In questi giorni oltre 90 imprese italiane, accompagnate da Confindustria e ICE, partecipano a una missione imprenditoriale in Argentina e Brasile alla ricerca di opportunità di investimento, partnership e nuovi mercati. È la prima missione business-oriented organizzata da un Paese europeo nell’area dopo l’accordo UE-Mercosur e farà tappa a Buenos Aires, San Paolo e Brasilia.
È un’iniziativa importante, ma proprio perché l’accordo UE-Mercosur ha riacceso grandi aspettative verso il Brasile vale la pena guardare al Paese senza retorica, con lo sguardo concreto di chi deve decidere se investire, produrre e costruire relazioni industriali di lungo periodo. Il Brasile resta uno dei grandi paradossi dell’economia mondiale. Pochi Paesi possiedono contemporaneamente oltre 200 milioni di abitanti, un territorio grande quasi quanto un continente, immense risorse agricole e minerarie, abbondanza di energia e acqua, un enorme mercato interno e gruppi industriali capaci di competere a livello globale, da Embraer a WEG fino a Petrobras. Eppure continua a crescere molto meno di quanto questa dotazione farebbe immaginare. Esiste un’espressione che gli stessi brasiliani utilizzano da decenni per descrivere questa difficoltà: voo de galinha, il volo della gallina. La gallina possiede le ali, prende la rincorsa, si solleva da terra e per qualche momento sembra quasi poter volare, ma dopo pochi metri ricade. Nel linguaggio economico brasiliano l’espressione è diventata sinonimo di accelerazioni che non riescono a consolidarsi in uno sviluppo duraturo. È una metafora particolarmente efficace per descrivere il Brasile di oggi, che continua ad alternare fasi di espansione, favorite dalle materie prime, dai consumi o dalla spesa pubblica, a rallentamenti che riportano in superficie problemi mai completamente risolti.
Gli ultimi dati lo mostrano bene. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL brasiliano è cresciuto dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, dopo l’1,1% del primo trimestre, mentre i consumi delle famiglie sono diminuiti dello 0,4%. Non si tratta di una recessione, ma per un Paese con le dimensioni e le risorse del Brasile la domanda più interessante è perché non riesca a mantenere stabilmente ritmi di sviluppo comparabili con quelli delle economie emergenti più dinamiche. Una risposta riguarda il costo del denaro. Il Selic è oggi al 14% annuo, dopo essere rimasto al 15% all’inizio del 2026. A questi livelli finanziare un’impresa, costruire uno stabilimento, acquistare macchinari o investire in innovazione diventa estremamente costoso. Il problema non è soltanto monetario, perché tassi così elevati riflettono anche aspettative di inflazione e preoccupazioni sulla traiettoria fiscale del Paese. Questo elemento assume un peso ancora maggiore alla vigilia delle elezioni presidenziali di ottobre 2026, perché per chi deve decidere oggi un investimento industriale contano non soltanto i tassi correnti, ma anche le scelte che il prossimo governo farà in materia di spesa pubblica, debito, fiscalità e riforme. Al costo del capitale si aggiunge ciò che in Brasile viene definito Custo Brasil, vale a dire l’insieme di complessità fiscale, burocrazia, incertezza normativa, infrastrutture insufficienti e tempi amministrativi che continuano a rendere più difficile e più costoso investire e produrre. È qui che si trova il vero nodo: il problema del Brasile non è attirare attenzione, capitali o accordi commerciali, ma riuscire a convertirli in produttività, investimenti e sviluppo duraturo.
Anche il grande entusiasmo che ha accompagnato l’accordo tra Unione europea e Mercosur dovrebbe essere letto in questa prospettiva. L’accordo è importante, elimina progressivamente numerosi dazi, facilita gli scambi e apre nuove opportunità per le imprese europee e sudamericane. Confindustria stima, ad esempio, circa 4 miliardi di euro l’anno di risparmi tariffari per le imprese europee.
Tuttavia, sarebbe sbagliato attribuirgli una capacità trasformativa che le analisi economiche non confermano. Uno studio pubblicato dal Parlamento europeo nel 2025 stima per il Brasile un incremento del PIL di lungo periodo di circa lo 0,3%. È un beneficio reale, ma molto lontano da una rivoluzione economica. In altre parole, è un buon accordo commerciale, non una politica di sviluppo. Ridurre i dazi può rendere più conveniente esportare una macchina utensile italiana o un prodotto brasiliano verso l’Europa, ma non abbassa il Selic, non semplifica il sistema fiscale, non elimina la burocrazia e non aumenta automaticamente la produttività. Il confronto con la Cina rende questo punto ancora più evidente. La Cina è il principale partner commerciale del Brasile e le imprese cinesi non si stanno limitando a utilizzare il Paese come mercato di sbocco o come fonte di materie prime. Gruppi come BYD e Great Wall Motor stanno costruendo una presenza produttiva locale e guardano al Brasile come piattaforma industriale per servire l’intera America Latina.
Il Brasile rappresenta contemporaneamente una grande opportunità e un mercato complesso, ma proprio per questo non basta presentarsi con un prodotto da esportare. Occorre comprendere il sistema, scegliere partner locali solidi e pensare in termini di presenza industriale, tecnologia e filiere. L’Italia dispone di competenze molto forti nei macchinari, nell’automazione industriale, nell’agritech, nell’energia, nei nuovi materiali e in molte nicchie tecnologiche nelle quali il Brasile avrà bisogno di investire. La sfida non consiste quindi semplicemente nel vendere di più grazie alla riduzione dei dazi prevista dall’accordo UE-Mercosur, ma nell’utilizzare questa nuova apertura per costruire una presenza industriale più profonda. Il voo de galinha non è una caricatura inventata da chi guarda il Brasile dall’esterno, ma una metafora che il Paese utilizza da tempo per descrivere la propria difficoltà a trasformare le accelerazioni cicliche in crescita duratura. L’accordo UE-Mercosur può offrire una rincorsa più lunga, ma non sostituisce le riforme interne, né abbassa da solo il costo del capitale o aumenta la produttività. Per le imprese italiane la conclusione è altrettanto chiara: il Brasile resta un mercato enorme e un’opportunità reale, ma chi vuole coglierla non può limitarsi a esportare. Deve essere disposto a investire, produrre e costruire filiere locali, perché altri, a cominciare dalle imprese cinesi, hanno già iniziato a farlo.

