 1966, nell&#8217;operazione che l&#8217;ex direttore generale onorario della Banque de France <strong>Didier Bruneel </strong>ha ricostruito col nome di &#8220;<em>Vide-Gousset</em>&#8220;, <strong>de Gaulle</strong> si riprese oltre tremila tonnellate da New York e Londra, quarantaquattro traversate via mare e centoventinove voli, tre anni di lavoro per riportare a Parigi tutto quello che era francese. La seconda con l&#8217;astuzia: tra luglio 2025 e gennaio 2026 la <strong>Banque de France </strong>ha venduto le circa 130 tonnellate che ancora deteneva presso la Fed di New York, in ventisei transazioni, ricomprandone altrettante in Europa, oggi custodite a Parigi, senza che un solo lingotto attraversasse l&#8217;Atlantico. Il governatore <strong>François Villeroy de Galhau</strong> l&#8217;ha presentata come operazione tecnica, negando ogni movente politico, e ha comunque prodotto una plusvalenza di quasi 13 miliardi di euro. La Germania, che con 3.350 tonnellate detiene la seconda riserva al mondo, aveva già fatto la sua parte dieci anni prima: tra il 2013 e il 2017 la <strong>Bundesbank</strong> ha rimpatriato 674 tonnellate da New York e Parigi, la più grande operazione di questo tipo mai realizzata, portando oggi metà dell&#8217;oro tedesco su suolo nazionale. Nel giugno 2025 il Financial Times segnalava pressioni crescenti in Italia e Germania per rimpatriare l&#8217;oro rimasto a New York, ma mentre la <strong>Bundesbank</strong> quel lavoro l&#8217;aveva già fatto un decennio prima di propria iniziativa, l&#8217;Italia continua a valutare senza muovere un lingotto. A dicembre 2025 abbiamo prodotto la nostra risposta: un emendamento alla manovra che interpreta le norme valutarie nel senso che le riserve auree detenute dalla <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> appartengono al Popolo Italiano. Non le abbiamo riportate a casa: abbiamo scritto in una legge che sono nostre, lasciando intatte custodia e gestione. Francia e Germania hanno spostato lingotti e incassato miliardi, noi un comma. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il secondo caso, ce l&#8217;avete in tasca. Quando un cittadino europeo paga verso un altro Paese dell&#8217;area euro con una carta, il trasferimento passa quasi certamente per un circuito americano, Visa o Mastercard, anche quando la carta gliel&#8217;ha emessa una banca italiana, perché un&#8217;infrastruttura europea per i pagamenti transfrontalieri semplicemente non esiste. Circa due terzi dei pagamenti digitali dell&#8217;Eurozona transitano ancora per operatori non europei, e <strong>Christine Lagarde</strong> lo ripete da anni. Il rischio qui non è teorico: gli Stati Uniti dispongono di leggi che consentono di applicare sanzioni economiche con effetti globali, la stessa logica del <strong>CLOUD Act</strong> applicata al denaro invece che ai dati. La risposta europea è arrivata con vent&#8217;anni di ritardo. Il 31 gennaio 2026 <strong>Bancomat</strong>, <strong>Bizum</strong>, <strong>SIBS/MB Way</strong> e <strong>Vipps MobilePay</strong> hanno firmato con <strong>EPI Company</strong> la roadmap di un sistema paneuropeo: hub di interoperabilità entro metà 2026, pagamenti transfrontalieri tra privati entro fine anno, e-commerce e POS nel 2027, quindici Paesi e quasi quattrocento milioni di abitanti. C&#8217;è dentro anche l&#8217;Italia, e va riconosciuto. Ma c&#8217;è un dettaglio che vale l&#8217;intera storia: parte dell&#8217;infrastruttura cloud di <strong>Wero</strong>, il wallet europeo, gira su <strong>Amazon Web Services</strong>. La sovranità dei pagamenti costruita sopra il cloud americano &#8211; qualunque cosa costruiamo per emanciparci, la costruiamo sulle loro fondamenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta il terzo caso, quello appena chiuso. Guardiamo dentro il <strong>Polo Strategico Nazionale</strong>, dove la <strong>Misura 1.1</strong> del <strong>PNRR </strong>vale <strong>novecento milioni di euro</strong> e PSN ha già acquisito contratti per circa 2,8 miliardi, raggiungendo al secondo anno di vita il valore previsto per l&#8217;intera concessione fino al 2035. Poi si apre il catalogo: il <strong>Public Cloud PSN Managed</strong> gira su <strong>Google Assured Workload </strong>e <strong>Oracle Alloy</strong>, l&#8217;<strong>Hybrid Cloud</strong><em> </em>su <strong>Microsoft Azure</strong>, il <strong>Secure Public Cloud</strong> su <strong>Azure</strong>, <strong>Google