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	<title>Social Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<title>Social Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Social e minori: in Italia la prima class action contro Meta e TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 17:42:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Class Action]]></category>
		<category><![CDATA[Meta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Class-Action.png" type="image/jpeg" />Quando i genitori dicono basta. Un’azione civile senza precedenti per difendere l’infanzia digitale. Un atto di rottura nel silenzio dei social Era solo questione di tempo.Nel Paese dei sessanta milioni di abitanti e dei novanta milioni di account social, qualcosa doveva accadere.Il Moige – Movimento Italiano Genitori Aps, insieme a un primo gruppo di mamme [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/social-e-minori-in-italia-la-prima-class-action-contro-meta-e-tiktok/">Social e minori: in Italia la prima class action contro Meta e TikTok</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando i genitori dicono basta. Un’azione civile senza precedenti per difendere l’infanzia digitale.</p>
</blockquote>



<h3 class="wp-block-heading">Un atto di rottura nel silenzio dei social</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Era solo questione di tempo.<br>Nel Paese dei sessanta milioni di abitanti e dei <strong>novanta milioni di account social</strong>, qualcosa doveva accadere.<br>Il <strong>Moige – Movimento Italiano Genitori Aps</strong>, insieme a un primo gruppo di mamme e papà, sostenuti dallo <strong>studio legale Ambrosio &amp; Commodo</strong>, ha deciso di passare dalle petizioni alle aule di tribunale.<br>Il risultato? La <strong>prima class action inibitoria italiana contro Meta e TikTok</strong>, depositata a luglio al Tribunale di Milano (registro generale 29994/2025).<br>Un ricorso che non chiede risarcimenti, ma una cosa più radicale: <strong>fermare pratiche ritenute dannose e illegali</strong>.<br>L’udienza è fissata per il <strong>12 febbraio 2026</strong>.<br>Ma, di fatto, il processo, quello morale e pubblico, è già cominciato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un Paese iperconnesso che ha smarrito la misura</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia è un laboratorio di contraddizioni.<br>Abbiamo la banda più veloce d’Europa, ma anche dodicenni che scorrono reel fino alle tre di notte.<br>I numeri parlano da soli: <strong>più profili social che persone</strong>, compresi neonati e nonni.<br>Dietro questa iperconnessione c’è un senso di smarrimento: gli strumenti che dovevano unire stanno <strong>modellando comportamenti, abitudini, perfino desideri</strong>.<br>E la generazione che dovrebbe essere la più protetta è, paradossalmente, la più esposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">“Non bastano filtri e parole”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la conferenza di presentazione, il direttore generale del Moige, <strong>Antonio Affinita</strong>, ha usato parole che suonano come un avvertimento:</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Abbiamo chiesto più volte ai gestori delle piattaforme di intervenire. Non è accaduto.<br>E mentre loro parlano di sicurezza digitale, i nostri figli vengono trascinati in meccanismi che generano ansia, isolamento, dipendenza”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Affinita non usa giri di parole. Per lui, l’azione legale non è simbolica, ma necessaria: “Gli algoritmi non sono neutri. Sanno chi sei, cosa guardi, quanto resti. E se sei fragile, ti colpiscono di più”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Moige, che da oltre venticinque anni lavora sulla prevenzione dei rischi online, ha deciso di portare la questione <strong>dalle aule scolastiche alle aule giudiziarie</strong>.<br>Un salto di scala, certo. Ma anche un atto di esasperazione collettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La leva giuridica: un articolo che può cambiare la storia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’azione si fonda sull’articolo <strong>840-sexiesdecies del codice di procedura civile</strong>, entrato in vigore nel 2021.<br>Una norma poco conosciuta, ma rivoluzionaria: consente di chiedere a un giudice di <strong>inibire comportamenti lesivi a danno di una pluralità di soggetti</strong>.<br>Non una causa per soldi, ma per <strong>fermare un danno sistemico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’avvocato <strong>Stefano Commodo</strong>, che ha guidato il team legale, lo racconta con prudente soddisfazione: “Abbiamo lavorato due anni. Giuristi, ingegneri informatici, neuropsichiatri. Abbiamo studiato come gli algoritmi interagiscono con la mente dei minori, come creano dipendenza. Il diritto, per una volta, non rincorre la tecnologia: la raggiunge”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il tribunale accoglierà la richiesta, Meta e TikTok potrebbero essere obbligate a <strong>rivedere i propri algoritmi di raccomandazione</strong>. Un precedente che, in Europa, ancora non esiste.