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	<title>Digital Networks Act Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Digital Networks Act Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<item>
		<title>Digital Networks Act: l’Europa ha bisogno di più concorrenza, non di maggiore complessità</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/digital-networks-act-concorrenza-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 10:45:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/07/Digital-Networks-Act-lEuropa-ha-bisogno-di-piu-concorrenza-non-di-maggiore-complessita.avif" type="image/jpeg" />L’Europa rischia di commettere un errore strategico proprio mentre entra nella più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo: confondere la leadership digitale con la capacità di produrre nuove regole. Il Digital Networks Act nasce da un obiettivo ampiamente condiviso: superare la frammentazione del mercato europeo delle telecomunicazioni, accelerare gli investimenti nelle reti del futuro e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/digital-networks-act-concorrenza-europa/">Digital Networks Act: l’Europa ha bisogno di più concorrenza, non di maggiore complessità</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’Europa rischia di commettere un errore strategico proprio mentre entra nella più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo: confondere la leadership digitale con la capacità di produrre nuove regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Digital Networks Act</strong> nasce da un obiettivo ampiamente condiviso: superare la frammentazione del mercato europeo delle telecomunicazioni, accelerare gli investimenti nelle reti del futuro e garantire a cittadini e imprese una connettività migliore, più accessibile e più innovativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il successo del regolamento, tuttavia, non dovrebbe essere misurato dal numero di articoli approvati o dal grado di armonizzazione raggiunto. Dovrebbe essere giudicato sulla base di risultati molto più concreti: più concorrenza, maggiori investimenti, più scelta, servizi migliori e prezzi più competitivi per gli utenti finali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera domanda è quindi semplice: il <strong>Digital Networks Act </strong>riuscirà a creare un mercato europeo capace di generare maggiore valore per cittadini e imprese oppure aggiungerà un ulteriore livello di complessità senza affrontare il problema strutturale della frammentazione?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non deve scegliere tra concorrenza e investimenti. Deve creare le condizioni affinché entrambi possano crescere insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema europeo è noto. Mentre Stati Uniti e Cina hanno costruito grandi ecosistemi digitali, con operatori, piattaforme e infrastrutture capaci di competere su scala globale, il mercato europeo delle telecomunicazioni resta frammentato in ventisette realtà nazionali. Questa frammentazione limita la capacità di investimento, riduce le economie di scala e rende più difficile per le imprese europee crescere oltre i propri confini nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La debolezza digitale dell’Europa non deriva dalla mancanza di ambizione o di talenti. Deriva dall’assenza di una scala sufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la scala europea non deve diventare un eufemismo per meno concorrenza. Un consolidamento che riducesse la scelta, aumentasse i prezzi o rafforzasse posizioni di mercato già consolidate tradirebbe la finalità stessa del mercato unico. La scala deve nascere dalla possibilità per le imprese di competere oltre i confini nazionali, non dalla protezione degli incumbent all’interno dei rispettivi mercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La corsa globale all’intelligenza artificiale non sarà vinta da chi saprà costruire il quadro regolatorio più sofisticato, ma da chi realizzerà le infrastrutture digitali più solide e gli ecosistemi più dinamici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ambizione del <strong>Digital Networks Act</strong> deve quindi andare ben oltre una revisione tecnica della regolazione. Il regolamento dovrebbe contribuire alla creazione di un vero mercato unico delle infrastrutture digitali, nel quale cittadini e imprese possano beneficiare di maggiore concorrenza, qualità più elevata, più innovazione e prezzi più competitivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La concorrenza è il principale motore del progresso digitale perché produce benefici concreti: prezzi più bassi, servizi migliori, più scelta e maggiori incentivi all’innovazione. Ma deve essere una concorrenza reale, fondata sugli investimenti, sull’efficienza e sulla capacità di offrire prodotti e servizi migliori, non soltanto su interventi regolatori che si limitano a redistribuire valore senza crearne di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una concorrenza sana non è un obiettivo astratto. È il meccanismo attraverso il quale gli utenti possono accedere a reti più performanti, servizi più innovativi e condizioni economiche più vantaggiose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ruolo della regolazione europea dovrebbe quindi essere chiaro: mantenere i mercati aperti e contendibili, rimuovere gli ostacoli all’ingresso e alla crescita e assicurare che cittadini e imprese siano i primi beneficiari della trasformazione digitale. La regolazione deve favorire la concorrenza, non preservare la frammentazione o proteggere posizioni di mercato consolidate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo principio diventa ancora più importante nell’era dell’intelligenza artificiale. L’AI non vive soltanto nei modelli e negli algoritmi. Dipende da reti ad altissima capacità, data center, infrastrutture cloud, energia e potenza di calcolo. Chi costruirà e controllerà l’infrastruttura dell’intelligenza plasmerà una parte essenziale dell’economia del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Digital Networks Act</strong> dovrebbe quindi essere giudicato, in ultima analisi, dalla sua capacità di creare valore per la società europea. Una piccola impresa che vuole sviluppare applicazioni di intelligenza artificiale non ha bisogno soltanto di regole più chiare. Ha bisogno di connettività affidabile, servizi digitali accessibili, capacità di calcolo disponibile e costi operativi competitivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per i milioni di piccole e medie imprese europee, che rappresentano la spina dorsale della nostra economia, la qualità, il costo e la disponibilità delle infrastrutture digitali diventeranno fattori sempre più decisivi per competere, innovare e crescere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio è che, se non verrà calibrato con attenzione, il <strong>Digital Networks Act</strong> possa aggiungere nuovi livelli amministrativi senza affrontare il problema fondamentale: la mancanza di scala dell’Europa. Un vero mercato unico digitale non può nascere semplicemente dal coordinamento di ventisette sistemi nazionali. Richiede condizioni che consentano alle imprese, ai nuovi entranti e agli investitori di operare ed espandersi più facilmente oltre i confini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito sul cosiddetto <strong><em>Single Passport </em></strong>illustra bene questa difficoltà. Semplificare l’attività degli operatori in Europa è un obiettivo legittimo, perché un mercato unico richiede procedure più semplici e coerenti. Ma la semplificazione deve essere reale. Non può trasformarsi in un nuovo meccanismo burocratico che aggiunge complessità invece di eliminarla o che crea incertezza su quale autorità sia responsabile della vigilanza e dell’applicazione delle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la transizione verso la fibra e lo spegnimento delle vecchie reti in rame devono essere valutati dal punto di vista degli utenti. Il successo non può essere misurato soltanto sulla base del numero di unità immobiliari tecnicamente raggiunte da una rete. Il vero criterio è verificare se cittadini e imprese possano effettivamente accedere a servizi migliori, affidabili e convenienti. La trasformazione digitale non dovrebbe essere misurata soltanto in chilometri di fibra posata, ma nel valore economico e sociale che riesce a generare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso equilibrio deve guidare la regolazione del potere di mercato. L’Europa dovrebbe eliminare le regole diventate ormai inutili, ma non può smantellare le garanzie concorrenziali dove continuano a esistere colli di bottiglia strutturali e posizioni di forza. La deregolamentazione deve essere la conseguenza di una concorrenza effettiva, non il suo sostituto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ciò significa preservare la capacità delle autorità di intervenire quando l’accesso alle infrastrutture essenziali rimane limitato, ritirando al tempo stesso gli obblighi nei mercati diventati realmente competitivi. L’obiettivo non deve essere la regolazione fine a sé stessa, ma un quadro fondato su evidenze verificabili, capace di premiare gli investimenti senza permettere che posizioni di potere consolidate riducano la scelta, la qualità o l’accessibilità economica dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Digital