Dall'esperienza del batterista Roberto Perrone alle nuove frontiere dell'apprendimento: perché ascolto, intenzionalità e capacità di giudizio restano centrali nell'innovazione.
Prima di possedere una batteria, Roberto Perrone aveva già cominciato a suonarla. Da bambino, a Napoli, riproduceva ritmi attraverso la voce, le mani e gli oggetti domestici, trasformando superfici comuni in strumenti immaginari. Quell’esperienza, apparentemente marginale, anticipava il percorso di un musicista che avrebbe accompagnato Edoardo Bennato per circa vent’anni. Ma contiene soprattutto una questione di interesse scientifico: quale relazione esiste tra capacità umana, disponibilità tecnologica e costruzione della competenza?
Le scienze cognitive hanno progressivamente superato una rappresentazione dell’apprendimento come semplice acquisizione di informazioni. Le teorie della embodied cognition evidenziano come conoscenza e abilità emergano dall’interazione tra processi mentali, corpo e ambiente. Il bambino che riproduce un ritmo senza disporre dello strumento non sta soltanto simulando un’esecuzione: sperimenta coordinazione, anticipazione temporale e organizzazione percettiva. Lo strumento arriverà successivamente, ampliando possibilità già in formazione. Questa prospettiva acquista particolare rilevanza nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa. Oggi tecnologie capaci di comporre musica, produrre testi e generare immagini rendono accessibili prestazioni un tempo riservate a competenze specialistiche. La progressiva riduzione delle barriere tecniche costituisce un’opportunità di democratizzazione creativa, ma impone di distinguere la produzione di un risultato dalla capacità di comprenderne il significato. Un sistema algoritmico può elaborare strutture ritmiche complesse, identificare regolarità e generare variazioni stilistiche. Non ne consegue, tuttavia, che possieda l’esperienza vissuta, la responsabilità interpretativa o la consapevolezza del contesto proprie dell’agire umano. La differenza non riguarda necessariamente la qualità percepita del prodotto, ma il processo attraverso il quale vengono definiti obiettivi, criteri e intenzioni.
Nella pratica musicale questa distinzione diventa evidente. Un batterista tecnicamente preparato può eseguire sequenze di note estremamente articolate; un musicista maturo sa anche riconoscere quando sia necessario rinunciarvi. Accompagnare un artista come Bennato, caratterizzato da una propria identità ritmica, significa interpretare una relazione dinamica nella quale ascolto e misura assumono un valore almeno pari alla precisione esecutiva. Il principio è trasferibile ai sistemi organizzativi contemporanei. Nelle imprese, nella ricerca e nelle pubbliche amministrazioni, l’automazione aumenta la capacità di elaborazione, ma non elimina la necessità di formulare domande pertinenti, valutare conseguenze e assumere decisioni motivate. La competenza del futuro non può quindi essere identificata esclusivamente con la padronanza degli strumenti digitali: deve comprendere autonomia critica, sensibilità contestuale e capacità di cooperazione. Anche le politiche formative dovrebbero recepire questa distinzione. Accanto all’alfabetizzazione tecnologica occorre rafforzare le competenze metacognitive, ossia la capacità di comprendere, valutare e regolare i propri processi di apprendimento. Non basta sapere utilizzare uno strumento potente: bisogna sviluppare criteri per stabilire quando utilizzarlo, con quali finalità e quando, invece, sia preferibile non farlo.
La vicenda di Perrone suggerisce così una possibile inversione di prospettiva. L’innovazione non comincia necessariamente dalla disponibilità di tecnologie più avanzate, ma dalla capacità umana di immaginare possibilità ancora prive di strumenti. Il progresso diventa realmente significativo quando amplia questa facoltà senza sostituirsi alla responsabilità di esercitarla. In fondo, il bambino che suonava una batteria inesistente offre una metafora particolarmente attuale: la tecnologia può moltiplicare ciò che siamo in grado di produrre, ma resta essenziale educare la capacità di riconoscere ciò che merita di essere creato.
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La vicenda artistica di Roberto Perrone è approfondita nel volume «L’etica del tempo», di Giovanni Di Trapani, pubblicato da Guida Editori con prefazione di Edoardo Bennato.