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli algoritmi sotto accusa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore del ricorso c’è una tesi potente: le piattaforme <strong>non proteggono i minori, li espongono</strong>.<br>I contenuti che generano engagement – sfide pericolose, modelli estetici tossici, video estremi – vengono amplificati.<br>Il sistema non distingue ciò che attrae da ciò che ferisce.<br>E così, nel tentativo di tenere l’utente connesso, l’algoritmo finisce per spingerlo sempre più in basso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, la causa non riguarda solo la privacy o la pubblicità, ma <strong>la salute mentale e comportamentale</strong> di una generazione.<br>Una questione che tocca il modello di business stesso dei social network: guadagnare più tempo d’attenzione possibile, a qualunque costo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una battaglia che parla anche all’Europa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso italiano si inserisce in un movimento globale.<br>Negli Stati Uniti, più di quaranta procure hanno denunciato Meta per i danni causati agli adolescenti.<br>Nel Regno Unito, la <em>Children’s Commissioner</em> chiede da mesi di rendere pubblici gli algoritmi che influenzano i minori.<br>L’Unione Europea, con il <strong>Digital Services Act</strong>, impone alle piattaforme la valutazione del “rischio sistemico”.<br>Ma l’Italia, con questa iniziativa, è la prima a muoversi con un’azione <strong>collettiva e giudiziaria</strong> mirata alla tutela dei minori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un segnale forte: la società civile non aspetta più le istituzioni, ma agisce direttamente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre la legge: una questione di coscienza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le piattaforme parlano di “community guidelines”, di parental control, di filtri per l’età.<br>Ma basta guardare i feed dei ragazzi per capire che la realtà è un’altra: <strong>nessun controllo funziona davvero</strong>.<br>E allora la domanda diventa più ampia: fino a che punto una società può accettare che l’infanzia venga modellata da logiche di mercato e non da valori educativi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battaglia del Moige non è solo un atto giuridico.<br>È una <strong>richiesta di trasparenza e responsabilità</strong> in un ecosistema che, da troppo tempo, opera senza bilanci morali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Verso il 2026: il tribunale e l’opinione pubblica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’udienza del <strong>12 febbraio 2026</strong> sarà il banco di prova.<br>Ma, qualunque sia l’esito, qualcosa è già cambiato.<br>La semplice possibilità di portare in giudizio le multinazionali del web segna un cambio di paradigma.<br>Il diritto, spesso lento, questa volta ha deciso di farsi trovare al traguardo.<br>E non per punire, ma per <strong>proteggere</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal digitale all’umano</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel fondo, la questione non riguarda Meta o TikTok, ma <strong>noi</strong>.<br>Che genitori vogliamo essere?<br>Che società vogliamo costruire per chi oggi ha dieci anni e cresce in uno spazio digitale senza limiti, senza pause, senza pietà?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Moige contro i social non è un episodio isolato: è un punto di svolta culturale.<br>Ricorda che la tecnologia non è destino, è una scelta.<br>E che ogni scelta, soprattutto quando riguarda i bambini, <strong>ha un costo etico che non può essere delegato agli algoritmi</strong>.</p>
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		<title>Australia sfida i giganti del web: stop ai social per gli under 16, il primo divieto al mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 10:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
		<category><![CDATA[Under 16]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Australia-social-media.png" type="image/jpeg" />Non è un semplice intervento normativo, ma un segnale destinato a riscrivere la geografia della governance digitale. Con l’introduzione del primo divieto mondiale di accesso ai social media per i minori di 16 anni, l’Australia lancia una sfida diretta ai colossi tecnologici, imponendo loro di implementare controlli senza precedenti. È una scelta che divide: c’è [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Canberra impone alle piattaforme controlli multilivello per bloccare gli adolescenti: una misura radicale che apre un precedente globale e solleva interrogativi su privacy, libertà digitali e modelli di business delle big tech.</p>