Networks Act</strong> rappresenta quindi un’opportunità storica. Potrebbe diventare lo strumento attraverso il quale l’Europa riuscirà finalmente a creare un mercato competitivo delle infrastrutture digitali, capace di sostenere le sue imprese nell’era dell’intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per riuscirci, tuttavia, deve stabilire una priorità chiara: mettere al centro non gli interessi degli operatori, delle autorità di regolazione o delle istituzioni, ma quelli dei cittadini e delle imprese europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero banco di prova non sarà la capacità dell’Europa di produrre un quadro normativo più elegante. Sarà verificare se i consumatori pagheranno meno, se le imprese avranno più scelta, se la qualità dei servizi migliorerà e se nuovi concorrenti potranno entrare nel mercato, investire e crescere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta non è tra regolazione e deregolamentazione. È tra una regolazione che favorisce la concorrenza e una regolazione che conserva la frammentazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio competitivo dell’Europa non nascerà dalla capacità di regolamentare le infrastrutture digitali in modo più sofisticato rispetto al resto del mondo. Nascerà dalla capacità di costruirle meglio, svilupparle più rapidamente e renderle accessibili ai cittadini e alle imprese in tutto il continente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella nuova economia dell’intelligenza artificiale, la domanda decisiva sarà una sola: chi costruirà e controllerà l’infrastruttura dell’intelligenza?</p>
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		<title>l mercato unico europeo delle telecomunicazioni può cominciare da Italia e Spagna</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/patto-roma-madrid-telecomunicazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 08:21:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/1782527537392-1-2.png" type="image/jpeg" />Integrare prima di consolidare: la terza via Italia-Spagna per le telecomunicazioni europee</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/06/1782527537392-1-2.png" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">La scala che manca all’Europa non è soltanto la dimensione degli operatori. È la dimensione del mercato nel quale essi possono realmente competere. Un Patto Roma-Madrid, costruito a partire dalla domanda delle imprese di media dimensione e accompagnato da <em>wholesale</em> interoperabile, rimedi regolatori coerenti e spettro progressivamente convergente, potrebbe diventare il primo laboratorio operativo del <strong>Digital Networks Act</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito europeo sulle telecomunicazioni parte quasi sempre dalla stessa domanda: quanti operatori può ancora permettersi l’Europa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>Rapporto Draghi</strong> ha indicato nella scala e nel consolidamento degli operatori alcuni degli strumenti necessari per sostenere gli investimenti e realizzare un vero mercato unico delle telecomunicazioni. Ha inoltre proposto di definire maggiormente i mercati a livello europeo, armonizzare le politiche dello spettro e favorire standard comuni. È una diagnosi seria. Ma non esaurisce le possibilità a disposizione dell’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima di concludere che ottenere scala significhi necessariamente ridurre il numero dei concorrenti, dovremmo domandarci se essa possa derivare anche dall’ampliamento del mercato nel quale gli operatori sono in grado di competere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Italia e Spagna potrebbero sperimentare questa seconda strada attraverso un&nbsp;<strong>Patto Roma-Madrid per le telecomunicazioni</strong>. Non una fusione delle reti, non prezzi identici e neppure la creazione politica di un nuovo campione nazionale, ma un progetto destinato a rendere progressivamente contendibili come un unico spazio economico due mercati oggi separati da prodotti wholesale, sistemi informatici, condizioni commerciali e politiche dello spettro differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta europea non è soltanto tra frammentazione e fusioni. Esiste una terza strada: ampliare il mercato prima di ridurre il numero dei concorrenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta non sarebbe un’alternativa al Digital Networks Act presentato dalla Commissione europea il 21 gennaio 2026, ma il suo primo grande laboratorio operativo. Il DNA è oggi una proposta legislativa e il suo testo potrà cambiare durante il negoziato; proprio per questo Italia e Spagna avrebbero l’opportunità di sperimentarne concretamente gli obiettivi e contribuire a definirne l’attuazione, anziché attendere passivamente soluzioni progettate altrove.</p>



<h1 class="wp-block-heading">La domanda che conta non è quella delle multinazionali, ma del mid-market</h1>



<p class="wp-block-paragraph">La prima obiezione deve essere affrontata apertamente. L’accesso wholesale esiste già sia in Italia sia in Spagna. Il Codice europeo prevede dal 2018 strumenti per individuare mercati e domanda transnazionali. Inoltre, le grandi multinazionali dispongono già di interlocutori internazionali capaci di offrire servizi integrati di connettività, cloud, sicurezza e gestione globale. <strong>Telefónica Global Solutions</strong>, ad esempio, gestisce per il gruppo <strong>Telefónica</strong> le attività internazionali wholesale, roaming, multinazionali e mercato USA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque il Patto non dovrebbe essere costruito per le grandi multinazionali che possono negoziare contratti internazionali su misura. Il segmento realmente sotto-servito è un altro: imprese di media dimensione, gruppi industriali regionali, operatori logistici, fornitori di servizi digitali, catene retail, imprese energetiche, PMI strutturate e flotte IoT che hanno attività in Italia e in Spagna, ma non la scala negoziale per ottenere dai global carrier una soluzione pienamente integrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per queste imprese il problema non è l’assenza assoluta di offerta internazionale. È il costo della complessità. Un’azienda con sedi a Milano, Torino, Valencia e Barcellona può acquistare connettività in entrambi i Paesi, ma spesso deve gestire fornitori diversi, SLA non omogenei, interfacce separate, sistemi di sicurezza non integrati, contratti distinti e livelli di assistenza difficili da confrontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, quindi, esiste almeno potenzialmente, ma è dispersa. Nessuno la vede come un mercato unico perché nessuno la misura come un mercato unico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il primo atto del Patto non dovrebbe essere la redazione di un nuovo catalogo tecnico. Dovrebbe essere una&nbsp;<strong>mappatura verificabile della domanda transfrontaliera del mid-market</strong>. Imprese industriali, porti, operatori logistici, aziende energetiche, amministrazioni pubbliche, università, strutture sanitarie e fornitori di mobilità connessa dovrebbero essere invitati a indicare, in forma aggregata e nel pieno rispetto delle regole di concorrenza, quali servizi acquistano nei due Paesi, quanti fornitori utilizzano, quali costi derivano dalla frammentazione e quale quota della propria domanda sarebbero disposti ad affidare a offerte integrate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un primo test potrebbe concentrarsi sulle attività economiche che operano lungo il corridoio europeo TEN-T Mediterraneo. Il corridoio collega i principali porti spagnoli — Algeciras, Cartagena, Valencia, Castellón, Tarragona e Barcellona — con Madrid, il sud della Francia, Genova, La Spezia, Torino, Milano e il sistema industriale del Nord Italia. La sua esistenza non dimostra automaticamente che vi sia una domanda telecom insoddisfatta. Offre però un universo economico reale nel quale misurare sedi, spesa per connettività e cybersecurity, frammentazione dei contratti e disponibilità ad acquistare servizi comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I governi non dovrebbero inventare la domanda né scegliere preventivamente i fornitori. Potrebbero però renderla visibile attraverso consultazioni coordinate, accordi quadro aperti e gare pubbliche nazionali costruite secondo requisiti compatibili. Le associazioni imprenditoriali potrebbero parallelamente raccogliere, in forma anonimizzata, le esigenze delle imprese private.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato sarebbe un primo&nbsp;<strong>portafoglio della domanda Italia-Spagna</strong>. Soltanto dopo avere individuato che cosa il mercato vuole acquistare avrebbe senso definire i prodotti wholesale, le interfacce e gli standard necessari per fornirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’interoperabilità non è dunque il motore economico del progetto. È la condizione tecnica che permette alla domanda di trasformarsi in offerta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I primi candidati non sarebbero necessariamente i grandi incumbent. Potrebbero essere operatori B2B paneuropei, challenger della fibra, MVNO industriali, fornitori di connettività IoT, operatori wholesale-only e imprese specializzate nelle reti private. Il fatto che alcuni challenger abbiano già cercato spazio in più mercati europei non dimostra che il Patto sia superfluo; dimostra piuttosto che esiste una pressione competitiva potenziale che oggi deve essere ricostruita Paese per Paese, con costi e tempi duplicati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto dovrebbe quindi essere un&nbsp;<strong>test di mercato, non un atto di fede</strong>. La sua funzione sarebbe ridurre i costi fissi dell’ingresso e verificare se, una volta resa visibile la domanda e rimosse le incompatibilità operative, gli operatori siano effettivamente disposti a competere su scala transfrontaliera.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Perché proprio Italia e Spagna</h1>



