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	<title>Siemens Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>TotalEnergies e Siemens guidano la rivolta industriale contro la legge simbolo del Green Deal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 05:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia e sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Green Deal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Lettera-46-e1760306064278.png" type="image/jpeg" />TotalEnergies e Siemens chiedono di abolire la direttiva UE sulla due diligence di sostenibilità e sollecitano regole più morbide su emissioni e concorrenza. Per l’Europa è un bivio: preservare la leadership valoriale o riaccendere il motore industriale senza perdere credibilità climatica. Un fronte inedito che sposta l’asse del dibattito Quando due colossi come TotalEnergies e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Lettera-46-e1760306064278.png" type="image/jpeg" />
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<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles difende l’ambizione etica della transizione, ma una parte dell’industria alza la voce: “troppa burocrazia, troppo svantaggio competitivo rispetto a Stati Uniti e Cina”. La lettera dei 46 CEO apre un caso politico europeo.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>TotalEnergies</strong> e <strong>Siemens</strong> chiedono di <strong>abolire</strong> la <strong>direttiva</strong> UE sulla <strong>due diligence di sostenibilità</strong> e sollecitano regole più morbide su emissioni e concorrenza. Per l’Europa è un bivio: preservare la leadership valoriale o riaccendere il motore industriale senza perdere credibilità climatica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un fronte inedito che sposta l’asse del dibattito</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando due colossi come <strong>TotalEnergies</strong> e <strong>Siemens</strong> mettono la firma sotto una richiesta radicale — <strong>abolire la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD)</strong> — il dibattito esce dalle pagine tecniche e diventa politica industriale allo stato puro. La lettera, indirizzata a <strong>Emmanuel Macron</strong> e <strong>Friedrich Merz</strong> a nome di <strong>46 grandi aziende</strong>, non contesta la sostenibilità in sé; contesta un impianto normativo considerato <strong>costoso, complesso e poco allineato alla competizione globale</strong>. Il messaggio ai governi è chirurgico: meno burocrazia, più crescita, più realismo. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il Green Deal cerca di trasformarsi da cornice identitaria a <strong>motore di investimenti</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cuore della contesa: dal principio etico alla praticabilità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La <strong>CSDDD</strong>, adottata nel 2024, impone alle imprese di individuare e correggere violazioni ambientali e dei diritti umani lungo l’intera filiera, con sanzioni fino al <strong>5% del fatturato globale</strong>. Il principio è difficilmente attaccabile; l’applicazione, dicono i firmatari, <strong>rischia di diventare un labirinto amministrativo</strong>. Catene di fornitura che attraversano continenti, subcontracting multipli, dati difficili da certificare: l’onere di conformità può divorare risorse che dovrebbero andare su <strong>innovazione di processo e prodotto</strong>. Di fatto, molte aziende temono che la direttiva trasformi la responsabilità in <strong>compliance difensiva</strong>, premiando chi compila moduli meglio di chi riduce davvero l’impatto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Competitività, asimmetrie e il triangolo USA–Cina–UE</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sul fondo scorre una frattura strategica. <strong>Gli Stati Uniti incentivano</strong> a colpi di politiche industriali e credito d’imposta, <strong>la Cina pianifica</strong> con scala e integrazione pubblico–privata; <strong>l’Europa regola</strong>. Totale caricatura? Forse. Ma la percezione conta: se l’industria europea avverte <strong>asimmetria di strumenti</strong>, il rischio non è ideologico, ma operativo — investimenti che slittano, ricerca che migra, <strong>filiere che si accorciano altrove</strong>. Qui la richiesta di abolizione della CSDDD diventa un grimaldello per ottenere <strong>un riequilibrio dell’agenda</strong>: meno vincoli procedurali, più capitali su energia, manifattura avanzata, digitalizzazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre la CSDDD: emissioni e concorrenza nel mirino</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La lettera non si ferma alla due diligence. Chiede di <strong>non anticipare il taglio dei permessi gratuiti alle industrie energivore</strong> e di <strong>riformare le regole antitrust</strong> considerando i mercati globali, non solo europei. Tradotto: non indebolire l’industria prima che le alternative siano mature e consentire <strong>fusioni di scala</strong> quando il competitor reale non è a Lione o Düsseldorf, ma a Shenzhen o in California. È la rivendicazione di un <strong>realismo industriale</strong> che accetta la transizione, ma pretende tempi, strumenti e arbitri compatibili con il campo di gioco.