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Perché per le imprese italiane è così difficile crescere

Luigi GambardellaLuigi GambardellaPresidente di ChinaEU
| 25/09/2026
Perché per le imprese italiane è così difficile crescere

La politica industriale ha imparato ad aiutarle a investire. Ora deve creare le condizioni perché possano cambiare scala.

Il problema dell’Italia non è che troppe imprese nascano piccole, ma che troppe rimangano tali.

Non c’è nulla di sbagliato nella piccola dimensione. Può significare specializzazione, flessibilità e rapidità decisionale, e una parte della forza della manifattura italiana deriva proprio da aziende di questo tipo. Ma essere piccoli dovrebbe poter rappresentare una fase dello sviluppo, non necessariamente una condizione permanente. È la questione sollevata da Misurare per scegliere. Investire per crescere, il position paper appena presentato al Senato da Enrico Pisino, amministratore delegato del Competence Center CIM. Dietro il dibattito sugli incentivi c’è una domanda più importante: perché in Italia è così difficile trasformare una buona piccola impresa in una buona impresa più grande? La dimensione media delle imprese italiane è di appena quattro addetti, contro 12,7 in Germania, mentre il 41,2 per cento degli occupati è concentrato nelle microimprese. Nel manifatturiero, il 99,4 per cento delle aziende appartiene alla categoria delle micro, piccole e medie imprese. Questa frammentazione non è necessariamente un problema finché consente alle imprese di occupare nicchie ad alto valore aggiunto. Lo diventa quando gli investimenti richiedono capitale, management, ricerca e competenze specialistiche che una piccola organizzazione fatica a sostenere. La produttività tende infatti a crescere con la dimensione d’impresa, soprattutto nella manifattura. La scala conta ancora di più nell’economia dell’intelligenza artificiale. Un’impresa più grande può distribuire su una base di ricavi più ampia i costi dell’automazione, della robotica, del software, della cybersecurity e dei dati, oltre a poter assumere competenze che una microimpresa difficilmente può permettersi. Tra le imprese italiane con almeno dieci addetti, l’utilizzo dell’IA è passato dal 5 per cento nel 2023 al 16,4 per cento nel 2025; tra le grandi imprese aveva già raggiunto il 53,1 per cento.

La prossima divisione industriale potrebbe quindi non essere semplicemente tra chi adotta una tecnologia e chi non lo fa, ma tra le imprese capaci di assorbire continuamente l’innovazione e quelle per le quali ogni salto tecnologico rimane un investimento eccezionale. Una simulazione contenuta nel paper mostra perché la dimensione conta. Partendo dallo stesso miglioramento della produttività, lo scenario nel quale una quota delle imprese riesce a passare alle classi dimensionali superiori porta, alla fine dell’orizzonte decennale considerato, a un livello di valore aggiunto manifatturiero superiore di circa 23 miliardi di euro rispetto allo scenario nel quale le imprese diventano più produttive ma rimangono nella stessa classe. Non è una somma cumulata né una previsione, ma la distanza tra i due scenari alla fine del decennio. Il numero conta meno del meccanismo che illustra: la produttività migliora le imprese; la scala può cambiare la struttura dell’economia. È qui che emerge il limite dell’approccio seguito finora. La politica industriale italiana ha imparato ad aiutare le imprese a investire, molto meno ad aiutarle a crescere. Abbiamo finanziato macchinari, digitalizzazione, efficienza energetica, formazione e tecnologia. Sono interventi utili, ma lasciano aperta la domanda essenziale: dopo avere aiutato un’impresa con dieci dipendenti a diventare più efficiente, che cosa le permette di diventare un’azienda da cinquanta o cento persone? Il problema riguarda il modo in cui misuriamo il successo delle politiche pubbliche. I governi tendono a contare ciò che è facile contare: miliardi stanziati, crediti d’imposta concessi, domande approvate, imprese raggiunte. Questi numeri descrivono l’attività dello Stato, non necessariamente i risultati ottenuti. Nessuna impresa giudicherebbe il successo di una fabbrica sulla quantità di materie prime acquistate. Eppure lo Stato continua troppo spesso a giudicare la propria politica industriale sulla quantità di denaro distribuito. Il paper propone di spostare l’attenzione dagli output agli outcome, guardando a produttività, valore aggiunto, export, adozione tecnologica e capitale privato mobilitato. Il principio è semplice: spendere denaro pubblico non equivale a produrre un risultato economico. Cambiare le metriche, tuttavia, non basta. Se l’obiettivo è favorire la crescita, almeno tre ostacoli meritano di essere affrontati.