Cloud</strong> e <strong>AWS</strong>, entrata a gennaio 2025 come quarto <em>Cloud Service Provider</em> con oltre ottanta servizi sulla region italiana. Quattro fornitori, quattro bandiere, tutte la stessa: nessun operatore europeo. E questo non lo dice un critico esterno, lo scrive PSN stessa, in un documento intitolato &#8220;<em>perché è il cuore della sovranità cloud italiana</em>&#8220;, secondo cui allo stato odierno l&#8217;erogazione dei servizi infrastrutturali non può prescindere dall&#8217;impiego di tecnologie di provenienza statunitense o comunque extra-UE. Il soggetto che vende sovranità certifica per iscritto di non poterla produrre. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>CLOUD Act</strong>, del resto, è del 2018: votato, pubblicato, applicato alla luce del sole da otto anni, e dice una cosa sola, che conta chi controlla la società che gestisce il server, non dove sta la macchina. Washington fa il proprio interesse in pubblico, con una legge che chiunque poteva leggere; l&#8217;Europa l&#8217;ha letta e ha risposto con una parola sola, sovranità, ripetuta nei comunicati, stampata nei cataloghi, diventata una voce di listino accanto al prezzo &#8211; esattamente come &#8220;<em>appartengono al Popolo Italiano</em>&#8221; è diventato un comma. I numeri intanto dicono altro: secondo <strong>Synergy Research</strong> la quota dei fornitori cloud europei è scesa dal 29% del 2017 al 15% del 2022 e da lì non si è più mossa, mentre <strong>Amazon</strong>, <strong>Microsoft </strong>e <strong>Google</strong> tengono insieme il 70% del mercato europeo e i primi due operatori europei, <strong>SAP</strong> e <strong>Deutsche Telekom</strong>, si fermano al 2% ciascuno. Il 2% contro il 70% non è un mercato contendibile, è una geografia. Il regolamento europeo sul cloud è slittato più volte sotto pressione americana, mentre chi doveva essere regolato aveva già rilasciato il prodotto: <strong>AWS European Sovereign Cloud</strong> disponibile da gennaio 2026, <strong>Microsoft Sovereign Cloud</strong> esteso a febbraio. Chi arriva prima detta lo standard, chi arriva dopo scrive la conformità. Eppure si poteva fare diversamente, e questo smonta l&#8217;alibi più comodo. La Francia ha <strong>SecNumCloud</strong>, la qualificazione dell&#8217;ANSSI che dalla versione 3.2 del 2022 include tra i requisiti l&#8217;immunità dalle legislazioni extraterritoriali, <strong>CLOUD Act</strong> e <strong>FISA</strong> compresi, obbligatoria per le amministrazioni che trattano dati sensibili in forza della dottrina &#8220;<em>Cloud de Confiance</em>&#8221; del 2021: il criterio esclude in radice le imprese la cui casa madre è soggetta al <strong>CLOUD Act</strong>. Nessuna qualificazione può bloccare una legge americana, ma può funzionare come requisito di gara: senza quel bollino non vendi allo Stato francese. Il mercato si è adattato, perché il potere contrattuale ce l&#8217;ha chi ha in mano i soldi. <strong>Google</strong> non ha rinunciato al mercato francese, ha rinunciato al controllo tenendosi i ricavi: è nata <strong>S3NS</strong>, società francese in cui <strong>Thales </strong>ha il comando e <strong>Google</strong> fornisce la tecnologia in licenza, qualificata <strong>SecNumCloud</strong> a dicembre 2025, prima a coprire <strong>IaaS,</strong> <strong>PaaS </strong>e <strong>CaaS</strong> insieme. <strong>Microsoft</strong> ha fatto lo stesso passando da <strong>Bleu</strong>, società indipendente fondata da <strong>Orange</strong> e <strong>Capgemini</strong>. In Francia oggi le offerte qualificate sono una decina, da <strong>Outscale</strong> a <strong>OVHcloud</strong> a <strong>Cloud Temple</strong>; costa dal 30 al 50% in più rispetto a servizi equivalenti, e la dipendenza dal codice americano non sparisce nemmeno dentro <strong>S3NS</strong>, ma resta una tutela più solida della nostra, e soprattutto è una scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia ha scritto una classificazione dei dati in ordinari, critici e strategici, ha qualificato i servizi cloud per la PA, ha vietato ai fornitori esteri i dati strategici &#8211; tutto corretto, ma non ha mai preteso, come criterio di qualificazione, l&#8217;immunità dalle leggi extraterritoriali. Il requisito che a Parigi ha costretto Google a passare da <strong>Thales</strong>, a Roma non è mai stato scritto. Non è che non si poteva: non lo abbiamo chiesto. Attenzione però a