<p class="wp-block-paragraph">La ragione principale non è demografica. È tecnologica e industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la CNMC, la rete di accesso in rame di Telefónica era divisa in 8.526 centrali identificate da codice MIGA. Il 27 maggio 2025 si è completato il processo di spegnimento, con la chiusura delle ultime 661 centrali ancora attive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, a dicembre 2025, l’FTTH rappresentava il 34,1% degli accessi fissi. Un ulteriore 40,5% era costituito da connessioni FTTC: fibra fino all’armadio stradale, ma ancora rame nell’ultimo tratto fino all’utente. Il confronto corretto è dunque tra l’FTTH spagnolo, ormai superiore al 90%, e l’FTTH italiano al 34,1%; la quota FTTC misura la parte ancora incompleta della migrazione italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa differenza è un’opportunità, ma anche un attrito. Sarebbe ingenuo sostenere che un mercato quasi interamente FTTH e uno ancora largamente FTTC possano armonizzare da subito tutto il catalogo wholesale di accesso fisso. Proprio per questo il Patto dovrebbe partire dai servizi più orientati al futuro e meno dipendenti dalle tecnologie legacy: reti private 5G, IoT industriale, cybersecurity, edge computing, connettività per porti, logistica, energia e manifattura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, si deve cominciare dove i due mercati sono simmetrici nel futuro, non dove restano asimmetrici nel passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna può mettere a disposizione l’esperienza maturata nella migrazione dei clienti, nello spegnimento del rame e nella concorrenza tra reti FTTH. L’Italia presenta invece un maggiore potenziale di trasformazione, adozione e investimento. Per l’Italia, il Patto allargherebbe il mercato indirizzabile della transizione FTTH e delle piattaforme wholesale-only. Per la Spagna, trasformerebbe la competenza accumulata sulla fibra e sulla migrazione dalle reti legacy in un asset esportabile di politica industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche le dinamiche commerciali sono differenti. Nella tavola “Dinamiche in Europa” dell’Osservatorio AGCOM, elaborata su dati Eurostat relativi alle comunicazioni elettroniche, l’indice dei prezzi registra tra dicembre 2021 e dicembre 2025 una diminuzione del 14,1% in Italia e un aumento del 2,9% in Spagna. È una misura diversa dall’indice sintetico nazionale ISA di AGCOM e non dimostra che i prezzi assoluti spagnoli siano necessariamente superiori. Mostra però traiettorie opposte, che possono aprire spazio a nuovi ingressi e a modelli commerciali differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Italia e Spagna, inoltre, non condividono una frontiera terrestre. Ma il progetto non consiste nella costruzione di un’unica rete fisica tra territori contigui. Riguarda domanda, contratti, prodotti wholesale, interfacce informatiche, servizi alle imprese e condizioni dello spettro. Per integrare questi livelli, la contiguità geografica non è necessaria. La Francia potrebbe aderire successivamente, trasformando il progetto bilaterale nel nucleo di uno spazio digitale mediterraneo più ampio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La dimensione demografica rafforza, ma non fonda, la proposta. Italia e Spagna riuniscono circa 108 milioni di abitanti, rispetto agli 84 milioni della Germania. Costituirebbero quindi il maggiore bacino integrato dell’Unione per popolazione e clienti potenziali. Ciò non significa automaticamente essere il primo mercato per ricavi, che dipendono anche dai prezzi, dalla spesa media per cliente e dalla composizione dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine del 2025 l’Italia contava 19,38 milioni di accessi broadband e ultrabroadband fissi e la Spagna circa 19,9 milioni: complessivamente quasi 40 milioni di connessioni fisse. Secondo le statistiche nazionali, i due Paesi contano inoltre circa 143 milioni di linee mobili riferibili agli utenti, pur sulla base di classificazioni non perfettamente omogenee: 78,9 milioni di SIM Human in Italia e oltre 64 milioni di linee mobili in Spagna. A queste si aggiungono più di 72 milioni di connessioni M2M. Il dato spagnolo M2M richiede una cautela metodologica, perché nel 2025 la CNMC ha registrato un forte incremento delle linee associate a macchine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi numeri non devono diventare un artificio retorico. Il vero significato della scala non è rendere ancora più grandi operatori che già condividono piattaforme, acquisti e competenze su base internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il valore decisivo è la&nbsp;<strong>contendibilità</strong>. Un challenger, un operatore industriale o un fornitore B2B potrebbe affrontare una sola integrazione tecnologica e commerciale per accedere a due mercati, anziché duplicare ogni investimento nazionale. La scala non sarebbe quindi soltanto un risparmio di costo dal lato dell’offerta. Sarebbe un ampliamento del mercato accessibile a soggetti che oggi non riescono a superare il costo di una seconda entrata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scala che manca all’Europa non è soltanto la dimensione degli operatori. È la dimensione del mercato nel quale possono realmente competere.</strong></p>



<h1 class="wp-block-heading">Perché Roma e Madrid dovrebbero agire</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema non è soltanto tecnico. È anche di economia politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frammentazione protegge gli operatori già insediati, perché aumenta il costo che un nuovo concorrente deve sostenere per entrare. Gli Stati, a loro volta, conservano la piena autonomia sulle frequenze e sulle entrate generate dalle assegnazioni. Chiedere agli stessi soggetti di smontare spontaneamente queste barriere può apparire irrealistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che deve emergere il movente politico del Patto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con il Digital Networks Act ormai nel processo legislativo europeo, una maggiore convergenza non è più una discussione astratta. Roma e Madrid possono attendere che il nuovo modello venga definito interamente a Bruxelles oppure proporsi come i due Paesi che lo sperimentano per primi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’Italia, il Patto servirebbe a rendere più attraente e scalabile la migrazione verso l’FTTH, ad aumentare la contendibilità del mercato wholesale e a rafforzare gli operatori che possono utilizzare reti aperte senza duplicare infrastrutture inefficienti. Per la Spagna, rappresenterebbe l’occasione di trasformare il proprio vantaggio sulla fibra in una piattaforma europea, esportando competenze regolatorie, industriali e commerciali maturate nella chiusura del rame e nella competizione tra reti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio non sarebbe soltanto reputazionale. Essere il laboratorio operativo del nuovo mercato europeo permetterebbe ai due governi di portare nel negoziato sul DNA le caratteristiche delle proprie reti, le esigenze delle imprese e le priorità dei rispettivi territori. Consentirebbe inoltre di attrarre operatori, investimenti e sperimentazioni industriali interessati a sviluppare servizi su una base più ampia di un singolo mercato nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non richiederebbe ai due Stati di rinunciare immediatamente alle proprie competenze più sensibili. Lo spettro rimarrebbe nazionale, così come i relativi proventi. Le autorità conserverebbero la propria indipendenza. I governi coordinerebbero ciò che può produrre un vantaggio comune senza trasferire a un organismo bilaterale la sovranità sulle frequenze o le decisioni regolamentari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste alcuna garanzia che Roma e Madrid vogliano assumere questa iniziativa. Ma, una volta dimostrata la fattibilità tecnica e giuridica, l’ostacolo sarebbe politico. E dovrebbe essere dichiarato come tale.