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	<title>Cobalto Archivi - Italia nel futuro</title>
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	<description>Innovare oggi, per costruire il domani</description>
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	<title>Cobalto Archivi - Italia nel futuro</title>
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		<title>Il silenzio degli abissi: Pechino e la corsa al cobalto</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/silenzio-degli-abissi-pechino-corsa-cobalto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 10:25:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Blue economy]]></category>
		<category><![CDATA[Cobalto]]></category>
		<category><![CDATA[Metalli rari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Cobalto.jpg" type="image/jpeg" />La Cina testa un robot minerario a 2.000 metri nel Pacifico, superando la “second island chain” e aprendo la sfida globale per i metalli critici del futuro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/silenzio-degli-abissi-pechino-corsa-cobalto/">Il silenzio degli abissi: Pechino e la corsa al cobalto</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/11/Cobalto.jpg" type="image/jpeg" />
<p class="wp-block-paragraph">Nel Pacifico occidentale, un robot cinese esplora i fondali a caccia di cobalto. Tecnologia, geopolitica e ambiente si intrecciano nella nuova corsa agli abissi.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="1-la-frontiera-che-si-muove-pechino-varca-la-second-island-chain">La frontiera che si muove: Pechino varca la “second island chain”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Succede quasi in silenzio.<br>Lontano dalle rotte commerciali, oltre le mappe delle dispute note, un veicolo metallico, quattro cingoli, un cuore di sensori e acciaio, scende verso il buio del Pacifico.<br>Duemila metri. Poi ancora. Fino a toccare il fondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Là dove le pressioni schiacciano e il tempo si dilata, <strong>la Cina ha appena superato la “second island chain”</strong>, quel fragile confine immaginato da Washington per contenere la sua espansione marittima.<br>Ma questa volta non sono le navi militari a varcarlo. È <strong>un robot minerario intelligente</strong>, frutto di una lunga e silenziosa ricerca scientifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non un gesto spettacolare, ma un segnale sottile.<br>Un modo diverso, più raffinato, quasi sottomarino nel metodo, di affermare presenza e potenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="2-il-robot-che-cammina-negli-abissi">Il robot che cammina negli abissi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il rover, sviluppato dal <strong>National Engineering Research Centre for Metal Mining</strong>, è una creatura ingegneristica sofisticata.<br>Quattro cingoli autonomi, ognuno in grado di regolare la propria altezza. Sensori multipli, visione tridimensionale, algoritmi di compensazione istantanea.<br>Sembra un dettaglio tecnico. In realtà è una <strong>rivoluzione nella locomozione sottomarina</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante i test, il veicolo ha scalato pendii ricoperti di croste minerarie, evitando crateri e scivoli di sabbia. Si è adattato. Ha corretto da sé la propria postura.<br>Un comportamento che, agli occhi di chi studia robotica marittima, segna un salto di generazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la parte più interessante è invisibile: il flusso di dati raccolto.<br>Parametri ambientali, mappe topografiche, dinamiche dei sedimenti.<br>In poche ore, il robot ha generato più informazioni di quante un’intera spedizione umana potrebbe raccogliere in settimane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo, forse, il vero potere. <strong>La conoscenza che resta a Pechino.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading" id="3-loro-blu-del-xxi-secolo">L’oro blu del XXI secolo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa cerca il robot? Croste.<br>Sottili, dure, antichissime.<br>Strati di ferro e manganese che, nel corso di milioni di anni, hanno inglobato <strong>nichel, platino, rame e soprattutto cobalto</strong>, l’elemento chiave della transizione energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>cobalto</strong> è il sangue delle batterie moderne: auto elettriche, dispositivi, reti d’accumulo.