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Hong Kong: 87 IPO in sei mesi e oltre 500 aziende in attesa di quotarsi

Luigi GambardellaLuigi GambardellaPresidente di ChinaEU
| 09/08/2026
Hong Kong: 87 IPO in sei mesi e oltre 500 aziende in attesa di quotarsi

Circa 27 miliardi di dollari raccolti nel primo semestre del 2026. Hong Kong sta consolidando il suo ruolo di ponte tra la nuova industria tecnologica cinese e il capitale globale.

C’è un numero che racconta meglio di molti discorsi geopolitici quello che sta accadendo oggi in Asia: 87. Sono le nuove quotazioni registrate alla Borsa di Hong Kong nei primi sei mesi del 2026, quasi il doppio delle 44 dello stesso periodo del 2025. Ancora più significativo è il capitale raccolto: circa 27 miliardi di dollari statunitensi (210,2 miliardi di dollari di Hong Kong), con una crescita superiore al 90% rispetto all’anno precedente. È stato il secondo miglior primo semestre nella storia di Hong Kong per raccolta attraverso IPO.

Ma forse il dato più interessante riguarda ciò che deve ancora accadere. Secondo PwC, oltre 500 società avevano già presentato domanda di quotazione a Hong Kong a metà 2026. Se anche soltanto una parte significativa di questa pipeline arriverà sul mercato, le 87 IPO del primo semestre potrebbero non rappresentare un picco, ma l’inizio di un nuovo ciclo. Naturalmente bisogna evitare letture troppo semplicistiche. Il confronto con il 2025 beneficia anche di una base relativamente favorevole dopo alcuni anni difficili per il mercato delle IPO di Hong Kong. Una parte della crescita può quindi essere interpretata come un recupero ciclico. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi alla spiegazione del rimbalzo. A rendere interessante ciò che sta accadendo è soprattutto la composizione delle società che arrivano sul mercato e di quelle che si preparano a farlo.

Secondo PwC, quasi la metà delle nuove quotazioni sul Main Board nel primo semestre appartiene infatti ai settori dell’information technology e delle telecomunicazioni; seguono industria e materiali, con il 21%, e healthcare e farmaceutica, con il 18%. Intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica, nuovi materiali e altre tecnologie avanzate hanno un peso crescente nella pipeline. È qui che il dato finanziario assume un significato industriale. Per anni Hong Kong è stata osservata in Occidente prevalentemente attraverso la lente della sua relazione politica con Pechino. Molto meno si è discusso della trasformazione economica e finanziaria che stava avvenendo contemporaneamente. Oggi la città sta consolidando una funzione che potrebbe rivelarsi decisiva: essere una delle principali piattaforme attraverso le quali le imprese tecnologiche e industriali cinesi incontrano il capitale internazionale.

Negli ultimi vent’anni ci siamo abituati a considerare la Cina come la grande fabbrica del mondo. È una rappresentazione ormai insufficiente. La Cina non vuole più essere soltanto il luogo dove vengono prodotti beni progettati altrove. Sta progressivamente presidiando una parte crescente dell’intera catena del valore: ricerca, tecnologia, proprietà intellettuale, produzione, piattaforme digitali, mercati internazionali e capitale. Hong Kong rappresenta un tassello fondamentale di questa evoluzione. La Cina continentale dispone di un enorme ecosistema industriale e tecnologico, ma mantiene un sistema finanziario relativamente controllato. Hong Kong offre qualcosa di diverso e complementare: accesso agli investitori internazionali, una valuta convertibile e infrastrutture finanziarie globali attraverso le quali le imprese cinesi possono raccogliere capitali su scala internazionale.

Si sta così delineando una geografia dell’innovazione particolarmente interessante. Shenzhen è diventata uno dei grandi centri mondiali dell’hardware, della robotica, dei droni, delle batterie e della Physical AI. Shanghai concentra una parte importante dell’ecosistema dei semiconduttori, dell’intelligenza artificiale e della finanza. Hangzhou è uno dei grandi laboratori dell’economia digitale cinese. Hong Kong aggiunge a questo sistema industriale e tecnologico ciò di cui ogni ecosistema dell’innovazione ha bisogno per crescere: l’accesso al capitale globale.

È probabilmente questo uno degli aspetti più importanti della trasformazione cinese. Una tecnologia può nascere in un laboratorio, essere finanziata inizialmente dal venture capital e trasformarsi in un prodotto. Ma per diventare industria globale ha bisogno di capitali molto più grandi. Il mercato finanziario non è quindi qualcosa che arriva alla fine del processo di innovazione: ne diventa parte integrante.

