Alla vigilia del vertice Trump-Xi, Washington e Pechino competono per chip, modelli e standard. Ma l’intelligenza artificiale sta creando rischi che nessuna delle due superpotenze può governare da sola.
Forse il primo accordo davvero importante sull’intelligenza artificiale non nascerà da ciò su cui Stati Uniti e Cina concordano. Potrebbe nascere, al contrario, da ciò che entrambi cominciano a temere.
È questa la chiave con cui leggere l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping previsto a Washington il 24 settembre. Prima ancora del vertice, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng hanno portato al tavolo di New York una combinazione che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa insolita: commercio, tariffe, minerali critici e intelligenza artificiale. L’AI è ormai entrata nel cuore della relazione strategica tra le due maggiori potenze tecnologiche del pianeta. Ma parlare semplicemente di una “corsa all’AI” rischia di descrivere male ciò che sta accadendo.
Kai-Fu Lee, già presidente di Google China e oggi alla guida di Sinovation Ventures e 01.AI, valuta in circa sei mesi la distanza tra la frontiera statunitense e quella cinese. È una stima, non una misura oggettiva, ma la metafora con cui Lee interpreta la competizione è più interessante del numero: OpenAI e Anthropic rappresenterebbero l’“iPhone” dell’intelligenza artificiale, mentre l’ecosistema cinese dei modelli a pesi aperti starebbe assumendo il ruolo che Android ebbe negli smartphone. Da una parte prodotti proprietari, avanzati e fortemente monetizzabili; dall’altra modelli quasi altrettanto performanti, meno costosi e potenzialmente molto più diffusi. Se questa traiettoria proseguisse, leadership tecnologica e leadership nella diffusione potrebbero smettere di coincidere. Gli Stati Uniti potrebbero conservare il vantaggio sui modelli di frontiera e sul mercato enterprise; la Cina potrebbe estendere la propria presenza attraverso sistemi più accessibili, adattabili e replicabili. Non sarebbe necessariamente una vittoria dell’uno o dell’altro modello: sarebbero due differenti economie politiche dell’intelligenza artificiale. Proprio qui, però, la competizione comincia a sovrapporsi alla sicurezza.
Anthropic ha recentemente sostenuto di avere individuato campagne di “distillazione illecita” riconducibili a sette laboratori cinesi. Nel suo rapporto di settembre descrive, tra gli altri, casi attribuiti ad Alibaba, Moonshot, DeepSeek e Xiaomi, accusati di avere utilizzato in modo non autorizzato milioni di interazioni con Claude per trasferirne capacità verso propri modelli. Sono conclusioni investigative dell’azienda americana, non accertamenti indipendenti, e come tali devono essere considerate. Pechino ha respinto più in generale accuse statunitensi di questo tipo. Il caso rivela tuttavia un problema destinato a diventare sempre più importante: dove termina la tutela della sicurezza dell’AI e dove comincia la protezione del vantaggio industriale? Chip, pesi dei modelli, capacità di ragionamento, dati di addestramento e infrastrutture computazionali non sono più soltanto beni tecnologici. Sono diventati strumenti di potere.
Eppure, proprio mentre la distanza geopolitica aumenta, si apre uno spazio di possibile cooperazione. Dal 2019 Brookings Institution e Tsinghua University conducono un dialogo tra esperti americani e cinesi sull’intelligenza artificiale e la sicurezza nazionale. Le proposte più recenti riguardano il mantenimento del controllo umano sulle armi nucleari, l’impiego dell’AI nelle operazioni cyber e la costruzione di meccanismi capaci di evitare escalation provocate da sistemi automatizzati. Non è ancora diplomazia formale, ma indica un terreno sul quale interessi contrapposti possono paradossalmente incontrarsi. La storia della deterrenza offre un precedente utile, pur con tutte le differenze necessarie. Durante la Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica non costruirono meccanismi di controllo degli armamenti perché si fidavano reciprocamente. Li costruirono perché conoscevano le conseguenze di un errore.
L’intelligenza artificiale potrebbe condurre Washington e Pechino verso una logica simile: non un trattato generale sull’AI, ma una prima architettura di arms control algoritmico fatta di controllo umano, linee rosse, comunicazione degli incidenti e limiti alle applicazioni più destabilizzanti. La formula potrebbe essere: competizione massima, cooperazione minima necessaria.
Per l’Europa la questione è decisiva. Se le prime regole strategiche dell’intelligenza artificiale nasceranno dal confronto tra Washington e Pechino, non sarà sufficiente possedere la capacità di regolamentare il mercato. Serviranno infrastrutture computazionali, modelli, ricerca, capacità industriale e soprattutto una propria diplomazia tecnologica. Perché il rischio, nel nuovo ordine dell’AI, non è soltanto arrivare secondi nella corsa ai modelli. È arrivare quando le regole del gioco sono già state scritte da altri. E forse proprio questo sarà il vero significato del confronto Trump-Xi: capire se le due superpotenze riusciranno a stabilire non quanto intendono fidarsi l’una dell’altra, ma quanto rischio sono disposte a condividere senza perdere il controllo della tecnologia che stanno costruendo.