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Un progetto dentro il diritto europeo, anche nel passaggio al DNA</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non potrebbe dichiarare politicamente l’esistenza di un mercato transnazionale. Nella regolazione delle comunicazioni e nel diritto della concorrenza, un mercato rilevante emerge dalla domanda, dalla sostituibilità dei servizi e dalle condizioni competitive, non dalla volontà dei governi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel testo finale della Direttiva 2018/1972, l’articolo 65 prevede che, su richiesta motivata della Commissione o di almeno due autorità nazionali, BEREC analizzi un potenziale mercato transnazionale. La Commissione può successivamente identificarlo. Lo stesso articolo consente inoltre a due o più autorità nazionali di notificare congiuntamente le proprie misure anche in assenza di un mercato transnazionale formalmente riconosciuto, quando le condizioni nei rispettivi territori siano sufficientemente omogenee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’articolo 66 disciplina invece la domanda transnazionale degli utenti. BEREC può analizzarla su richiesta della Commissione, di almeno due autorità nazionali o degli operatori di mercato, se accompagnata da evidenze sufficienti. Quando la domanda transnazionale è significativa e non adeguatamente soddisfatta, BEREC può indicare approcci comuni, compresa l’interoperabilità tecnica dei prodotti di accesso wholesale. Le autorità nazionali devono tenerne nella massima considerazione quando esercitano i propri poteri regolatori, ma nel quadro attuale si tratta di uno strumento di indirizzo rafforzato, non di un obbligo direttamente cogente di armonizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">BEREC osservava nel 2021 che la procedura dell’articolo 65 non era stata fino ad allora applicata. Il limite è evidente: il quadro giuridico può riconoscere condizioni concorrenziali già sufficientemente omogenee, ma non è stato concepito come uno strumento di politica industriale per farle emergere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto colmerebbe questo spazio senza uscire dal framework europeo. Non creerebbe per decreto un mercato regolamentare. Favorirebbe l’emergere di un mercato economicamente più integrato, misurando la domanda e rendendo compatibili alcune condizioni operative. BEREC, la Commissione e le autorità nazionali continuerebbero a stabilire se e quando le evidenze raccolte siano sufficienti per riconoscerne formalmente la dimensione transnazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Occorre però disciplinare anche la transizione verso il Digital Networks Act. Nella proposta della Commissione del 21 gennaio 2026, il DNA abrogherebbe il Codice europeo sei mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo regolamento, ma non cancellerebbe i meccanismi sui quali poggia il Patto: gli attuali articoli 65 e 66 vengono sostanzialmente ripresi negli articoli 74 e 75 della proposta, relativi rispettivamente ai mercati transnazionali e alla domanda transnazionale. L’articolo 75 continua inoltre a consentire richieste motivate dei partecipanti al mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La proposta aggiunge un elemento decisivo. L’articolo 77 prevede che gli obblighi imposti agli operatori con significativo potere di mercato possano tenere conto, quando appropriato, dell’identificazione della domanda transnazionale prevista dall’articolo 75. L’articolo 81 introduce poi prodotti armonizzati di accesso, che le autorità nazionali devono valutare prima di imporre altri prodotti di accesso agli operatori SMP. La Commissione potrebbe adottare atti di esecuzione per definirne specifiche tecniche, elementi di costo, metodologie e offerta di riferimento, tenendo conto del parere di BEREC. Numerazione e contenuti potranno cambiare durante il negoziato legislativo, ma la direzione è chiara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratterebbe quindi di costruire il progetto su norme destinate a scomparire. Si utilizzerebbe il quadro oggi vigente per sperimentare strumenti che la Commissione propone di mantenere, rafforzare e collegare a prodotti wholesale armonizzati europei.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Wholesale interoperabile: la sequenza deve essere europea</h1>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’ultimo miglio è necessariamente locale. Il mercato non deve esserlo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta individuata la domanda, Italia e Spagna dovrebbero costruire il linguaggio tecnico necessario per soddisfarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non servirebbe una nuova rete. Servirebbero definizioni compatibili dei prodotti wholesale, clausole contrattuali confrontabili, API interoperabili, procedure analoghe per attivazioni e migrazioni, livelli di servizio misurabili nello stesso modo e sistemi comuni per comunicare e gestire i guasti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il lavoro dovrebbe riguardare l’accesso alle reti FTTH, la fibra spenta, i cavidotti e i pali, i servizi mobili wholesale, gli MVNO, le reti private 5G, l’Internet delle cose e l’edge computing.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarebbe necessario imporre prezzi identici. Geografia, densità abitativa, costi di costruzione e condizioni concorrenziali rimangono differenti. L’obiettivo sarebbe fare in modo che un operatore possa integrare una volta sola i propri sistemi e utilizzare successivamente processi sostanzialmente equivalenti nei due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accesso wholesale esiste già. Quello che manca è la sua replicabilità transfrontaliera a costi sostenibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui però occorre evitare un equivoco. Le specifiche pubbliche, il project office e l’ambiente di test sono necessari, ma non sufficienti. Il vincolo vero sta nei prodotti wholesale e nei sistemi OSS/BSS degli operatori che controllano le reti. Se un operatore con significativo potere di mercato non adotta interfacce comuni, SLA comparabili e processi interoperabili, il layer tecnico resta un documento, non diventa un mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sequenza giuridicamente pulita dovrebbe essere questa: prima la mappatura della domanda transnazionale; poi, se emergono evidenze sufficienti, una richiesta motivata a <strong>BEREC</strong> ai sensi dell’articolo 66 del Codice europeo; quindi linee guida <strong>BEREC </strong>sugli approcci comuni e sull’interoperabilità dei prodotti wholesale; infine l’attuazione da parte di <strong>AGCOM</strong> e <strong>CNMC</strong> attraverso condizioni proporzionate nei rimedi nazionali, tenendo nella massima considerazione l’approccio comune europeo. Nel quadro attuale questo percorso resta prevalentemente di indirizzo. Nel futuro quadro del <strong>Digital Networks Act</strong>, se confermato dal legislatore europeo, potrebbe diventare più incisivo grazie al collegamento tra domanda transnazionale, obblighi SMP e prodotti armonizzati di accesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo le autorità nazionali non inventerebbero dal nulla un obbligo transfrontaliero all’interno di mercati ancora formalmente nazionali. Darebbero attuazione, ciascuna nel proprio ordinamento e nei propri mercati rilevanti, a un approccio comune europeo fondato su una domanda transnazionale previamente identificata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel futuro quadro del <strong>Digital Networks Act</strong>, la stessa logica potrebbe essere rafforzata dagli articoli 75, 77 e 81 della proposta. L’articolo 75 manterrebbe l’analisi della domanda transnazionale; l’articolo 77 collegherebbe gli obblighi SMP anche alla domanda transnazionale identificata; l’articolo 81 consentirebbe di utilizzare prodotti armonizzati di accesso nei rimedi applicabili agli operatori SMP. Il Patto diventerebbe quindi il percorso attraverso cui una domanda reale, misurata tra Italia e Spagna, si traduce prima in un approccio comune europeo e poi in obblighi nazionali proporzionati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per gli operatori non SMP, la partecipazione potrebbe restare volontaria, eventualmente sostenuta da accordi commerciali, certificazioni comuni o impegni di mercato. Ma dove l’accesso è regolato perché indispensabile alla concorrenza, l’interoperabilità non può dipendere soltanto dalla buona volontà degli incumbent.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta una domanda pratica: chi paga il livello comune di interoperabilità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non può essere lasciato esclusivamente agli operatori già insediati, che possono avere interesse a conservare la frammentazione. Ma non deve neppure trasformarsi in un sussidio selettivo a favore di singoli nuovi entranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due governi dovrebbero finanziare soltanto la componente aperta, neutrale e non discriminatoria: il project office congiunto, la mappatura della domanda, la definizione pubblica delle specifiche, la certificazione e un ambiente comune di test. Queste attività dovrebbero essere affidate attraverso procedure trasparenti e produrre risultati accessibili a qualsiasi operatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni impresa finanzierebbe invece l’integrazione dei propri sistemi, lo sviluppo delle offerte, il marketing e l’acquisizione dei clienti. Eventuali risorse europee potrebbero sostenere il bene comune tecnico, nei limiti dei programmi disponibili e delle regole sugli aiuti di Stato, non il rischio commerciale dei singoli operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo modo il settore pubblico rimuoverebbe un fallimento di coordinamento senza scegliere chi debba vincere la competizione.