</blockquote>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un semplice intervento normativo, ma un segnale destinato a riscrivere la geografia della governance digitale. Con l’introduzione del <strong>primo divieto mondiale di accesso ai social media per i minori di 16 anni</strong>, l’Australia lancia una sfida diretta ai colossi tecnologici, imponendo loro di implementare controlli senza precedenti. È una scelta che divide: c’è chi la vede come un atto necessario per proteggere i più giovani e chi invece la considera un passo verso una restrizione delle libertà online che potrebbe avere effetti collaterali imprevedibili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un divieto che cambia le regole del gioco</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le linee guida pubblicate da Canberra vanno dritte al punto: le piattaforme dovranno individuare e disattivare gli account degli under 16, impedendo con verifiche multilivello che possano ricrearne di nuovi. Non si tratta, quindi, di un semplice avvertimento, ma di un sistema di enforcement obbligatorio che ribalta la logica finora dominante: non più affidarsi all’autoregolamentazione delle big tech, ma imporre dall’alto regole rigide e verificabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Australia diventa così il primo Paese a introdurre un blocco generazionale netto. Una misura che non lascia margini di discrezionalità alle aziende, chiamate a dimostrare in concreto di essere in grado di distinguere tra utenti adulti e minorenni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">“Nessuna scusa”: la linea dura di Canberra</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il ministro responsabile è stato categorico: “le piattaforme non avranno alcuna scusa per non essere pronte”. Una frase che riflette il cambio di passo della politica australiana, decisa a smettere di delegare alle aziende private la responsabilità della tutela dei minori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro la misura, però, non c’è solo il tema della sicurezza. C’è una crescente preoccupazione sociale per gli effetti che l’uso intensivo dei social sta avendo sulla salute mentale degli adolescenti. Studi nazionali e internazionali segnalano un aumento di ansia, depressione, disturbi alimentari e isolamento sociale correlati alla dipendenza da piattaforme come TikTok e Instagram. Per il governo, l’unica risposta efficace è stata un <strong>intervento drastico e immediato</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un laboratorio globale di regolamentazione digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’Australia si candida così a diventare un <strong>laboratorio internazionale</strong> per la regolamentazione digitale. In Europa, il Digital Services Act e il Digital Markets Act impongono regole più severe in tema di trasparenza algoritmica e responsabilità delle piattaforme, ma nessun Paese ha osato introdurre un divieto totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli Stati Uniti, alcuni Stati come l’Utah e l’Arkansas hanno varato leggi che richiedono il consenso dei genitori per l’uso dei social da parte dei minori, ma il Congresso non ha mai spinto per un divieto a livello federale. Canberra, invece, ha scelto la strada più radicale, con l’ambizione di posizionarsi come pioniera di un modello che potrebbe fare scuola.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Privacy e tecnologia: la vera sfida</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto più controverso resta, però, la <strong>fattibilità tecnica</strong>. Procedere con verifiche multilivello significa incrociare dati sensibili: documenti d’identità, riconoscimento facciale, algoritmi predittivi. Ogni passo solleva interrogativi enormi sulla tutela della privacy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi gestirà queste informazioni? Come saranno protette? E cosa accadrà se i dati biometrici dei minori finissero in mani sbagliate? Sono domande a cui le linee guida non offrono risposte chiare e che rischiano di trasformare il provvedimento in un boomerang politico e sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra protezione e libertà digitale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano sociale, il dibattito si polarizza. Da un lato, genitori e associazioni per l’infanzia salutano la misura come un atto di coraggio, finalmente in grado di proteggere i minori da rischi concreti: cyberbullismo, esposizione a contenuti inappropriati, dipendenze digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altro lato, studiosi e attivisti per i diritti civili avvertono che vietare non equivale a educare. Bloccare i social significa limitare anche forme di espressione, socializzazione e partecipazione civica che oggi passano sempre più da queste piattaforme. Il rischio è che i giovani, esclusi dai canali ufficiali, migrino verso spazi digitali non regolamentati, più difficili da monitorare e potenzialmente più pericolosi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un effetto domino globale?