non esagerare in senso opposto, perché la versione forte di questa storia è anche la più debole: nessuno sta leggendo la contabilità dei ministeri italiani, e le chiavi di cifratura del <strong>Secure Public Cloud</strong> restano a <strong>PSN</strong>. Ma è proprio questo il punto: la nostra tutela non poggia su una giurisdizione, poggia su una configurazione, e le configurazioni si cambiano, i contratti si rinegoziano, i perimetri tecnici si ridisegnano. Abbiamo trasformato un problema di diritto in un problema di impostazioni, e lo abbiamo pagato: 225 milioni a marzo 2024, 280 a maggio 2024, 300 nel 2025, altri 140 a dicembre 2025, soldi europei, cioè nostri, spesi per comprare in licenza la tecnologia di chi la legge ci autorizza a temere. Se proprio non vogliamo imitare la Francia, imitiamo almeno l&#8217;Australia, alleata di Washington dentro i <strong>Five Eyes</strong> e senza nessuna intenzione di uscirne. Canberra ha l&#8217;<strong>Hosting Certification Framework</strong>, che tratta la sovranità come qualcosa di misurabile — chi possiede il fornitore, chi lo rifornisce, quale giurisdizione si applica &#8211; e classifica i fornitori in &#8220;certified assured&#8221; e &#8220;certified strategic&#8221;: il risultato è che anche lì <strong>Google Cloud</strong> risulta &#8220;<em>certified strategic</em>&#8220;, fornitore americano incluso. La differenza è tutta nell&#8217;atteggiamento: gli australiani non hanno preso in giro i propri cittadini, hanno preso atto della dipendenza e l&#8217;hanno misurata, con un registro pubblico che dice chi dipende da chi e a quale livello. Noi abbiamo un catalogo commerciale e un comunicato stampa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>De Gaulle</strong> mandò quarantaquattro navi. Parigi ha scritto un requisito di gara. Canberra ha fatto l&#8217;inventario. Noi abbiamo scritto un comma. I segreti sono un&#8217;unità di tempo, e questa è la domanda che nessuno pone: non se quei dati siano al sicuro oggi, ma per quanto tempo lo resteranno, e a discrezione di chi. Una sovranità che si rinnova a ogni scadenza contrattuale non è una sovranità, è un abbonamento. </p>
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		<item>
		<title>Chi paga il conto dei ritardi di Open Fiber? Certamente i consumatori-utenti della rete, ma alla fine i contribuenti…</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/open-fiber-debito-storia-retroscena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Attura]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 12:52:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[BandaUltralarga]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/08/Attura.avif" type="image/jpeg" />Mettetevi comodi, la cena non è ancora finita. Adesso entriamo in cucina. Perché il bello, o forse il peggio, deve ancora arrivare. Nel primo capitolo vi avevo lasciati al tavolo, conto pagato e piatto mai arrivato. Ora andiamo a vedere chi ha aperto questo locale, chi ci ha messo i soldi e chi è uscito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/08/Attura.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Mettetevi comodi, la cena non è ancora finita. Adesso entriamo in cucina. Perché il bello, o forse il peggio, deve ancora arrivare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel primo capitolo vi avevo lasciati al tavolo, conto pagato e piatto mai arrivato. Ora andiamo a vedere chi ha aperto questo locale, chi ci ha messo i soldi e chi è uscito dal retro prima che arrivassero i fornitori. Dicembre 2015. L&#8217;Italia della fibra è ferma: la rete è quella del vecchio monopolio, fatta di rame, e chi la possiede si porta dietro quasi trenta miliardi di debito accumulati tra scalate e rifinanziamenti. Non è che <strong>TIM</strong> non investisse — dieci miliardi a piano nel triennio 2015-2017, quasi tre sulla fibra. È che con quel fardello l&#8217;unica strada percorribile era quella economica: fibra fino all&#8217;armadio di strada, poi ancora rame fino a casa. Rifare tutto da zero significava azzerare il proprio vantaggio e rimettersi a scavare come gli altri, con soldi che non c&#8217;erano.<strong> Enel</strong> ha allora l&#8217;intuizione: possiede già cavidotti, pali e pozzetti ovunque per portare l&#8217;elettricità, e dentro quei tubi la fibra ci passa senza chiedere permesso a nessuno. Ha la cucina già montata, deve solo scrivere il menù. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nasce <strong>Open Fiber</strong>: solo fibra vera fino a casa, vendita esclusivamente all&#8217;ingrosso, nessun cliente proprio. Un cuoco che prepara per tutte le sale senza averne una sua. Sulla carta, la soluzione elegante a vent&#8217;anni di immobilismo. Poi il 2021, l&#8217;anno in cui si decide tutto. A dicembre 2020, sotto il governo <strong>Conte</strong>, <strong>Enel </strong>ha già avviato la trattativa per vendere la sua quota. <strong>Draghi</strong> arriva a febbraio e si trova quel dossier a metà strada — e insieme il progetto di rete unica, la fusione tra <strong>Open Fiber</strong> e la rete dell&#8217;ex monopolista, che il governo precedente aveva sostenuto. Lascia concludere il primo e affossa il secondo. Già a marzo la rete unica si arena sul veto incrociato di tre ministri: <strong>Giorgetti</strong> allo Sviluppo economico, <strong>Colao</strong> alla Transizione digitale, <strong>Franco</strong> al Tesoro. Non erano contrari alla fusione in sé, erano contrari a consegnarne il controllo a <strong>TIM</strong>, partecipata al ventiquattro per cento dalla francese <strong>Vivendi</strong>. <strong>Giorgetti </strong>disse in Parlamento che non si poteva ipotizzare un monopolio privato sulla rete, tantomeno in mani straniere. Una posizione che l&#8217;allora opposizione, per bocca di <strong>Giorgia Meloni</strong>, giudica molto positiva. E il 3 dicembre, in piena pandemia — quando un cambio di soci in una società di telecomunicazioni non interessava a nessuno, si contavano ricoveri e dosi di vaccino — <strong>Enel</strong> incassa 2.733 milioni: 2.199 da <strong>Macquarie</strong> per il 40%, 534 da <strong>Cassa Depositi e Prestiti</strong> per il 10%. Plusvalenza dichiarata a bilancio: 1.763 milioni, su un valore contabile di poco inferiore al miliardo. Chi ha aperto il ristorante esce dalla porta con un miliardo e settecento milioni di guadagno netto, e nemmeno lascia la mancia al cameriere. E qui sta il dettaglio che rende la storia istruttiva: il momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il debito di <strong>Open Fiber a</strong> fine 2021, quando<strong> Enel</strong> esce, è 3,3 miliardi. Oggi, 30 giugno 2026, è 7,3. Più che raddoppiato in quattro anni e mezzo, con una progressione quasi perfettamente lineare: 19% in più ogni anno, senza un solo esercizio di respiro, quattro volte l&#8217;inflazione. Enel è uscita esattamente dove la curva comincia a salire, quando il modello era ancora una promessa e non ancora un conto. Non serve attribuire intenzioni: bastano le date. Febbraio 2022: arriva il finanziamento che regge tutto, 7,2 miliardi da un sindacato di ventidue banche — I<strong>ntesa, UniCredit, BNP Paribas, Santander, la Banca Europea</strong> per gli Investimenti — con le azioni interamente date in pegno a garanzia. È prassi normale nel project financing, per carità. In quell&#8217;elenco, però, compare anche la filiale milanese di<strong> Bank of China</strong>. Nulla di irregolare, il pegno si escute solo in caso di insolvenza. Ma vale la pena fermarsi un attimo su quella riga della visura camerale: l&#8217;infrastruttura che chiamiamo strategica nazionale è impegnata, per intero, a un pool che comprende un istituto di Stato cinese. E ce lo siamo raccontato per anni, il tema della sovranità digitale, guardando sempre e solo verso il cloud americano. Dicembre 2024: il debito è arrivato a 6 miliardi, i bilanci in perdita sono tre di fila, e i soci devono rimettere mano al portafoglio. Aumento di capitale da un miliardo e cinquanta milioni — 630 dalla <strong>Cassa Depositi e Prestiti,</strong> cioè noi, e 420 da <strong>Macquarie</strong> — più circa 1,3 miliardi di nuovo credito bancario con scadenza 2029. Le banche, invece di stringere, hanno rifinanziato. Ed è qui il vizio di fondo, quello che spiega tutto il resto: quando il socio di maggioranza è lo Stato, il mercato smette di disciplinare il rischio. Perché, se qualcosa va storto, il conto ha già un destinatario. Primavera 2025: il governo prova il piano B. Far subentrare FiberCop nei cinque lotti del Centro Nord dove Open Fiber è più indietro, con tavoli tecnici al <strong>Dipartimento per la Trasformazione Digitale</strong> guidato dal sottosegretario <strong>Alessio Butti</strong> e scadenza fissata al 30 giugno. Il 3 giugno Open Fiber dice no: offerta inadeguata, tempi irrealistici. Da fine giugno le due società non vengono più