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Lo spettro: convergere senza fingere di poter ricominciare da zero</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Lo spettro rappresenterebbe la leva di maggiore valore industriale del Patto, ma anche la più difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le frequenze sono state assegnate in anni differenti, hanno scadenze diverse e generano entrate per i bilanci nazionali. Nessuno dei due governi avrebbe interesse a rinunciare ai propri proventi. Non sarebbe inoltre realistico modificare retroattivamente diritti già attribuiti o creare improvvisamente una licenza unica Italia-Spagna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si sincronizza domani ciò che è già stato assegnato per anni. Si comincia a convergere alla scadenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo passo dovrebbe essere una mappa congiunta delle bande utilizzate, dei diritti in vigore, delle condizioni applicabili e delle relative scadenze. Roma e Madrid potrebbero poi coordinare le future consultazioni, i rinnovi e le nuove assegnazioni, avvicinando progressivamente la durata dei diritti, gli obblighi di copertura, le regole sulla condivisione e i calendari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le procedure rimarrebbero nazionali e ciascuno Stato continuerebbe ad assegnare le proprie frequenze e a incassarne i proventi. Un operatore potrebbe però presentare due offerte nazionali all’interno di un unico piano industriale, anziché reagire a gare scollegate, con tempi e condizioni incompatibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il 5G avanzato, le reti industriali private, la mobilità connessa e il futuro 6G, la prevedibilità di un percorso comune avrebbe probabilmente un valore maggiore della semplice coincidenza formale delle date di due aste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non eliminerebbe quindi il lock-in determinato dalle assegnazioni passate. Impedirebbe però che esso venga riprodotto automaticamente nelle assegnazioni future.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Prima il mid-market business, poi la home zone</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il mercato business dovrebbe essere il primo motore economico del progetto, ma non quello delle multinazionali già servite dai global carrier. Il punto è il mid-market transfrontaliero: imprese abbastanza grandi da operare in due Paesi, ma non abbastanza grandi da imporre ai fornitori una soluzione internazionale su misura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’impresa con stabilimenti, magazzini o punti vendita in Italia e in Spagna dovrebbe poter acquistare attraverso una sola architettura commerciale connettività, cybersecurity, cloud, edge computing, Internet delle cose, reti private 5G e servizi basati sulle API di rete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario che ogni contratto sia giuridicamente identico. È essenziale che il cliente disponga di un unico interlocutore, livelli di servizio coerenti, una gestione coordinata della sicurezza e una sola piattaforma per controllare le proprie connessioni nei due Paesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Porti, logistica, manifattura, automotive, energia, sanità e mobilità connessa offrirebbero i primi casi d’uso. Una soluzione sperimentata in un porto spagnolo dovrebbe poter essere replicata in Italia senza ricostruire da zero l’architettura contrattuale e tecnologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto dopo la sperimentazione business il modello dovrebbe essere esteso ai clienti che vivono o lavorano nei due Paesi. Attraverso due profili locali gestiti dallo stesso operatore, un professionista, una PMI, il proprietario di una seconda casa o una flotta IoT potrebbero utilizzare un unico account, una sola applicazione e un’assistenza integrata senza dipendere dal roaming permanente. La&nbsp;<strong>home zone Italia-Spagna</strong>&nbsp;sarebbe un beneficio visibile del mercato integrato, non il suo presupposto economico.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Integrare prima non significa congelare le fusioni</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto non dovrebbe diventare una posizione ideologica contro qualsiasi consolidamento. Alcune fusioni possono produrre efficienze, liberare investimenti e risultare compatibili con la concorrenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto non è imporre una moratoria di tre anni su tutte le operazioni. Il punto è non trattare il consolidamento nazionale come un sostituto dell’integrazione europea e non consentire che fusioni puramente domestiche rendano ancora più difficile l’ingresso transfrontaliero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consolidare operatori all’interno di mercati che rimangono nazionali può ridurre il numero dei concorrenti senza produrre automaticamente una scala europea. Integrare prima, o almeno parallelamente, i mercati allargherebbe invece lo spazio contendibile e permetterebbe di verificare se nuovi soggetti siano in grado di entrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un mercato più ampio, anche le fusioni potrebbero essere valutate sulla base di una concorrenza transfrontaliera effettiva, anziché sulla semplice promessa che l’unione di due operatori nazionali generi da sola un mercato europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo non è impedire agli operatori di crescere. È evitare che la scala venga cercata soltanto eliminando concorrenti quando può essere ottenuta anche eliminando frontiere.</p>



<h1 class="wp-block-heading">Una clausola di verifica realmente simmetrica</h1>



<p class="wp-block-paragraph">Il Patto dovrebbe essere lanciato durante un vertice intergovernativo Italia-Spagna, attraverso una dichiarazione politica e un memorandum operativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entro novanta giorni dovrebbe essere istituito un gruppo di lavoro composto dai ministeri competenti, da <strong>AGCOM </strong>e <strong>AGCM</strong> per l’Italia e dalla <strong>CNMC</strong> per la Spagna. Commissione europea e <strong>BEREC</strong> dovrebbero partecipare come osservatori, garantendo fin dall’inizio la coerenza con il quadro dell’Unione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le autorità indipendenti manterrebbero integralmente la propria autonomia. I governi non detterebbero le decisioni regolamentari, ma interverrebbero sulle materie di propria competenza: legislazione nazionale, spettro, domanda pubblica, coordinamento industriale e relazioni europee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entro dodici mesi la roadmap dovrebbe fissare risultati e criteri di valutazione prima dell’avvio del pilota. Dovrebbe prevedere la pubblicazione della mappa della domanda transfrontaliera del mid-market, l’individuazione dei primi casi business, le specifiche dei prodotti wholesale necessari, un ambiente di test, la mappa delle scadenze dello spettro e l’avvio di consultazioni aperte agli operatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei tre anni successivi i risultati dovrebbero essere misurati attraverso il numero di imprese coinvolte nel demand test, il valore dei contratti transfrontalieri, il numero di operatori entrati nell’altro Paese, la riduzione dei costi e dei tempi di ingresso, l’utilizzo dei prodotti interoperabili e gli investimenti generati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La valutazione finale dovrebbe distinguere chiaramente quattro possibili esiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se governi e autorità non fossero riusciti a produrre le mappe, le specifiche, gli ambienti di test e le procedure previste, non si potrebbe concludere che il mercato non esiste. Sarebbe un fallimento del disegno o dell’esecuzione del Patto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se tutte le condizioni abilitanti fossero state realizzate, la domanda fosse stata resa visibile e nessun operatore avesse presentato un’offerta credibile, l’esito indicherebbe invece che il business case transfrontaliero non era ancora sufficientemente forte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se emergessero domanda e interesse degli operatori, ma l’ingresso fosse impedito da condizioni wholesale economicamente insostenibili, il problema non sarebbe l’assenza del mercato né l’idea del Patto. Sarebbe il funzionamento dell’accesso alle reti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se infine il mercato business producesse risultati, ma la home zone consumer non si materializzasse, il Patto non dovrebbe essere considerato fallito. Vorrebbe dire che il motore economico funziona sul segmento imprese, mentre l’estensione retail richiede più tempo, più domanda o una base normativa europea più chiara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stabilire in anticipo questi criteri impedirebbe a ogni soggetto di attribuire agli altri la responsabilità di un eventuale risultato negativo. Renderebbe la sperimentazione realmente falsificabile e quindi credibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il progetto producesse domanda, nuovi ingressi e investimenti, Italia e Spagna potrebbero presentare a <strong>BEREC</strong> e alla Commissione le evidenze necessarie per attivare i meccanismi europei sui mercati e sulla domanda transnazionali. Se non li producesse, il Patto dovrebbe essere corretto o concluso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto resterebbe aperto. Portogallo, Francia e altri Stati potrebbero successivamente aderire agli standard e ai meccanismi dimostratisi efficaci, trasformando il nucleo Italia-Spagna in un mercato digitale più ampio dell’Europa meridionale e mediterranea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa non è obbligata a scegliere tra ventisette mercati frammentati e pochi operatori nazionali più grandi. Può verificare prima se sia possibile costruire mercati più grandi nei quali un numero maggiore di operatori possa realmente competere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa discute da vent’anni del mercato unico delle telecomunicazioni. Italia e Spagna possono smettere di aspettarlo e cominciare a costruirlo.</strong></p>