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Resta da capire se l’esperimento australiano resterà un unicum o se aprirà la strada a un <strong>effetto domino</strong>. Se il modello funzionerà – dimostrando che è tecnicamente applicabile e socialmente accettato – altri governi potrebbero seguirne l’esempio. Se invece fallirà, le piattaforme avranno un argomento in più per sostenere che regolamentazioni troppo rigide sono impraticabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In ogni caso, l’impatto geopolitico è già evidente: l’Australia ha scelto di giocare un ruolo di apripista, alzando l’asticella delle aspettative globali verso le big tech e costringendole a confrontarsi con regole più stringenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un passaggio storico e controverso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il divieto australiano agli under 16 rappresenta un <strong>momento di svolta nella storia della regolamentazione digitale</strong>. È la prima volta che uno Stato impone una barriera generazionale così netta, passando dalla logica del soft power delle raccomandazioni a quella del controllo diretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per alcuni, è una misura necessaria per proteggere le nuove generazioni; per altri, un precedente pericoloso che rischia di compromettere le libertà digitali e la privacy. In ogni caso, il messaggio è inequivocabile: l’epoca del laissez-faire tecnologico è finita. E il futuro dei social media – e della nostra relazione con essi – potrebbe essere ridisegnato a partire da Canberra.</p>
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		<title>La dittatura dei Social: quando Facebook sostituisce la Realtà</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/la-dittatura-dei-social-quando-facebook-sostituisce-la-realta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Boaron]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 11:47:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-35.jpg" type="image/jpeg" />L&#8217;avvento dei social media ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, informarci e interagire. Tuttavia, questa rivoluzione ha anche un lato oscuro, con effetti negativi che si insinuano sempre più profondamente nel tessuto della nostra vita quotidiana. La dipendenza dai social media, in generale, sta alterando profondamente le nostre abitudini e attività quotidiane, con conseguenze [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/03/Untitled-35.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;avvento dei <strong>social media</strong> ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, informarci e interagire. Tuttavia, questa rivoluzione ha anche un lato oscuro, con effetti negativi che si insinuano sempre più profondamente nel tessuto della nostra vita quotidiana.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>dipendenza</strong> dai social media, in generale, sta alterando profondamente le nostre abitudini e attività quotidiane, con conseguenze negative per l&#8217;informazione, il commercio e la cultura. <strong>Facebook</strong>, in particolare, sta diventando un sostituto pericoloso per attività e strumenti tradizionali, alterando il nostro modo di vivere e lavorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È fondamentale prendere coscienza di questa deriva e agire per ripristinare un equilibrio tra il mondo illusorio dei social e la realtà. Due semplici esempi, probabilmente ignorati da tutti, di quanto sta succedendo in due settori importanti, possono dare un’idea di come questa situazione si estenda anche a contesti che non ci saremmo mai aspettati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Illusione della semplicità: piccole imprese e la trappola di Facebook</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un numero crescente di piccole imprese sta abbandonando la creazione di siti web professionali a favore di una semplice pagina Facebook. Questa scelta, apparentemente conveniente, si rivela presto limitante. Un post può annunciare un&#8217;offerta, ma non può sostituire un sito web completo, con informazioni dettagliate sull&#8217;azienda, i prodotti, i servizi, la storia e i contatti. La mancanza di un sito web limita la visibilità online, l&#8217;affidabilità e la professionalità dell&#8217;azienda, relegandola a una dimensione amatoriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La degenerazione dei Motori di Ricerca: quando Facebook prende il posto dell&#8217;informazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">I motori di ricerca, una volta fonti affidabili di informazione, stanno cedendo sempre più spazio ai post di Facebook. Questa tendenza è allarmante, poiché i post di Facebook, spesso privi di verifica e autorità, non possono competere con la qualità e l&#8217;accuratezza delle informazioni presenti sui siti web. Il risultato è un&#8217;esperienza di ricerca degradata, in cui le &#8220;chiacchiere&#8221; dei social media prendono il posto di contenuti informativi e affidabili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le ragioni della deriva</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La deriva verso una dipendenza eccessiva da Facebook e dai social media in generale è un fenomeno complesso, con radici profonde nella nostra cultura e nelle dinamiche del mondo digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;In primo luogo, la facilità d&#8217;uso di queste piattaforme le rende estremamente attraenti, specialmente per chi ha poche competenze tecniche. In