riconvocate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è inevitabile: se nel 2025 quel subentro si fosse fatto, quanto sarebbe costato ai contribuenti? Probabilmente nulla. Invece, tramontata quella soluzione, lo Stato si è trovato pochi mesi dopo a dover modificare il piano, rinviare gli obiettivi e mettere di nuovo mano al portafoglio dei cittadini. La revoca della concessione, evocata alla Camera dal ministro<strong> Foti</strong> a maggio, resta un annuncio — una pistola scarica, l&#8217;ha definita qualcuno più esperto di me: revocare senza alternativa pronta significa contenzioso decennale, e allora si tratta. E le penali? Sono state applicate, va detto: 54,6 milioni a fine 2023, saliti a 80,3 milioni al 31 ottobre 2025, con <strong>Infratel</strong> che a dicembre ne ha chieste altrettante e la prospettiva di arrivare a 180. Il problema è che comminarle non significa incassarle: secondo la ricostruzione della delibera della <strong>Corte dei conti</strong>, solo una quota limitata risulta effettivamente riscossa e oltre la metà è finita in contenzioso. E poi c&#8217;è il cortocircuito che riassume tutta questa storia: mentre Infratel comminava ottanta milioni di penali per i ritardi, il decreto ministeriale del gennaio 2025 riconosceva a Open Fiber 660 milioni di contributi per riequilibrare i piani economici — un pacchetto che secondo il Sole 24 Ore arriva a ottocento milioni contando l&#8217;allungamento delle concessioni fino al 2044. Multiamo con una mano e restituiamo con l&#8217;altra, dieci volte tanto. Autunno 2025: la resa. L&#8217;Italia chiede ufficialmente a Bruxelles di rinviare di oltre quattro anni la copertura di settecentomila civici, dal 2026 al 2030. Era già andata male una prima proposta: coprire le zone in ritardo con l&#8217;<strong>FWA</strong> — fibra fino a un&#8217;antenna, poi onde radio fino a casa, molto più economica — promettendo di sostituirla con fibra vera entro il 2027. Da Bruxelles non arrivò un no, arrivò il silenzio, che in diplomazia è peggio. Perché l&#8217;<strong>FWA</strong> tocca il gigabit solo con le onde millimetriche, a poche centinaia di metri dall&#8217;antenna e con un cliente solo collegato: nelle aree interne, antenne poche e lontane, banda divisa fra tutti, si viaggia fra cento e trecento megabit. Un decimo di quello che c&#8217;è scritto sull&#8217;insegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure il piano continua a chiamarsi <strong>&#8220;Italia a 1 Giga&#8221;</strong>, mentre gli esperti avvertono che quella soglia difficilmente sarà raggiunta là dove si è scelto di alimentare le antenne via satellite anziché via fibra. È il cosiddetto backhauling satellitare, previsto per ottantamila civici con 95 milioni di euro: normalmente il collegamento fra l&#8217;antenna di zona e la rete principale si fa scavando e posando fibra, qui invece quel tratto lo copre un satellite, e dall&#8217;antenna il segnale prosegue via radio fino alle case. Due colli di bottiglia in fila, uno sopra l&#8217;altro: il satellite a monte, con banda condivisa fra tutti gli utenti e prestazioni che i migliori operatori dichiarano al massimo intorno ai 150 megabit, per giunta soggette al meteo; e la radio a valle, anch&#8217;essa condivisa. Sommateli e capite perché il gigabit dell&#8217;insegna resta un&#8217;insegna. Rischiamo una copertura peggiore di quella promessa alla Commissione nel 2021. E i controllori? Controllare un&#8217;infrastruttura pagata con denaro pubblico dovrebbe funzionare come il GPS sulle auto aziendali: sai dove sta il mezzo, quanta strada ha fatto, quanta ne resta. Dà fastidio, a volte ti scarica la batteria, ma è l&#8217;unico modo per sapere se il furgone consegna o è fermo al bar. E il GPS c&#8217;era, si chiama Infratel: la società pubblica che ha bandito le gare, firmato le convenzioni e che deve verificare l&#8217;avanzamento. Il navigatore qualcosa lo segnalava pure — nella mappatura 2025 Infratel ha messo a verbale le discrepanze tra quanto dichiarava <strong>Open Fiber</strong> e quanto risultava a lei. Solo che dopo la segnalazione non è successo nulla: i dati sul portale pubblico restano quelli dichiarati dai beneficiari. Poi è arrivata la Corte dei conti, deliberazione 71 del 2025, con rilievi formali sul <strong>Piano Banda Ultralarga aree bianche</strong> — piano precedente e distinto da Italia a 1 Giga, ma stesso concessionario — contestando ritardi, criticità territoriali e, questo