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		<title>Switch-off obbligatorio: l’Europa non spenga il rame accendendo il rischio regolatorio</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/switch-off-obbligatorio-leuropa-non-spenga-rame-accendendo-rischio-regolatorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 08:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Switch-off.jpg" type="image/jpeg" />Il Digital Networks Act (DNA) della Commissione europea sostiene di voler semplificare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni e accelerare gli investimenti nelle reti a capacità molto elevata. Eppure una delle sue scelte di bandiera rischia di produrre l’effetto opposto. Introducendo un quadro europeo di switch-off obbligatorio del rame, il DNA aggiunge un nuovo livello di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Switch-off.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Il Digital Networks Act (DNA) della Commissione europea sostiene di voler semplificare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni e accelerare gli investimenti nelle reti a capacità molto elevata. Eppure una delle sue scelte di bandiera rischia di produrre l’effetto opposto. Introducendo un quadro europeo di switch-off obbligatorio del rame, il DNA aggiunge un nuovo livello di obblighi, criteri, procedure e potenziali contenziosi proprio quando il settore ha bisogno di chiarezza, rapidità e sobrietà regolatoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la promessa del DNA è la semplificazione, lo switch-off obbligatorio consegna l’opposto: una nuova macchina della compliance. Lo spegnimento del rame non è un vuoto di policy. È già gestito — spesso in modo efficace — dalle autorità nazionali di regolamentazione (NRA), che conoscono i vincoli locali di deployment, le dinamiche competitive e le realtà pratiche della migrazione di famiglie, PMI e servizi critici. L’UE può legittimamente fissare una direzione e obiettivi comuni. Ma trasformare una transizione industriale complessa in un nuovo obbligo giuridico europeo non semplifica il percorso verso la fibra; rischia di istituzionalizzare il processo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In alcune aree d’Europa, rinviare lo switch-off del rame oltre il 2035 sarà necessario, giustificato e del tutto comprensibile. Non per mancanza di ambizione, ma per ragioni pratiche: geografia, costi marginali, ritardi nei permessi, capacità esecutiva limitata e necessità di migrare i servizi legacy senza shock per famiglie e PMI. Proprio per questo è incoerente — e in ultima analisi dannoso — legiferare una scadenza europea fissa se sappiamo già che serviranno deroghe e proroghe. Le scadenze con eccezioni non costruiscono fibra. Costruiscono fascicoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché, nella fase di scrutinio legislativo, Parlamento europeo e Consiglio dovrebbero eliminare dal DNA la scadenza obbligatoria di switch-off del rame e lasciare le decisioni vincolanti sui tempi alle autorità nazionali. Manteniamo KPI e obblighi di trasparenza a livello UE — copertura e take-up, prontezza alla migrazione, continuità del servizio e replicabilità wholesale — ma evitiamo un obbligo guidato dalla data che inevitabilmente diventa il centro della disputa. Non è un arretramento. È realismo regolatorio: le autorità nazionali conoscono la realtà sul terreno — dove la fibra è davvero disponibile, quali prodotti wholesale sono replicabili, dove utenti vulnerabili e servizi critici richiedono migrazioni su misura e dove le dinamiche competitive verrebbero destabilizzate da uno switch-off prematuro. Solo loro possono calibrare tempi e condizioni area per area, con responsabilità e profonda conoscenza dei mercati locali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il DNA prova a strutturare lo switch-off tramite piani nazionali di transizione, classificazioni delle aree, criteri di readiness e una scadenza. In pratica significa: più piani, più criteri, più reporting, più consultazioni, più dispute, più contenzioso e più ritardi. Non è semplificazione; è compliance. E quando la transizione diventa procedura, l’investimento diventa attesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è semplice: una data obbligatoria soggetta a deroghe e proroghe non accelera l’esecuzione; sposta il conflitto. Quali aree hanno diritto a più tempo? Quali soglie contano? Chi decide se le condizioni sono soddisfatte, e su quali evidenze? Il risultato è prevedibile: l’investimento più “strategico” diventa posizionamento regolatorio, non deployment. Nel frattempo la scadenza diventa un punto di frizione politico — un campo di battaglia ricorrente — più che un acceleratore industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’incertezza regolatoria si traduce direttamente in rischio finanziario. Aumenta il costo del capitale, raffredda la propensione a investire e spinge gli operatori verso decisioni difensive&nbsp; l’opposto della narrativa pro-investimenti su cui si fonda il DNA. Una scadenza “a metà credibile” perché dipende da inevitabili deroghe non è un meccanismo di impegno; è una fonte di volatilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un secondo rischio, spesso sottovalutato: la concorrenza. Il rame è legacy, ma in molti mercati ha storicamente sostenuto la concorrenza wholesale e la replicabilità delle offerte retail. Spegnerlo “per comando” prima di garantire ovunque un prodotto wholesale in fibra stabile, realmente equivalente e replicabile rischia di spostare il potere negoziale nel momento più fragile: la migrazione. Il pericolo è semplice: puoi modernizzare le reti mentre, involontariamente, modernizzi il potere di mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno switch-off senza replicabilità wholesale dimostrabile sulla fibra. Una data non risolve questo. Una transizione ben governata sì e quella governance è inevitabilmente locale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcuno dirà che serve un obbligo europeo per evitare frammentazione. Ma esiste un modo più pulito per ottenere coerenza senza legiferare una scadenza rigida. Armonizziamo principi, trasparenza e responsabilità non una data. L’UE può fissare standard comuni di reporting, salvaguardie minime per utenti e servizi critici e KPI comparabili su copertura, take-up, prontezza alla migrazione e replicabilità wholesale. Questo crea allineamento. Una scadenza obbligatoria con eccezioni crea dispute.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è in linea con quanto BEREC sottolinea da tempo: condizioni e ritmo dello switch-off sono disomogenei tra gli Stati membri e dipendono in modo cruciale da vincoli locali, incluso l’accesso alle infrastrutture fisiche. Chi decide deve conoscere il terreno non solo il calendario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi la risposta non è difendere il rame. È superarlo senza trasformare una transizione industriale in un contenzioso giuridico permanente a livello UE. L’Europa dovrebbe concentrare la forza regolatoria dove produce risultati misurabili: permessi più rapidi e prevedibili, accesso efficiente alle infrastrutture passive, condizioni chiare per la replicabilità wholesale sulla fibra e salvaguardie per consumatori e PMI durante la migrazione. L’UE deve fissare obiettivi, KPI e standard di trasparenza. Ma non dovrebbe imporre un obbligo basato su una data che poi deve essere — giustamente — ammorbidito con deroghe e proroghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le autorità nazionali possono stabilire quando lo switch-off è tecnicamente sostenibile, economicamente ragionevole ed un impatto competitivo neutrale con una granularità che nessuna scadenza europea può eguagliare. L’Europa non ha bisogno di una data obbligatoria per spegnere il rame. Ha bisogno di rendere la fibra l’unica scelta razionale. Non legiferate una data. Progettate gli incentivi. E se il rinvio è necessario — come in molti casi lo sarà — allora una scadenza obbligatoria “simbolica” è un errore: non accelera la modernizzazione; accende solo il rischio regolatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>300 pagine per non decidere: l’addio silenzioso dell’Europa al mercato unico delle telecomunicazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 08:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato Unico Telecomunicazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Gemini_Generated_Image_r6aprtr6aprtr6ap.jpg" type="image/jpeg" />C’è una verità scomoda che va detta senza giri di parole: l’ambizione di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni è fallita. Non rallentata. Non ricalibrata. Non rinviata. Fallita. Tutto ciò che segue — Digital Networks Act compreso — rischia di diventare cosmetica istituzionale. I quadri vengono riorganizzati, i concetti raffinati, le procedure riscritte, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2026/01/Gemini_Generated_Image_r6aprtr6aprtr6ap.