secondo luogo, la percezione di immediatezza che i social media offrono crea un&#8217;illusione di comunicazione diretta e istantanea con il pubblico, alimentando un senso di urgenza e di gratificazione immediata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, l&#8217;algoritmo di Facebook, progettato per massimizzare l&#8217;interazione degli utenti, privilegia i contenuti che generano coinvolgimento, come i post, a discapito dei siti web e di altre forme di informazione più strutturate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, la cultura della pigrizia, che ci spinge a cercare soluzioni rapide e facili, la mancanza di consapevolezza dei limiti e dei rischi di soluzioni semplicistiche e, diciamolo pure, l’ignoranza abissale che circonda le nuove tecnologie di Comunicazione, sono a mio avviso le cause più evidenti di questa deriva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le conseguenze</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le conseguenze di questa dipendenza sono molteplici e preoccupanti. Innanzitutto, le imprese che utilizzano solo Facebook rischiano di perdere credibilità e professionalità, poiché la mancanza di un sito web può essere interpretata come una mancanza di impegno e di serietà. In secondo luogo, la diffusione di disinformazione è facilitata dalla prevalenza di post di Facebook nei motori di ricerca, che spesso mancano di verifica e di autorità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra conseguenza grave è l&#8217;impoverimento dell&#8217;informazione online, con la perdita di fonti autorevoli e verificate a favore di contenuti superficiali e spesso inaffidabili. Un problema gravissimo che non si limita solo a settori specifici, ma colpisce tutto il mondo che ruota attorno all’informazione, con particolare evidenza nel giornalismo e nella politica,</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in uno scenario a lungo termine la dipendenza da una singola piattaforma rende gli utenti e le imprese vulnerabili alle politiche e ai cambiamenti di Facebook, che possono avere un impatto significativo sulla loro visibilità e sulla loro attività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo già avuto l’esempio di come un cambio della proprietà ha potuto cambiare radicalmente l’approccio di Twitter con quello di X: allo stesso modo una semplice decisione strategica sul modello di business di Facebook potrebbe avere effetti devastanti su tutte le realtà economiche che si legano a questo contesto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che fare?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per contrastare questa pericoloso trend possiamo elencare una serie di interventi che sarebbero auspicabili in un mondo ideale, ma che nel mondo reale nessuno ha interesse a promuovere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una visione a lungo termine l’elemento chiave è la scuola. Oggi l’Italia è ancora legata a programmi didattici ottocenteschi, strenuamente sostenuti da una classe di professori per lo più con competenze superate e contrari al rinnovamento. Basta sentire le tante sciocchezze che si dicono per esaltare la cultura classica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pesanti programmi di aggiornamento professionale per i docenti, introduzione metodologie didattiche più efficaci, approccio interdisciplinare ed educazione orientata alle competenze, anziché alla mera trasmissione di nozioni sono esigenze improrogabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La priorità della scuola non è più creare una élite salottiera, come nell’Ottocento, ma formare una nuova popolazione che sappia affrontare le sfide di un mondo tecnologico in continuo cambiamento ed estremamente competitivo. Quindi il primo passo è comprendere a fondo l’uso e la logica dei media che utilizziamo, con cui possiamo condizionare o da cui possiamo essere condizionati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In secondo luogo, è necessario educare gli utenti sull&#8217;importanza di verificare le fonti di informazione e di sviluppare un pensiero critico nei confronti dei contenuti. I motori di ricerca dovrebbero essere incentivati a privilegiare contenuti di qualità e autorevoli, adottando criteri di valutazione più rigorosi e trasparenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’ultimo secolo siamo passati da un mondo basato sui prodotti a un mondo basato sull’informazione. Ma mentre per certificare la qualità e l’origine dei prodotti sono state create leggi e organismi di certificazione, cosa si è fatto di analogo per l’informazione?</p>