è il punto, l&#8217;efficacia stessa delle penali. A fine ottobre 2025, su 8,3 milioni di unità programmate, ne risultavano raggiunte poco più di sei milioni. Oh, attenti: raggiunte, non collegate. La differenza ormai la conoscete. Il GPS, insomma, non l&#8217;abbiamo staccato: abbiamo semplicemente smesso di guardare lo schermo. Arriviamo a oggi. Primo semestre 2026: debito più 460 milioni, clienti più 272 mila. Fanno 1.691 euro di debito aggiuntivo per ogni coperto conquistato. Quel cliente rende 220 euro l&#8217;anno, che al netto dei costi diventano 130: ritorno dell&#8217;investimento, tredici anni. Probabilmente di più, perché parte di quella spesa costruisce sale per commensali che non esistono ancora. Debito pari a sedici volte e mezzo il margine annuo, cassa positiva promessa non prima del 2028. Macquarie, nel frattempo, ha versato circa 2,6 miliardi in tutto: la quota di debito che oggi le compete ne vale 2,92. Il fondo australiano che doveva fare l&#8217;affare del secolo è più esposto di quanto abbia messo. E ai vertici del locale si sono dati il cambio due amministratori delegati e due presidenti in poco più di tre anni: in una cucina che deve rispettare scadenze europee, cambiare due volte lo chef e due volte il maître non aiuta a servire in orario. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo allora al bivio del 2021, perché è lì che si decide tutto. Il timore dei tre ministri era probabilmente questo: <strong>TIM,</strong> ancora schiacciata da quel debito enorme, non avrebbe avuto la forza di spingere sulla fibra, e mettere la rete nelle sue mani avrebbe significato rallentare tutto. Un ragionamento legittimo, allora. Ma chissà se oggi, col senno di poi, rifarebbero la stessa scelta. Perché la rete unica non si è fatta in nome della concorrenza — e mi permetto un&#8217;eresia: la concorrenza, sulle infrastrutture essenziali, ha spesso combinato più guai che benefici. Risultato: un caso probabilmente unico in Europa, con lo Stato azionista di due società che si fanno concorrenza fra loro. <strong>Cassa Depositi e Prestiti</strong> al sessanta per cento in <strong>Open Fiber</strong>, il Ministero dell&#8217;Economia al sedici dentro il consorzio che controlla <strong>FiberCop.</strong> Immaginate due ristoranti uno di fronte all&#8217;altro, stessa piazza, stesso menù, stessa clientela da spartirsi. Le stesse strade scavate due volte, le stesse città cablate due volte. E la sera, alle otto, entrambe le sale mezze vuote: diciassette milioni di coperti apparecchiati da un lato, quindici dall&#8217;altro, e in tutta Italia sette milioni di clienti seduti davvero. Trentadue milioni di posti a tavola per sette milioni di commensali. Il proprietario è lo stesso di entrambi i locali: paga due volte i fornitori, incassa la metà. E i debiti corrono da tutte e due le parti: 7,3 miliardi da un lato, oltre dodici dall&#8217;altro. Sostenibilità diverse — leva 6,2 volte per <strong>FiberCop</strong>, sedici e mezzo per <strong>Open Fiber</strong> — ma stessa direzione: verso l&#8217;alto. Nessun cattivo, nessun colpevole, nessuno che risponda. E qui sta il punto: in dieci anni non un obiettivo è rimasto quello che era, non una penale è stata incassata per intero, non una responsabilità è stata accertata. Enel ha guadagnato un miliardo e settecento milioni e se n&#8217;è andata. Le banche hanno rifinanziato, e su quel debito incassano interessi per centinaia di milioni l&#8217;anno, soldi nostri che vengono drenati via. I governi hanno rinviato. I vertici si sono avvicendati. La Corte dei conti ha scritto nero su bianco che il sistema delle penali non funziona, e la risposta è stata comminarne altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che il conto continua a crescere: perché non c&#8217;è mai stato nessuno, in tutta la catena, che avesse un motivo per fermarlo &#8211; il rischio è di tutti, la responsabilità di nessuno. E il cliente della prima puntata? Aspetta ancora. Con il conto in mano, e il piatto vuoto davanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/open-fiber-debito-storia-retroscena/">Chi paga il conto dei ritardi di Open Fiber? Certamente i consumatori-utenti della rete, ma alla fine i contribuenti…</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>L’Italia della Fibra (d’oro): è come pagare al ristorante una cena mai