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	<title>Lobby Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>La lobby europea delle telecomunicazioni è bloccata nel passato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Oct 2025 06:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Lobby]]></category>
		<category><![CDATA[Telco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/10/Gambardella17.png" type="image/jpeg" />Quando i CEO dei principali operatori di telecomunicazioni europei si riuniscono a Bruxelles, il linguaggio è sempre altisonante: prosperità, resilienza, competitività, sicurezza. Le dichiarazioni di questi giorni non fanno eccezione. Mascherate da appelli agli investimenti in reti, intelligenza artificiale e sovranità digitale, rivelano invece una richiesta ormai ben nota: meno vincoli regolatori, più sussidi e [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando i CEO dei principali operatori di telecomunicazioni europei si riuniscono a Bruxelles, il linguaggio è sempre altisonante: prosperità, resilienza, competitività, sicurezza. Le dichiarazioni di questi giorni non fanno eccezione. Mascherate da appelli agli investimenti in reti, intelligenza artificiale e sovranità digitale, rivelano invece una richiesta ormai ben nota: meno vincoli regolatori, più sussidi e maggiore libertà di concentrare i mercati a livello nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Spogliato della retorica sulla “democratizzazione dell’AI” e sul “rafforzamento della capacità di calcolo sovrana”, ciò che rimane è un settore che da due decenni fatica a mantenere le proprie promesse. Nonostante miliardi di euro di sostegno pubblico, l’Europa resta molto indietro rispetto all’Asia e agli Stati Uniti in termini di copertura in fibra fino a casa, servizi cloud e reti di nuova generazione. Parlare di “democratizzare l’intelligenza artificiale” suona vuoto quando il modello di business si basa su abbonamenti costosi, ecosistemi chiusi e paywall.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il passaggio più rivelatore riguarda il <strong>Digital Networks Act</strong>, dove i CEO invocano una “svolta ambiziosa” che consentirebbe, di fatto, la concentrazione dei mercati a livello nazionale. In pratica, ciò significherebbe ridurre il numero di operatori in ogni paese e rafforzare ulteriormente la posizione dominante degli incumbent. Una ricetta non per la competitività, ma per l’oligopolio — con prezzi più alti, meno scelta e incentivi più deboli all’innovazione. Non sorprende che gli operatori si oppongano a un vero <strong>mercato unico europeo delle telecomunicazioni</strong>: sanno bene che un mercato integrato aumenterebbe la concorrenza e metterebbe in discussione i privilegi di cui godono nei loro domini nazionali protetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il divario non è solo infrastrutturale, ma anche strutturale. L’Europa conta circa <strong>100 operatori mobili nazionali</strong>, ciascuno con una base media di circa <strong>5 milioni di abbonati</strong>, mentre negli Stati Uniti solo tre grandi operatori servono oltre <strong>100 milioni di clienti ciascuno</strong> — come in Cina, dove ogni operatore serve centinaia di milioni di utenti. Questa frammentazione impedisce di realizzare economie di scala, aumenta i costi di rete e costringe gli operatori europei a rimanere confinati in silos nazionali invece di beneficiare di un autentico mercato unico paneuropeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che <strong>l’unico modo per costruire un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni</strong> è separare le <strong>reti dai servizi</strong>: creare operatori <strong>solo all’ingrosso (wholesale-only)</strong> a livello nazionale — poiché l’accesso è inevitabilmente locale — e al contempo favorire un mercato dei servizi pienamente integrato e competitivo a livello paneuropeo. Solo così l’Europa potrà garantire reale concorrenza, costi più bassi, maggiore innovazione e un accesso equo per tutti i fornitori di servizi digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’invocazione della geopolitica e delle “nuove minacce alla sicurezza” è altrettanto strumentale. L’Europa ha certamente bisogno di infrastrutture digitali più solide. Ma la <strong>sovranità</strong> non si costruisce con i comunicati stampa o con le campagne di lobbying: richiede investimenti in reti aperte, sostegno alle PMI e alle startup, e un quadro normativo che promuova la concorrenza autentica. Quello che questi CEO chiedono davvero è una protezione dalla concorrenza, mascherata da difesa dell’autonomia strategica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’Europa vuole davvero colmare il suo divario digitale, la risposta non è concedere ulteriori privilegi agli stessi incumbent che hanno fallito in passato. La vera priorità è una <strong>politica industriale</strong> che promuova il modello <strong>wholesale-only</strong>, stimolando così investimenti che accrescano la competizione a valle — portando a <strong>più scelta, migliore qualità e maggiore dinamismo</strong> nel mercato al dettaglio.</p>
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