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		<title>Il quotidiano Politico e il confine sfumato tra giornalismo e lobbying: un problema di trasparenza non più rinviabile</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/il-quotidiano-politico-e-il-confine-sfumato-tra-giornalismo-e-lobbying-un-problema-di-trasparenza-non-piu-rinviabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Barberio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Feb 2025 09:54:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/02/trump.jpg" type="image/jpeg" />L’influenza del quotidiano&#160;Politico&#160;sulle dinamiche politiche, sia a Washington che a Bruxelles, è innegabile. Tuttavia, la sua mancanza di trasparenza solleva interrogativi sul confine tra giornalismo e lobbying.&#160; In un’epoca in cui la fiducia nei media è già fragile, la trasparenza non è un optional: è una necessità Negli ultimi anni, il giornalismo politico ha subito [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/il-quotidiano-politico-e-il-confine-sfumato-tra-giornalismo-e-lobbying-un-problema-di-trasparenza-non-piu-rinviabile/">Il quotidiano Politico e il confine sfumato tra giornalismo e lobbying: un problema di trasparenza non più rinviabile</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>L’influenza del quotidiano&nbsp;</em><strong><em>Politico&nbsp;</em></strong><em>sulle dinamiche politiche, sia a </em><strong><em>Washington </em></strong><em>che a </em><strong><em>Bruxelles</em></strong><em>, è innegabile. Tuttavia, la sua mancanza di trasparenza solleva interrogativi sul confine tra giornalismo e lobbying.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>In un’epoca in cui la fiducia nei media è già fragile, la trasparenza non è un optional: è una necessità</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni, il giornalismo politico ha subito una trasformazione profonda, con testate sempre più attive nel plasmare l&#8217;opinione pubblica e, in alcuni casi, nel condizionare le decisioni politiche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una considerazione ancor più pesante se si considerano le vicende delle ultime ore, che hanno segnato lo smantellamento dell’agenzia americana USAID, che ha fatto scoprire i finanziamenti dell’amministrazione americana a 6.200 giornalisti e 707 testate in 30 Paesi in giro per il mondo. Tra i beneficiati vi è il noto quotidiano <strong><em>Politico</em></strong>. La testata americana, con il suo stile aggressivo e il focus sulle istituzioni di <strong>Washington</strong> e <strong>Bruxelles</strong>, è diventata una fonte di riferimento per politici, lobbisti e aziende.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per queste ragioni, emerge sempre più chiaramente una questione di fondo: dove finisce il giornalismo e dove inizia l’attività di lobbying?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un modello di business che solleva interrogativi</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Politico</em></strong>&nbsp;si presenta formalmente come una testata giornalistica indipendente, ma il suo modello di business ha portato molti osservatori a sollevare dubbi sulla sua effettiva neutralità. Il portale offre contenuti premium attraverso&nbsp;<strong><em>Politico Pro</em></strong>, un servizio in abbonamento destinato principalmente a grandi aziende, gruppi di interesse e istituzioni. Il prezzo di questi abbonamenti può arrivare a decine di migliaia di dollari l&#8217;anno, un chiaro segnale che l&#8217;informazione non è solo rivolta ai lettori comuni, ma soprattutto agli stakeholder con un interesse diretto nelle dinamiche legislative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa situazione diventa ancora più problematica quando si considera il fatto che&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>&nbsp;non si limita a riportare le notizie, ma svolge un ruolo attivo nell’influenzare il dibattito pubblico. I suoi eventi e forum, spesso sponsorizzati da grandi aziende o gruppi di pressione, mettono in contatto giornalisti, politici e lobbisti, creando una zona grigia in cui l’informazione si intreccia con l’influenza politica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso Bruxelles: giornalismo o advocacy?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’espansione di&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>in Europa ha portato alla creazione di&nbsp;<strong><em>Politico Europe</em></strong>, con un focus particolare sulle istituzioni dell&#8217;UE. Qui, la questione della trasparenza è ancora più evidente. <strong>Bruxelles</strong> è il secondo centro di lobbying più importante al mondo dopo <strong>Washington</strong>, e&nbsp;<strong><em>Politico Eur</em></strong><em>ope</em>&nbsp;si è inserito perfettamente in questo ecosistema, diventando un punto di riferimento per aziende e gruppi di pressione che vogliono capire e influenzare le politiche europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema principale è la mancanza di una chiara separazione tra il lavoro giornalistico e le attività che possono essere considerate di advocacy. Ad esempio, il sito pubblica regolarmente analisi e rapporti che influenzano il dibattito politico, ma spesso questi contenuti sono finanziati o ispirati da soggetti con interessi diretti. Inoltre, gli eventi organizzati dalla testata vedono spesso la partecipazione di grandi multinazionali, che sfruttano queste occasioni per dialogare con funzionari e politici europei in un ambiente più favorevole rispetto ai canali ufficiali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sfida della trasparenza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se da un lato è normale che il giornalismo politico abbia rapporti con il mondo della politica e del business, dall’altro è essenziale che questi rapporti siano trasparenti. Attualmente,&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>&nbsp;non fornisce informazioni dettagliate sui finanziamenti ricevuti per le sue iniziative speciali, né sulle eventuali collaborazioni tra i suoi giornalisti e gruppi di pressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un esempio emblematico è il dibattito sulla regolamentazione delle <strong>Big Tech</strong> in Europa.