OpenAI presenta il suo modello più avanzato e Greg Brockman parla di «era dell’AGI». Ma il vero salto non è nei benchmark: è nel passaggio da un’intelligenza che risponde a un’intelligenza che agisce, usa strumenti digitali e assume quote crescenti di autonomia operativa.
Per anni l’intelligenza artificiale generale è stata raccontata come una soglia lontana: il momento in cui una macchina avrebbe raggiunto o superato l’uomo in molte attività cognitive. Con GPT-6 Astra quella soglia entra in modo esplicito nel lessico pubblico di OpenAI. Greg Brockman, cofondatore dell’azienda, ha parlato di «era dell’AGI». È una formula forte, ma non una certificazione scientifica: ARC Prize precisa che la saturazione di un benchmark non equivale alla dimostrazione dell’AGI.
Il dato più impressionante è proprio quello che invita alla maggiore prudenza. OpenAI attribuisce ad Astra il 99,9% su ARC-AGI-3, benchmark concepito per valutare la capacità di orientarsi in ambienti nuovi. Ma ARC Prize distingue due condizioni: con l’harness standard Astra raggiunge il 62,7%; con un adattatore specifico del provider, che conserva stato di ragionamento e contesto tra le richieste, sale al 99,9%. Il dato mostra che la “capacità” di un sistema frontier non coincide più con il solo modello, ma emerge dall’interazione tra modello, memoria, strumenti e architettura agentica. Anche FrontierMath, vicino al 98%, segnala una frontiera che si sposta rapidamente. È qui che Astra diventa molto più interessante di un nuovo chatbot. OpenAI lo descrive come un sistema in grado di usare browser e applicazioni, modificare documenti, operare su software e portare avanti workflow complessi. Il paradigma cambia: non più uomo-domanda-risposta-uomo-azione, ma uomo-obiettivo-IA-pianificazione-strumenti-azione-risultato. L’IA entra così nella catena operativa, non soltanto nella produzione di informazioni.
Le conseguenze economiche e organizzative sono profonde. Se un agente può consultare dati, aggiornare un CRM, predisporre un documento, verificare incongruenze o intervenire in un ambiente informatico, diventano centrali autorizzazioni, segregazione dei privilegi, tracciabilità, reversibilità, responsabilità e controllo umano. Per imprese e amministrazioni la domanda non sarà più soltanto “quale modello utilizzare”, ma “quali decisioni e azioni possiamo delegare, con quali limiti e sotto quale responsabilità”. La cybersecurity rende il problema ancora più netto. OpenAI dichiara che Astra è il primo modello ad aver raggiunto il livello “Critical” nel Preparedness Framework per le capacità cyber. Non significa che venga distribuito come sistema a rischio critico: significa che, con strumenti e accessi adeguati, può individuare vulnerabilità sconosciute e sviluppare modalità per sfruttarle su sistemi protetti. Durante le valutazioni avrebbe individuato e utilizzato due zero-day. La stessa capacità che può rafforzare la difesa informatica può quindi abbassare il costo cognitivo dell’attacco. C’è poi un paradosso decisivo. Mentre la capacità operativa cresce, OpenAI riconosce una riduzione della monitorabilità del chain of thought scritto rispetto ai modelli precedenti. Non significa che il ragionamento interno sia diventato invisibile, ma che alcune tracce esplicite del processo decisionale possono risultare meno informative. È una dinamica che merita attenzione: aumentiamo l’autonomia proprio mentre diventa più difficile osservare integralmente come il sistema costruisce le proprie strategie.
Per l’Europa il tema è immediato. L’AI Act è entrato nella fase di applicazione degli obblighi sui modelli general purpose e sui sistemi a rischio sistemico. La classificazione “Critical” di OpenAI non coincide automaticamente con le categorie giuridiche europee, ma il problema di fondo è lo stesso: come valutare, auditare e governare sistemi la cui capacità cresce più rapidamente dei tradizionali strumenti di verifica? Gli articoli 51 e 55 del Regolamento (UE) 2024/1689 costruiscono proprio attorno a valutazione, mitigazione dei rischi, incident reporting e cybersicurezza l’architettura europea per i modelli a rischio sistemico.
Astra, dunque, non dimostra che l’AGI sia stata raggiunta. Dimostra però che discuterne come di un’ipotesi remota è ormai insufficiente. Il punto non è stabilire quando una macchina sarà “come noi”. Il punto è molto più concreto: quanta autonomia siamo disposti ad affidare a sistemi capaci di agire nel mondo digitale, e quali istituzioni costruiremo per governarla. È lì, più che nel 99,9% di un benchmark, che comincia davvero la nuova era.