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">C’è una verità scomoda che va detta senza giri di parole: l’ambizione di creare un vero mercato unico europeo delle telecomunicazioni è fallita. Non rallentata. Non ricalibrata. Non rinviata. Fallita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò che segue — Digital Networks Act compreso — rischia di diventare cosmetica istituzionale. I quadri vengono riorganizzati, i concetti raffinati, le procedure riscritte, ma la decisione che avrebbe davvero trasformato l’Europa in un unico continente anche nelle reti viene deliberatamente evitata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un mercato unico delle telecomunicazioni non nasce da un titolo altisonante o da una conferenza stampa. Nasce quando il potere viene realmente spostato dalle capitali nazionali al livello europeo: politica dello spettro, condizioni operative uniformi, autorizzazioni davvero transfrontaliere, un enforcement applicato allo stesso modo ovunque — non semplicemente “armonizzato” sulla carta. È qui che il progetto si è incagliato. E non per colpa della tecnologia. Per colpa della politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per molti Stati membri, lo spettro non è solo infrastruttura. È gettito. È leva industriale domestica. È controllo. E quando un dossier tocca soldi e sovranità, l’Europa continua a comportarsi come una somma di capitali, non come un’unione capace di decidere come un blocco. Il mercato unico è stato la vittima di questa scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, il Digital Networks Act arriva avvolto in una promessa ripetuta per mesi: semplificazione, meno burocrazia, regolazione più leggera, un quadro più favorevole agli investimenti. Un nuovo inizio. Eppure, la realtà che sta prendendo forma va nella direzione opposta. Quello che emerge non è deregulation, ma stratificazione. Non chiarezza, ma complessità. Nuove definizioni che si sovrappongono alle vecchie. Procedure aggiuntive, eccezioni, clausole di flessibilità, rimandi incrociati, linee guida, organismi di coordinamento — e, inevitabilmente, 27 implementazioni nazionali che trasformano la “semplificazione” in un labirinto regolatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando l’Europa rifiuta di decidere sul potere, legifera sul dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un riflesso tipicamente europeo: quando manca il coraggio politico, la densità normativa riempie il vuoto. Ma nessun mercato unico è mai stato costruito con un regolamento di 300 pagine. La lunghezza è raramente segno di forza strategica; più spesso è il sintomo di un sistema che ha cercato di tenere insieme tutti senza scegliere. E i testi che non scelgono producono quasi sempre due effetti molto concreti: incertezza per chi investe e ampio spazio per chi vuole rinviare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che l’Europa rischia di presentare come “Europa delle reti” ciò che, nella pratica, è una frammentazione gestita con ordine. Si promettono investimenti continentali senza creare le condizioni continentali per realizzarli. Agli operatori si chiede di accelerare su fibra e 5G, di rafforzare resilienza e sicurezza, di sostenere la transizione tecnologica — ma li si lascia intrappolati in un ecosistema dove la scala è strutturalmente più difficile da raggiungere che altrove. Il confronto è brutale ma inevitabile: un mercato e un regolatore negli Stati Uniti; uno Stato, una direzione strategica in Cina; ventisette sistemi regolatori e politici in Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo switch-off del rame incarna perfettamente questa contraddizione. Viene spesso raccontato come una transizione naturale: si spegne il vecchio e si passa al nuovo. In realtà non è un interruttore, ma un conflitto politico — tra tempi tecnici e consenso elettorale, tra centri urbani e periferie, tra costi immediati e benefici di lungo periodo, tra cantieri e permessi, tra promesse e coperture reali. Progettato come una transizione costellata di deroghe nazionali e “flessibilità”, diventa un invito aperto al rinvio. Con questo approccio, non si arriverà allo switch-off neppure nel 2035 — non perché sia tecnicamente impossibile, ma perché diventa politicamente troppo facile continuare a spostare l’asticella in avanti, fino a trasformarla in una data simbolica più che in un impegno operativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero punto, allora, non è stabilire se il Digital Networks Act sia ambizioso nei toni o moderno nel linguaggio. Il punto è più brutale: sta nascendo dentro una cornice che ha già accettato la sconfitta sul mercato unico. Quando quell’architrave crolla, tutto il resto diventa manutenzione regolatoria, non politica industriale. In quel contesto, persino la promessa di “meno regole” rischia di trasformarsi nella sua caricatura: più regole per gestire una realtà che i decisori non hanno il coraggio di cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l’Europa vuole davvero uscire dall’impasse, deve fare l’opposto di ciò che oggi sembra profilarsi. Servono poche scelte nette, leggibili, applicabili e vincolanti. Non un’enciclopedia di commi, ma un quadro essenziale che riduca davvero l’attrito e tolga spazio al rinvio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le reti non sono un settore come gli altri. Sono l’infrastruttura della sovranità tecnologica. E la sovranità, per definizione, non si costruisce con le mezze misure né con l’eccesso di carta. Si costruisce decidendo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/300-pagine-per-non-decidere-laddio-silenzioso-delleuropa-al-mercato-unico-delle-telecomunicazioni/">300 pagine per non decidere: l’addio silenzioso dell’Europa al mercato unico delle telecomunicazioni</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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		<title>Gli incumbent delle telecomunicazioni europee devono smettere di nascondersi dietro il miraggio delle fusioni</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/gli-incumbent-delle-telecomunicazioni-europee-devono-smettere-di-nascondersi-dietro-il-miraggio-delle-fusioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 11:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[Euorpa]]></category>
		<category><![CDATA[Telco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Gambardella14.png" type="image/jpeg" />L’industria europea delle telecomunicazioni ha rispolverato il suo slogan preferito: la necessità di un approccio “lungimirante” alle fusioni per liberare investimenti e innovazione. L’argomento suona convincente, almeno in apparenza. Ma andando oltre la superficie, si scopre che si tratta meno di costruire il futuro digitale dell’Europa e più di proteggere gli incumbent dalle pressioni della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/09/Gambardella14.png" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">L’industria europea delle telecomunicazioni ha rispolverato il suo slogan preferito: la necessità di un approccio “lungimirante” alle fusioni per liberare investimenti e innovazione. L’argomento suona convincente, almeno in apparenza. Ma andando oltre la superficie, si scopre che si tratta meno di costruire il futuro digitale dell’Europa e più di proteggere gli incumbent dalle pressioni della concorrenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La narrazione è ben collaudata. Si sostiene che l’Europa sia “troppo frammentata”, a differenza degli Stati Uniti o della Cina, e quindi incapace di generare la scala necessaria per il 5G, la fibra e l’intelligenza artificiale. La cura prescritta è la concentrazione nazionale: meno operatori per Paese, margini più alti e, in teoria, più capacità di investire. Ma si tratta di un rimedio illusorio. <strong>L’esperienza dimostra che quando i mercati nazionali si consolidano, i prezzi aumentano, gli investimenti rallentano e l’innovazione si inaridisce. Gli oligopoli non costruiscono il futuro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito offre un monito. Dopo una serie di fusioni, la concorrenza si è ridotta, ma le promesse di nuovi massicci investimenti non si sono mai concretizzate. I consumatori hanno pagato di più, mentre gli aggiornamenti infrastrutturali arrancavano. L’Europa non può permettersi di ripetere lo stesso errore sotto la bandiera della “scala”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il vero ostacolo alle ambizioni digitali dell’Europa non è la frammentazione, ma il rifiuto di completare un vero mercato unico delle telecomunicazioni</strong>. Per decenni, gli incumbent hanno resistito all’apertura delle fortezze nazionali, lamentando allo stesso tempo la loro incapacità di competere con i rivali globali. <strong>Il risultato è un mosaico di operatori che si aggrappano a confini che nell’economia digitale non hanno più senso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il consolidamento deve servire l’Europa, dev’essere <strong>paneuropeo, non nazionale</strong>. E questo richiede una riforma strutturale: una chiara separazione tra <strong>reti</strong> e <strong>servizi</strong>. Le reti, per loro natura, resteranno nazionali. Ma devono essere gestite come <strong>piattaforme wholesale-only</strong>, aperte, neutrali e non discriminatorie. I servizi, al contrario, devono poter scalare a livello continentale, offerti senza soluzione di continuità a 450 milioni di cittadini e imprese in un vero mercato unico digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il <strong>Digital Networks Act</strong> deve dimostrare coraggio. La tentazione sarà di annacquare la politica della concorrenza in nome degli investimenti. Ma ciò non farebbe che rafforzare ulteriormente gli incumbent. Al contrario, il DNA deve imporre apertura, favorire i modelli wholesale-only e creare le condizioni per la nascita di fornitori paneuropei di servizi digitali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Né Washington né Pechino hanno costruito la loro forza digitale sugli oligopoli nazionali; l’Europa non dovrebbe illudersi di riuscirci. I mercati finanziari premieranno apertura e scala continentale, non fusioni difensive che bloccano risorse in strutture del passato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’Europa non ha bisogno di meno telco; ha bisogno di telco migliori.