&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>ha coperto in modo esteso il tema, pubblicando articoli e analisi approfondite. Tuttavia, nello stesso periodo ha anche ospitato eventi sponsorizzati da colossi tecnologici, ponendo interrogativi sulla sua reale indipendenza nel trattare l’argomento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un problema più ampio per il giornalismo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso di&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>&nbsp;è solo un sintomo di una tendenza più ampia che riguarda l’intero settore del giornalismo politico. Sempre più testate cercano nuovi modelli di business per sopravvivere nell’era digitale, e spesso questo significa avvicinarsi a logiche più simili a quelle del lobbying che a quelle del giornalismo tradizionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per evitare che questa tendenza eroda la fiducia nel giornalismo, è fondamentale che testate come&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>adottino standard di trasparenza più rigorosi. Ciò significa:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Dichiarare chiaramente gli sponsor&nbsp;degli eventi e delle iniziative speciali.</li>



<li>Pubblicare rapporti dettagliati&nbsp;sugli abbonamenti istituzionali e aziendali.</li>



<li>Evitare la commistione tra giornalisti e gruppi di interesse, assicurando che chi scrive le notizie su testate non sia coinvolto in attività parallele di consulenza o advocacy.</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">L’influenza di&nbsp;<strong><em>Politico</em></strong>sulle dinamiche politiche, sia a <strong>Washington </strong>che a <strong>Bruxelles</strong>, è innegabile. Tuttavia, la sua mancanza di trasparenza solleva interrogativi sul confine tra giornalismo e lobbying.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vuole continuare a essere considerata una fonte credibile di informazione, la testata dovrà fare di più per garantire che il suo lavoro sia guidato dall’indipendenza e non da interessi nascosti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca in cui la fiducia nei media è già fragile, la trasparenza non è un optional: è una necessità.</p>
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		<title>Il ruolo evolutivo della tecnologia nella risoluzione delle controversie e nella promozione della civility</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kenneth R. Feinberg]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2025 13:21:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Kenneth-R.-Feinberg1.jpg" type="image/jpeg" />La crisi internazionale determinata dalla pandemia ha reso difficili le interazioni globali e ha imposto alle persone sfide legate all’isolamento. Tuttavia, non si può trascurare la resilienza delle comunità locali nell&#8217;affrontare questa situazione, né la capacità delle persone di trovare modalità creative per mantenere la comunicazione. La crisi internazionale determinata dalla pandemia ha reso difficili [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Kenneth-R.-Feinberg1.jpg" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">La crisi internazionale determinata dalla pandemia ha reso difficili le interazioni globali e ha imposto alle persone sfide legate all’isolamento. Tuttavia, non si può trascurare la resilienza delle comunità locali nell&#8217;affrontare questa situazione, né la capacità delle persone di trovare modalità creative per mantenere la comunicazione.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La crisi internazionale determinata dalla pandemia ha reso difficili le interazioni globali e ha imposto alle persone sfide legate all’isolamento. Tuttavia, non si può trascurare la resilienza delle comunità locali nell&#8217;affrontare questa situazione, né la capacità delle persone di trovare modalità creative per mantenere la comunicazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Risoluzione Alternativa delle Controversie</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mio campo professionale, la Risoluzione Alternativa delle Controversie (<em>ADR-Alternative Dispute Resolution</em>), la tecnologia si è rivelata, almeno in buona parte, una soluzione valida per sostituire la pratica di incontri tra le parti in presenza.