servita</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/piano-italia-1-giga-fibra-ritardi-open-fiber/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Attura]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 10:58:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/08/tmkffm0c9mvkclgybse6.avif" type="image/jpeg" />Immaginate di entrare in un ristorante, ordinare, aspettare, e alla fine pagare il conto per intero senza aver mangiato. Vi dicono che il piatto è stato preparato, che è uscito dalla cucina, che il cameriere è passato vicino al vostro tavolo. Vi dicono perfino che siete stati serviti. Ma davanti a voi il piatto non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/08/tmkffm0c9mvkclgybse6.avif" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Immaginate di entrare in un ristorante, ordinare, aspettare, e alla fine pagare il conto per intero senza aver mangiato. Vi dicono che il piatto è stato preparato, che è uscito dalla cucina, che il cameriere è passato vicino al vostro tavolo. Vi dicono perfino che siete stati serviti. Ma davanti a voi il piatto non è mai arrivato. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco: questo è il <strong>Piano Italia a 1 Giga</strong>, <strong>3,65 miliardi di euro del PNRR</strong> per portare la fibra dove il mercato da solo non arriva. Sulla carta faceva poco più di cinquecento euro di contributo pubblico per ogni casa da collegare: tenete a mente questa cifra, perché non è andata così, e la sorpresa ve la mostro alla fine. Il punto che quasi nessuno spiega, perché richiede di leggere le carte invece dei comunicati, è che una casa collegata e una casa raggiunta non sono la stessa cosa. Nelle regole di questa gara un civico che si trova a meno di cinquanta metri da una rete idonea, o da un altro civico collegato o da collegare, è considerato coperto e quindi escluso dal finanziamento pubblico: la fibra che passa a quarantanove metri dal vostro portone vi cancella dalla lista di chi ha diritto ai soldi, anche se in casa non entra un solo filo. Non basta: una legge dell’aprile 2024 consente agli operatori aggiudicatari di adempiere agli obblighi collegando i cosiddetti civici di prossimità, cioè indirizzi vicini a quelli che si erano impegnati a servire. L’indirizzo scomodo si sostituisce con quello comodo lì accanto, e il conteggio torna. È come se il cameriere, per fare prima e non affaticarsi, la vostra bistecca la servisse a un tavolo più vicino: il piatto risulta consegnato, la cucina è in pari con gli ordini, e voi restate a guardare gli altri mangiare. E chi certifica quanti ne sono stati fatti? Il portale pubblico Connetti Italia lo scrive nero su bianco: i dati di avanzamento sono dichiarati dai beneficiari. Dichiarati da chi doveva realizzarli. Vi sembra un sistema di controllo, questo? Perché a me sembra un’autocertificazione con tre miliardi e mezzo di soldi pubblici sopra. Il tutto poggiando su una mappatura di partenza che si è rivelata sbagliata in modo clamoroso: il 43% dei numeri civici assegnati a <strong>Open Fiber </strong>non esisteva, e nei lotti di <strong>FiberCop</strong> si è arrivati al 54%. Più di uno su due. Perché lo Stato italiano — e già questo dovrebbe farci riflettere — non possiede un elenco affidabile degli indirizzi in cui vivono i suoi cittadini. Adesso i numeri. Il 30 giugno 2026 era la data entro cui tutto doveva essere finito, ed è passata da un mese senza che nessuno se ne accorgesse: pochi giorni dopo la scadenza i civici collegati risultavano 2.176.858, il 61,4% del target, con 920.364 ancora da collegare. Un quarto abbondante del piano resta indietro, con i soldi già stanziati. Ma la parte più istruttiva non è il ritardo: è che mentre l’obiettivo si allontanava, l’obiettivo veniva riscritto. Fermatevi un attimo su questa sequenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Open Fiber si era aggiudicata otto lotti per 1,8 miliardi e circa 3,9 milioni di civici; poi la platea scese a 2,2 milioni per via dei civici inesistenti; poi <strong>Open Fiber</strong> ne dichiarò 707.092 non collegabili entro la scadenza; poi, a settembre 2025, il Governo utilizzò circa 700 milioni di economie per programmare due nuovi piani con l’orizzonte spostato al 2030. Agli ultimi quarantamila civici, giudicati irraggiungibili con tecnologie terrestri, il sottosegretario Butti destinò un voucher da 1.300 euro per un abbonamento satellitare, con un tetto complessivo di cinquanta milioni. È passato quasi un anno e di quel voucher non risulta ancora pubblicata la gara: quando arriverà, l’unico operatore consumer davvero pronto a incassarlo in Italia sarà con ogni probabilità Starlink di Elon Musk. Un piano nazionale per la fibra che, in fondo alla fila, si trasforma in un abbonamento a un satellite straniero: la connessione delle famiglie più isolate d’Italia finisce appesa a una costellazione che non controlliamo e a un canone che pagheranno da sole per sempre. Avete visto il meccanismo? Quando il traguardo diventa irraggiungibile non si sanziona chi doveva raggiungerlo: si sposta il traguardo. E attenzione, ogni singola modifica può anche essere stata motivata: i civici inesistenti c’erano davvero, le difficoltà di cantiere pure. Ma proprio per questo gli italiani hanno il diritto di sapere chi l’ha proposta, chi l’ha approvata, su quali analisi tecniche si è basata e quali effetti ha avuto sul raggiungimento degli obiettivi originari. La domanda vera, allora, non è se Open Fiber abbia fallito, ma come potremmo saperlo, visto che il metro di misura è stato riscritto più volte da chi avrebbe dovuto usarlo per giudicare. Volete la beffa finale? Sta tutta in un verbo. Nel bilancio 2025 Open Fiber dichiara di aver connesso circa 17 milioni di unità immobiliari in fibra; Milano Finanza, riportando lo stesso identico dato, scrive raggiunto. Chi ha ragione? Lo standard internazionale del settore non lascia margini: una casa raggiunta è una casa davanti alla quale la fibra passa e che potrebbe essere allacciata, una casa connessa è una casa in cui il servizio si accende senza altri lavori. Il numero che chiude ogni discussione lo fornisce l’AGCOM: a dicembre 2025 tutte le linee FTTH attive in Italia — di ogni operatore, tutti insieme — erano 7,01 milioni. Open Fiber da sola ne dichiara diciassette: quasi due volte e mezza l’intero parco clienti in fibra del Paese. Delle due l’una: o i conti non tornano, o quel verbo significa un’altra cosa — e lo sa bene la stessa Open Fiber che in un comunicato precedente distingueva con precisione chirurgica quattordici milioni e mezzo di unità immobiliari connesse da due milioni di utenti finali attivati. I clienti veri, oggi, sono 3,9 milioni su diciassette milioni dichiarati: il ventidue per cento, quattro case su cinque sfiorate e nient’altro.<strong> </strong>Ricordate i cinquecento euro per casa da cui eravamo partiti? Ecco la sorpresa: gli undici miliardi e ottocento milioni investiti da Open Fiber, divisi per i clienti che effettivamente navigano, fanno circa tremila euro a cliente. I due numeri non hanno lo stesso perimetro — il primo è il contributo pubblico del solo <strong>Piano Italia a 1 Giga</strong>, il secondo l’investimento complessivo dell’azienda su tutte le sue reti — ma l’ordine di grandezza racconta tutto quello che c’è da sapere. E il resto del bilancio lo dice senza giri di parole: risultato netto meno 336,7 milioni, posizione finanziaria netta 6,84 miliardi — cioè quasi sette miliardi di debito residuo a fronte di 798 milioni di ricavi annui — e cassa positiva promessa non prima del 2028. E il ritorno su tutto questo? Negativo. Un’infrastruttura che al ritmo attuale si ripagherebbe in ventinove anni, cioè quando sarà già da sostituire, con un debito pari a sedici volte e mezzo il margine operativo. Non è un investimento lento: è un investimento che, finché quattro case su cinque restano sfiorate e basta, non torna. Non chiedo di punire nessuno. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiedo tre cose che in qualunque azienda seria sarebbero ovvie: che chi ha assunto impegni industriali risponda di quegli impegni; che chi doveva controllare mostri i controlli, invece di accontentarsi di quello che gli viene dichiarato; e che si smetta di chiamare collegata una casa che è soltanto stata sfiorata. Perché finché il piatto resta in cucina, alla Trattoria La Fibra d’Oro il conto lo abbiamo pagato lo stesso, e continuiamo a chiamarlo cena. Altrimenti mi sembra di ritrovarmi al liceo, quando la mia professoressa di matematica, persasi nella risoluzione di un’equazione, a un certo punto si arrese e disse: vabbè, facciamo che viene. È esattamente quello che sta succedendo qui, con due differenze: in quell’aula a rimetterci era solo la mia pazienza, mentre qui ci sono tre miliardi e mezzo di euro pubblici e novecentomila famiglie che aspettano ancora. E la professoressa, almeno, l’errore lo aveva ammesso davanti a tutti.</p>
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