<br>Eppure, la maggior parte proviene oggi dalla <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>, un contesto instabile, dove Pechino controlla già larga parte delle miniere terrestri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché il fondo oceanico rappresenta <strong>il nuovo orizzonte strategico</strong>.<br>Un deposito sterminato di metalli critici, situato al di fuori delle giurisdizioni nazionali.<br>Un territorio, per così dire, senza sovrani.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="4-geopolitica-degli-abissi-potere-profondita-silenzio">Geopolitica degli abissi: potere, profondità, silenzio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La missione nel Pacifico non è un caso isolato.<br>Si inserisce in una più ampia <strong>visione di espansione oceanica</strong> che la Cina coltiva da oltre un decennio.<br>Dal programma “Blue Economy” ai sottomarini di ricerca, fino ai cavi di comunicazione sottomarini, Pechino costruisce, passo dopo passo, una rete invisibile, ma potente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Superare la “second island chain” non significa soltanto <strong>oltrepassare una linea di difesa americana</strong>.<br>Significa <strong>dimostrare autosufficienza tecnologica</strong>, capacità di operare in autonomia e un dominio di fatto su una regione che gli Stati Uniti considerano ancora parte del proprio “perimetro strategico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una mossa che combina <em>soft power scientifico</em> e <em>hard power industriale</em>.<br>E come spesso accade nella strategia cinese, la potenza si manifesta non nel rumore, ma nella <strong>pazienza</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="5-il-dilemma-ecologico-progresso-o-prevaricazione">Il dilemma ecologico: progresso o prevaricazione?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto la superficie scintillante dell’innovazione si nasconde una tensione irrisolta.<br>Le operazioni di <strong>deep-sea mining</strong> potrebbero devastare ecosistemi ancora poco conosciuti.<br>I robot scavano, raschiano, sollevano sedimenti che soffocano organismi microscopici.<br>C’è chi parla di “deforestazione del mare”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’<strong>International Seabed Authority (ISA)</strong> discute da anni un quadro normativo, ma gli interessi economici premono.<br>La domanda globale di metalli rari cresce vertiginosamente.<br>E così, mentre la scienza chiede prudenza, la geopolitica risponde con urgenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pechino, dal canto suo, sostiene di agire “a fini di ricerca”, ma nessuno dubita che l’obiettivo reale sia <strong>creare un vantaggio competitivo</strong> in un settore ancora senza regole.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="6-una-visione-che-scende-in-profondita">Una visione che scende in profondità</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando oltre la superficie, questa missione racconta molto più di un esperimento tecnico.<br>È <strong>un frammento di una strategia più ampia</strong>, quella di una potenza che ha deciso di presidiare ogni dimensione dello spazio fisico: terra, aria, mare, e ora gli abissi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre l’Occidente discute di sostenibilità, la Cina sperimenta.<br>Mentre si convocano forum, Pechino invia droni, raccoglie dati, accumula conoscenza.<br>Un approccio pragmatico, talvolta spietato, ma straordinariamente coerente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la partita del futuro si sta spostando: <strong>nella capacità di unire tecnologia, risorse e visione sistemica</strong>.<br>Chi controllerà i metalli invisibili del mare controllerà anche la filiera dell’energia pulita, dei microchip, dell’IA.</p>



<h2 class="wp-block-heading" id="7-la-nuova-frontiera-del-potere-invisibile">La nuova frontiera del potere invisibile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando quel rover ha toccato il fondo del Pacifico, qualcosa è cambiato.<br>Non il mare, non la scienza. Qualcosa di più profondo: <strong>la percezione del confine</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La “second island chain” non è più una barriera militare. È diventata una metafora superata.<br>Un cerchio che la Cina, silenziosamente, sta ridisegnando dall’interno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Là sotto, tra i sedimenti di ferro e silenzio, si gioca una partita che non ha ancora spettatori.<br>Un giorno, però, scopriremo che la vera corsa del XXI secolo, quella decisiva, non si combatteva nei cieli o nei mercati, ma <strong>negli abissi di un oceano che non dorme mai</strong>.</p>