</strong> Non ha bisogno dell’illusione della scala; ha bisogno della realtà dell’apertura. Se soccomberà al miraggio delle fusioni, rimarrà intrappolata nel passato. Se invece abbraccerà la separazione e un mercato unico, potrà conquistare il futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta è netta. Nell’era dell’intelligenza artificiale e della connettività di nuova generazione, l’Europa può o resuscitare i fantasmi dei campioni nazionali, oppure costruire un quadro continentale all’altezza dell’era digitale. La risposta dovrebbe essere ovvia.</p>
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		<title>Il Digital Networks Act rischia di creare più problemi che soluzioni</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/il-digital-networks-act-rischia-di-creare-piu-problemi-che-soluzioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Gambardella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 06:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reti e infrastrutture]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Networks Act]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/Gambardella3.png" type="image/jpeg" />In un momento in cui l’Europa vuole correre verso l’intelligenza artificiale e una connettività di nuova generazione, rischia di inciampare riscrivendo da zero le regole digitali. Con il Digital Networks Act (DNA), la Commissione Europea punta a trasformare radicalmente il quadro normativo delle telecomunicazioni. Ma è lecito domandarsi: serve davvero un nuovo regolamento? O stiamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/07/Gambardella3.png" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">In un momento in cui l’Europa vuole correre verso l’<strong>intelligenza artificiale</strong> e una connettività di nuova generazione, rischia di inciampare riscrivendo da zero le regole digitali.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Con il <em>Digital Networks Act</em> (DNA), la <strong>Commissione Europea</strong> punta a trasformare radicalmente il quadro normativo delle telecomunicazioni. Ma è lecito domandarsi: serve davvero un nuovo regolamento? O stiamo rischiando di creare più confusione che progresso?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo del DNA è ambizioso e condivisibile: semplificare la normativa, migliorare la gestione dello spettro radio, garantire una concorrenza più equa tra operatori di rete e piattaforme digitali, rafforzare la fibra ottica e armonizzare l’azione delle autorità nazionali ed europee. Ma quando si guarda più da vicino, emergono molti interrogativi su tempi, metodo e reali benefici della proposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema giovane che merita fiducia</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’attuale sistema, il <em>Codice europeo delle comunicazioni elettroniche</em> (EECC), è stato approvato solo pochi anni fa. Non è ancora stata condotta una valutazione seria dei suoi effetti. In questo contesto, smantellarlo a favore di una nuova normativa generale appare prematuro e rischioso. Un cambiamento così radicale potrebbe generare incertezza per aziende e investitori, proprio mentre l’Europa ha bisogno di stabilità per attrarre capitali e realizzare reti all’avanguardia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Semplificare sì, ma con metodo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Unire in un solo testo regolamenti diversi – dall’EECC al Regolamento su Internet Aperto fino ai regolamenti BEREC – può sembrare una semplificazione, ma non garantisce di per sé maggiore chiarezza. Ogni normativa ha origini, obiettivi e ambiti diversi. Un accorpamento forzato potrebbe generare ambiguità, soprattutto se non accompagnato da una chiara razionalizzazione dei contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In alternativa, interventi mirati sui singoli strumenti esistenti permetterebbero di mantenere l’equilibrio tra flessibilità e coerenza, senza creare nuovi vuoti normativi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Attenzione alle specificità locali</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei rischi maggiori del DNA è un’eccessiva centralizzazione. Le autorità nazionali conoscono meglio le realtà del proprio mercato e sanno intervenire dove serve. Un regolamento unico europeo troppo rigido potrebbe non adattarsi a tutti i contesti locali, danneggiando proprio quei Paesi che hanno bisogno di maggiore elasticità per crescere. L’Italia, ad esempio, ha un assetto regolatorio specifico che integra media e comunicazioni: serve attenzione per non creare sovrapposizioni o incoerenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Separare le reti dai servizi: la concorrenza parte da qui</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Un punto cruciale riguarda il futuro degli operatori di sola infrastruttura – i cosiddetti <em>wholesale only</em>. Questi soggetti si occupano esclusivamente di costruire e gestire le reti, senza vendere direttamente servizi ai clienti finali. Questo modello, sempre più adottato in Europa, si basa su un principio semplice ma potente: separare la gestione delle reti dalla fornitura dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è così importante?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la separazione favorisce la concorrenza nei mercati <em>downstream</em>, cioè tra gli operatori che offrono Internet, telefonia, contenuti e servizi digitali al consumatore finale. Se più operatori possono accedere in modo equo e non discriminatorio alla stessa rete, aumenta la possibilità di scelta, si abbassano i prezzi, migliora la qualità e si stimola l’innovazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il modello <em>wholesale only</em> è quindi uno strumento essenziale per garantire pluralismo nei servizi digitali, evitare abusi di posizione dominante e accelerare la diffusione della fibra ottica in modo trasparente e competitivo. Non a caso, questo approccio è stato promosso da diverse autorità nazionali, e rappresenta una risposta concreta alle sfide della transizione digitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il DNA, però, non sembra valorizzare appieno questo modello. Al contrario, introduce incertezze sull’accesso alla rete e sulla regolazione dei rapporti tra operatori. L’idea di imporre un “prodotto standard” europeo potrebbe non solo essere inefficace, ma anche controproducente: rischia di ostacolare proprio quei modelli virtuosi che si stanno affermando sul mercato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È fondamentale che la nuova normativa non penalizzi chi investe in infrastrutture aperte e neutrali, ma anzi li tuteli e li incentivi. L’Europa non può permettersi di scoraggiare gli investimenti in reti moderne e indipendenti: è proprio da qui che passa la vera concorrenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Parità di regole tra operatori satellitari e terrestri</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Altro tema delicato è la concorrenza tra chi offre connettività via satellite e chi lo fa attraverso reti terrestri. Garantire una concorrenza leale è fondamentale, ma va riconosciuto che queste due modalità operano in condizioni tecnologiche e regolatorie profondamente diverse. Applicare regole identiche a situazioni disomogenee potrebbe compromettere lo sviluppo di soluzioni innovative.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa ha bisogno di reti più forti, veloci e affidabili, ma non ha bisogno di una rivoluzione normativa improvvisata. Il DNA nasce con buone intenzioni, ma rischia di trasformarsi in un esperimento costoso e disorientante. Prima di riscrivere tutto, sarebbe più utile – e più saggio – correggere ciò che non funziona. Perché nel mondo digitale, cambiare troppo in fretta può farci perdere il passo anziché guadagnare terreno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E soprattutto, non dimentichiamoci di chi sta a valle di queste scelte: cittadini e imprese europee, che hanno bisogno di certezze, non di nuove complessità. La vera trasformazione digitale parte da regole intelligenti, non da un salto nel buio.</strong></p>
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