La trasformazione appare particolarmente evidente nell’intelligenza artificiale. HKEX sottolinea la presenza nelle nuove quotazioni di società appartenenti a diversi segmenti della catena del valore dell’AI. Non si tratta più soltanto di finanziare singole aziende tecnologiche, ma di creare un mercato capace di accompagnare un ecosistema industriale molto più ampio.

Anche per questo la realtà appare più complessa della semplice narrativa del decoupling finanziario tra Cina e Occidente. La competizione strategica tra Washington e Pechino è reale e una parte delle imprese cinesi guarda a Hong Kong anche come alternativa o complemento ai mercati americani. Ma questo non ha eliminato l’interesse degli investitori internazionali verso le aziende cinesi che presentano prospettive di crescita nei settori tecnologici più avanzati.

Hong Kong continua precisamente a svolgere questa funzione di collegamento. Il capitale, del resto, tende a essere pragmatico: competizione geopolitica e interesse finanziario possono coesistere.

Ed è a questo punto che il confronto con l’Europa diventa inevitabile.

L’Europa possiede università eccellenti, ricerca scientifica, competenze tecnologiche, una base industriale straordinaria e un’enorme quantità di risparmio privato. Eppure continua ad avere difficoltà nel trasformare questi asset in grandi imprese tecnologiche globali.

Il problema emerge soprattutto quando un’impresa deve passare dalla fase di startup a quella di scale-up. Finché servono alcuni milioni per sviluppare una tecnologia, l’ecosistema europeo riesce spesso a trovare le risorse necessarie. Quando occorrono centinaia di milioni o miliardi per costruire capacità industriale, espandersi sui mercati internazionali e competere con i grandi gruppi americani e asiatici, il quadro cambia radicalmente.

Alcuni dei casi più emblematici sono sotto i nostri occhi. Arm, uno dei gioielli tecnologici britannici ed europei dei semiconduttori, quando è tornata in Borsa nel 2023 si è quotata al Nasdaq. BioNTech, la società tedesca diventata uno dei simboli della capacità scientifica europea nelle biotecnologie, aveva scelto lo stesso mercato americano per la propria IPO nel 2019. Spotify, nata in Svezia e diventata una delle più importanti piattaforme digitali europee, nel 2018 ha scelto a sua volta New York per il proprio debutto in Borsa.

Tre aziende, tre settori e tre Paesi europei diversi, ma una stessa domanda: perché imprese tecnologiche nate e cresciute in Europa devono così spesso rivolgersi ai mercati finanziari americani quando arriva il momento di accedere al grande capitale?

Il nodo è strutturale. Non è soltanto una questione di venture capital. È una questione di profondità dei mercati finanziari, dimensione degli investitori istituzionali, frammentazione delle piazze europee e capacità di accompagnare un’impresa lungo l’intero percorso che va dalla ricerca alla startup, dallo scale-up alla grande società quotata.

L’Europa discute da anni della costruzione di un vero mercato unico dei capitali. Nel frattempo, Hong Kong sta mostrando concretamente come un grande mercato finanziario possa diventare uno strumento di crescita dell’industria tecnologica.

La differenza è sostanziale, perché nella competizione tecnologica non basta inventare una tecnologia. Bisogna finanziare l’impresa che dovrà trasformarla in industria, permetterle di crescere rapidamente e darle i capitali necessari per competere su scala mondiale.

È questa la lezione più importante delle 87 IPO di Hong Kong. Non è soltanto una storia di Borsa e non è soltanto una storia cinese. È un indicatore di come stia cambiando la competizione globale sull’intelligenza artificiale, sulla robotica, sui semiconduttori e sulla nuova industria.

Gli Stati Uniti dispongono del mercato dei capitali tecnologici più potente del mondo. La Cina sta sviluppando una propria architettura nella quale Shanghai, Shenzhen e Hong Kong svolgono funzioni differenti ma complementari. L’Europa continua invece a disporre di molti mercati nazionali, moltissimo risparmio e troppo poco capitale realmente europeo capace di accompagnare la crescita delle proprie imprese tecnologiche.

Le 87 IPO realizzate a Hong Kong in appena sei mesi e le oltre 500 società che hanno già presentato domanda per seguirle dovrebbero quindi essere osservate con molta attenzione anche da Bruxelles.

Perché la competizione tecnologica del XXI secolo non si vincerà soltanto nei laboratori, nelle università o nelle fabbriche. Si vincerà anche nei mercati dei capitali.

Hong Kong sembra averlo capito. L’Europa deve ancora dimostrare di averlo fatto.

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