Il primo è regolatorio. Il superamento di determinate soglie dimensionali comporta nuovi obblighi normativi, contributivi e amministrativi, creando costi prima che emergano pienamente i benefici della maggiore scala. Rendere graduale il passaggio tra queste soglie sarebbe più razionale che penalizzare un’impresa nel momento in cui assume e cresce.

Il secondo riguarda gli incentivi. Premiare l’acquisto di un macchinario è più semplice che misurarne gli effetti, ma non necessariamente più efficace. Una quota crescente del sostegno pubblico dovrebbe essere collegata ai risultati dell’investimento, cioè produttività, nuovi mercati e capitale privato mobilitato, e alla capacità dell’impresa di trasformare l’innovazione in crescita. La politica industriale dovrebbe progressivamente premiare la performance, non la capacità di spendere.

Il terzo ostacolo è più scomodo, perché riguarda gli imprenditori stessi.

Il capitalismo familiare italiano ha prodotto aziende eccellenti e costituisce una parte importante della forza industriale del paese. Ma la volontà di mantenere il controllo può diventare un limite quando crescere richiede capitale esterno, management indipendente o un’aggregazione con un’altra impresa. Il paper rileva tra le difficoltà delle imprese minori la scarsa familiarità con l’apertura del capitale, la governance richiesta dagli investitori e l’assenza di strutture manageriali adeguate. Non tutte le piccole imprese vogliono diventare grandi, né dovrebbero essere costrette a farlo. Ma quando un’azienda possiede il potenziale per crescere, anche la proprietà deve essere disposta a evolvere. Qui entra in gioco il capitale. Crescere significa spesso diversificare i clienti, entrare in nuovi mercati, acquisire concorrenti o aggregarsi, operazioni che richiedono risorse e competenze difficilmente disponibili all’interno di una piccola azienda. Il capitale pubblico dovrebbe servire a mobilitare quello privato, non a sostituirlo. Il modello tedesco dei Fraunhofer è interessante non perché debba essere copiato, ma perché combina una base di finanziamento istituzionale con una forte esposizione alla domanda industriale e ai finanziamenti acquisiti competitivamente. Ma il confronto non può fermarsi all’Europa. In ecosistemi industriali come Shenzhen, la competitività si misura sempre più nella velocità con cui un’idea passa dal laboratorio al prototipo e dal prototipo alla fabbrica. Ricerca, capitale, engineering, supply chain e domanda industriale vengono collegati in modo da comprimere il percorso verso la produzione. È una lezione che l’Europa tende a sottovalutare. Siamo abituati a discutere quanto spendere per l’innovazione, molto meno quanto tempo impieghiamo a trasformarla in industria.

Il tempo dovrebbe diventare una metrica della politica industriale. Quanto occorre perché una tecnologia passi dalla sperimentazione alla produzione e venga adottata su scala industriale? In una competizione tecnologica che accelera, la velocità può contare quanto il denaro. È la crescita, non la spesa, la prospettiva che dovrebbe guidare la prossima fase della politica industriale italiana. Non un altro catalogo di incentivi, ma condizioni che permettano alle imprese con maggiore potenziale di crescere, diversificare i clienti, aggregarsi, aprire il capitale, rafforzare il management e trasformare l’innovazione da investimento occasionale in capacità permanente. Abbiamo misurato a lungo la politica industriale chiedendoci quante piccole imprese abbiamo finanziato e quanti investimenti abbiamo sostenuto. La domanda più interessante è un’altra: quante microimprese sono diventate piccole, quante piccole sono diventate medie e quante medie sono diventate grandi? Non è un problema che un’impresa nasca piccola. Il problema è quando restare piccoli diventa più facile che crescere.

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