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bruxelles tra revisione e tenuta politica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Le istituzioni europee hanno già aperto alla <strong>semplificazione</strong>: soglie più alte, criteri più chiari, armonizzazione tra Stati membri. Ma <strong>abolire</strong> è un’altra cosa. Per la Commissione, cedere sull’impianto sarebbe <strong>un cedimento simbolico</strong> del progetto europeo: l’idea che competitività e responsabilità possano convivere. La mediazione, se arriverà, dovrà reggere a due fuochi: <strong>ONG e Parlamento</strong>, contrari a svuotare la riforma; <strong>governi e industria</strong>, preoccupati per cicli economici deboli e rischi di de–industrializzazione. La domanda è se l’Europa saprà <strong>scrivere una norma più semplice senza svuotarne il senso</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il costo nascosto della complessità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un elemento meno visibile, ma decisivo: il <strong>costo opportunità</strong>. Ogni euro speso per audit, consulenze e rendicontazioni sottratto a <strong>capex produttivi, R&amp;S e upskilling</strong> è un euro che non rafforza la base industriale. Nessuno chiede carta bianca, ma <strong>proporzionalità</strong>: requisiti calibrati per rischio e dimensione, <strong>meccanismi di mutuo riconoscimento</strong> per evitare duplicazioni, piattaforme digitali condivise per ridurre gli oneri. La sostenibilità efficace è quella <strong>verificabile a costi ragionevoli</strong>; la sostenibilità impossibile alimenta cinismo e arbitraggio normativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Etica, mercato e la questione identitaria europea</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La disputa, in realtà, tocca l’identità dell’UE. L’Europa è <strong>soft power regolatorio</strong> e <strong>potenza industriale</strong> in egual misura? Può essere norma per il mondo e, allo stesso tempo, <strong>fabbrica di tecnologie pulite</strong>? Il rischio è la polarizzazione: principio contro profitto, ONG contro imprese. È una falsa dicotomia. Senza <strong>industria forte</strong> non c’è transizione credibile, e senza <strong>tutela di diritti e ambiente</strong> non c’è licenza sociale a operare. L’arte di governo sta nel <strong>costruire ponti</strong>, non muri: meno oneri inutili, più tracciabilità intelligente, <strong>standard europei esportabili</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un compromesso che valga la pena</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La via d’uscita non è l’abolizione secca né la difesa d’ufficio. È un <strong>patto di nuova generazione</strong>: responsabilità chiara sugli anelli critici della filiera, <strong>sanzioni proporzionate</strong>, sandbox regolatori per sperimentare strumenti digitali di due diligence, <strong>cooperazione internazionale</strong> per condividere standard e verifiche nei Paesi terzi. L’obiettivo non è fare meno, ma fare <strong>meglio</strong>: spostare la fatica dalla carta alla <strong>misura dell’impatto reale</strong>, premiando chi riduce emissioni, consuma meno risorse, tutela lavoro e comunità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa succede adesso</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei prossimi mesi peseranno tre variabili. La prima è <strong>politica</strong>: fino a che punto Francia e Germania spingeranno per allentare la presa e quale fronte si verrà a creare in Consiglio e Parlamento. La seconda è <strong>industriale</strong>: se l’Europa riuscirà a far atterrare piani concreti su energia, semiconduttori, mobilità elettrica, mostrando che la competitività non è una parola d’ordine ma <strong>cantieri aperti</strong>. La terza è <strong>finanziaria</strong>: flussi di capitale e costo del denaro, perché la sostenibilità senza investimenti è retorica, e l’industria senza credito è immobilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla governance alla grandezza (senza perdere l’anima)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La lettera dei 46 non è un ripudio della sostenibilità; è un promemoria ruvido: <strong>senza base produttiva non c’è agenda verde che regga</strong>. La sfida per l’Europa è uscire dalla contrapposizione sterile tra <strong>principio e potere</strong> trasformandola in <strong>vantaggio competitivo</strong>: norme chiare, poche, ma esigenti; misurazione dell’impatto, non rituali di compliance; mercati più grandi, non più frammentati.<br>Se l’Unione saprà <strong>riprogettare la propria architettura regolatoria</strong> con la stessa ambizione con cui ha immaginato il Green Deal, potrà tornare a essere <strong>laboratorio di progresso</strong> e non solo <strong>laboratorio di regole</strong>. Altrimenti, resterà virtuosa, ma periferica: un continente che <strong>dice</strong> come dovrebbe essere il futuro mentre altri <strong>lo costruiscono</strong>. La scelta è adesso ed è più che normativa: è <strong>civile e industriale</strong> insieme.</p>
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