<br>L’uso della tecnologia virtuale si è dimostrato efficace, poiché i partecipanti accettano facilmente di partecipare tramite Zoom, MS Teams e altre piattaforme simili, con l’obiettivo di risolvere controversie anche molto complesse senza dover sostenere i costi, le inefficienze e le difficoltà logistiche degli incontri in presenza. <br>È semplice posizionare i partecipanti alla mediazione in stanze virtuali separate, consentendo al mediatore di accedere a ciascuna parte in modo confidenziale per facilitare il dialogo. Dopo discussioni riservate con ciascuna delle parti, il mediatore può veicolare le rispettive proposte cercando di colmare il divario tra le posizioni espresse.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Favorire le buone maniere</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, è importante sottolineare come la tecnologia e Internet possano favorire le &#8220;<em>buone maniere</em>&#8221; (<em>civility</em>1) nella mediazione, riducendo l’emotività personale che spesso agisce come barriera alla risoluzione delle liti. Quando le parti coinvolte interagiscono virtualmente con l’ausilio di un mediatore, invece di confrontarsi direttamente, è spesso più facile concentrarsi sui contenuti della controversia, senza che rabbia, frustrazione o altre emozioni negative ostacolino il processo di risoluzione della vicenda. Le buone maniere e la ragionevolezza sostituiscono tali emozioni quando i partecipanti interagiscono esclusivamente tramite il mediatore, evitando o limitando gli incontri diretti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Altre procedure ADR che hanno beneficiato della tecnologia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre alla mediazione, altre procedure di ADR hanno beneficiato della tecnologia. Negli ultimi decenni, ho utilizzato Internet per invitare i richiedenti risarcimento, dopo la risoluzione di una controversia, a presentare le loro richieste online tramite moduli standard, allegando la documentazione richiesta senza dover spedire nulla o incontrarsi di persona. Il processo di risarcimento può così svolgersi interamente online, come è avvenuto con il ‘<strong>Gulf Coast Claims Facility’</strong>, dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera <strong>Deepwater Horiz</strong>on nel Golfo del Messico nel 2010, con oltre 1 milione di richieste risarcitorie pervenute. Questa gestione online si è rivelata efficace anche in altri programmi di risarcimento, come nei noti casi di abuso sessuale presentati contro il clero in diverse diocesi negli Stati Uniti.<br>Anche in questo contesto, la tecnologia contribuisce a ridurre rabbia e frustrazione, offrendo ai richiedenti insoddisfatti la possibilità di essere ascoltati tramite videoconferenze con l’amministratore del fondo di risarcimento. <br>In modo riservato, i richiedenti possono esprimere le proprie opinioni e frustrazioni, avviando una conversazione diretta senza doversi presentare fisicamente. <br>Queste sessioni virtuali confidenziali consentono ai richiedenti di sentirsi ascoltati e di vedere le loro osservazioni considerate con attenzione. Anche in questo caso, le buone maniere diventano centrali nelle sessioni di ascolto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">YPPO, l’importanza della tecnologia avanzata come strumento per prevenire e gestire conflitti quotidiani </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mio ruolo di Senior Mediation Advisor della Fondazione Italiana <strong>Dialogue Through Conflict (DTC)</strong>, un’organizzazione benefica dedicata a promuovere interazioni più costruttive tra persone e organizzazioni (<a href="http://www.dialoguethroughconflict.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.dialoguethroughconflict.org</a>), ho sperimentato direttamente l’importanza della tecnologia avanzata come strumento per affrontare non solo conflitti esistenti, ma anche per prevenire e gestire conflitti quotidiani sul lavoro, prima che si trasformino in contenziosi formali.<br>Un buon esempio è <strong>YPPO</strong> <strong>&#8211; Your Portable Personal Ombuds</strong>, un’applicazione web creata da <strong>Dialogue Through Conflict,</strong> che offre a dipendenti e dirigenti una guida confidenziale di auto-aiuto, fornendo consigli professionali su come risolvere disaccordi sul lavoro, prima che si trasformino in costosi contenziosi (<a href="http://www.personalombuds.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.personalombuds.com</a>). <strong>YPPO</strong> offre un menu di opzioni, con pro e contro, per chi cerca indicazioni su come risolvere al meglio conflitti specifici sul lavoro. <br>La Guida ai Conflitti di <strong>YPPO</strong> evidenzia errori comuni e suggerisce opzioni sperimentate per facilitare la risoluzione.<br><strong>YPPO </strong>è solo la prima soluzione digitale sviluppata da DTC per introdurre tecnologie innovative di prevenzione dei conflitti nella società civile. L&#8217;uso della tecnologia nella risoluzione delle controversie e nella promozione della pace è ancora agli inizi, ma ci sono già chiari segnali di successo. La tecnologia continuerà a evolversi in modi creativi, diventando un metodo sempre più importante per contenere le emozioni che spesso alimentano i disaccordi.</p>



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