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		<title>Litio, cobalto, nichel e terre rare: chi controlla l’energia del futuro?</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/litio-cobalto-nichel-e-terre-rare-chi-controlla-lenergia-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Moi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 13:09:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Cobalto]]></category>
		<category><![CDATA[Litio]]></category>
		<category><![CDATA[Terre rare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Litio-Moi.png" type="image/jpeg" />La rivoluzione verde ha fame di metalli Ogni epoca ha avuto il suo motore segreto, il suo carburante invisibile, la sua materia prima simbolo. Il carbone nero della rivoluzione industriale. L’oro nero del Novecento. E oggi? Oggi la rivoluzione verde si alimenta con metalli: non più solo rame e ferro, ma litio, cobalto, nichel, terre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/04/Litio-Moi.png" type="image/jpeg" />
<blockquote class="custom-blockquote" class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Litio, cobalto, nichel e terre rare: elementi invisibili agli occhi, ma centrali nella rivoluzione verde. Una nuova geografia del potere emerge, tra miniere, raffinerie e strategie globali, ridefinendo il significato stesso di energia pulita.</em></p>
</blockquote>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">La rivoluzione verde ha fame di metalli</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni epoca ha avuto il suo motore segreto, il suo carburante invisibile, la sua materia prima simbolo. Il carbone nero della rivoluzione industriale. L’oro nero del Novecento. E oggi? Oggi la rivoluzione verde si alimenta con metalli: non più solo rame e ferro, ma litio, cobalto, nichel, terre rare — nomi che un tempo appartenevano ai libri di chimica, oggi protagonisti silenziosi della transizione ecologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le pale eoliche che svettano verso il cielo, i pannelli solari che riflettono il sole sui tetti delle città, le auto elettriche che scorrono senza rumore — tutte queste immagini da brochure ambientale sono rese possibili da componenti che arrivano da molto lontano, estratti dal cuore della terra, processati in luoghi remoti, trasportati lungo catene logistiche lunghe e fragili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La svolta verde, invocata da scienziati, legislatori e attivisti, ha un prezzo — e non è solo economico. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, entro il 2040 la domanda globale di minerali critici potrebbe quadruplicare. Non si tratta solo di aumentare la produzione: si tratta di ripensare, ridisegnare, rifondare intere filiere produttive. Ogni batteria al litio montata su un’auto elettrica, ogni magnete di una turbina eolica, ogni cavo che trasporta elettricità rinnovabile rappresenta l’ultima tappa di un viaggio che parte — spesso — in paesi segnati da fragilità politica, disuguaglianza e sfide ambientali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, dunque, non è se useremo più metalli — ma a quale costo li useremo. Sarà una transizione ecologica fondata sulla giustizia o una corsa alle risorse che ripete gli errori del passato, solo in chiave &#8220;green&#8221;? E ancora: possiamo davvero parlare di sostenibilità se i materiali che ci permettono di ridurre le emissioni provengono da processi ad alto impatto ambientale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tensioni si moltiplicano. Gli Stati si muovono. Le aziende investono. Le comunità protestano. Mentre celebriamo l’avanzata delle energie rinnovabili, si apre — spesso sotto silenzio — una nuova stagione estrattiva globale. Ed è lì, nelle miniere del XXI secolo, che si gioca una parte cruciale della sfida climatica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La geografia dei minerali: promesse e contraddizioni</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se il petrolio ha ridisegnato i confini del mondo nel XX secolo, i minerali critici lo stanno facendo nel XXI. Solo che, questa volta, non c’è un’unica mappa da consultare: ci sono quattro, cinque, dieci mappe che si sovrappongono, si contraddicono, si rincorrono — una per ciascun metallo, per ciascun tratto della catena produttiva. Ogni minerale ha la sua geografia, il suo equilibrio instabile, le sue promesse e le sue ferite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>litio</strong>, per esempio, è il cuore delle batterie che alimentano veicoli elettrici e dispositivi di accumulo. La metà della produzione mondiale arriva dall’<strong>Australia</strong>, in particolare dalla miniera di Greenbushes, mentre gran parte delle riserve si trovano nel cosiddetto <strong>“triangolo del litio”</strong> tra <strong>Bolivia, Cile e Argentina</strong>. Una zona dove la ricchezza mineraria incontra la fragilità ecologica: la salina di <strong>Uyuni</strong>, in Bolivia, è un ecosistema unico e sacro per le comunità indigene Aymara, che si oppongono ai progetti di estrazione con timori concreti per l’ambiente. Eppure, le pressioni internazionali crescono. Gli Stati Uniti, nel frattempo, puntano su <strong>Thacker Pass</strong>, nel Nevada, dove una miniera da record ha già attirato investimenti miliardari — e proteste altrettanto imponenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è il <strong>cobalto</strong>, il cui caso è più drammatico. L’<strong>80%</strong> della produzione mondiale proviene da una sola nazione: la <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>. Un paese ricco di minerali, ma segnato da violenze, sfruttamento minorile, condizioni ambientali e sanitarie al limite. A dominare il settore, più che lo Stato congolese, sono le imprese cinesi, che controllano miniere e impianti con una rete d’influenza capillare. Alternative? Poche. Anche ipotizzando nuove scoperte, nessun altro paese ha riserve comparabili. L’unico fronte di speranza sembra trovarsi sotto l’oceano: la zona <strong>Clarion-Clipperton</strong>, tra Hawaii e Messico, nasconde una colossale ricchezza sottomarina di cobalto — ma lo sfruttamento dei fondali è al centro di un acceso dibattito etico e scientifico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il <strong>nichel</strong>, invece, è più equamente distribuito: lo troviamo in <strong>Indonesia</strong>, <strong>Russia</strong>, <strong>Australia</strong>, <strong>Brasile</strong>, perfino nella <strong>Nuova Caledonia</strong>. Ma anche qui emergono tensioni. L’Indonesia, oggi principale produttore, ha imposto un divieto di esportazione del nichel grezzo per obbligare le multinazionali a investire nella raffinazione in loco — un gesto di sovranismo industriale che ha innescato frizioni con partner asiatici ed europei. Il <strong>Brasile</strong>, che possiede alcune delle riserve più promettenti, resta un gigante incerto, stretto tra cambi di governo e visioni ambientali divergenti. La posta in gioco? Il controllo di un metallo utilizzato ovunque: dalle batterie ai pannelli solari, dall’idrogeno verde alle infrastrutture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Infine, ci sono le <strong>terre rare</strong>, categoria ambigua, preziosa, strategica. Sono fondamentali per i magneti ad alte prestazioni che fanno girare le turbine eoliche e azionano i motori elettrici. E sono quasi tutte in mano a una sola potenza: <strong>la Cina</strong>. Il Dragone detiene oltre il 60% della produzione globale, e quasi il 90% della raffinazione. Il <strong>Vietnam</strong> ne possiede molte, ma non riesce ancora a trasformarle in potere reale, frenato da scandali e instabilità. E negli Stati Uniti, l’idea (davvero ventilata da Trump) di comprare la <strong>Groenlandia</strong> non era solo un’uscita geopolitica: era una mossa calcolata per garantirsi accesso a giacimenti preziosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, non c’è una mappa semplice della transizione energetica. Ma ce n’è una molto chiara del suo squilibrio: <strong>pochi paesi estraggono, pochissimi raffinano, e ancor meno decidono chi può accedere al risultato finale</strong>. In questo scenario si delineano nuove sfere di influenza, nuovi conflitti, nuovi colonialismi energetici.&nbsp; Di seguito una tabella riassuntiva:</p>







<h2 class="wp-block-heading">Raffinare è potere: il dominio cinese</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Si parla spesso di estrazione, di miniere, di giacimenti da difendere o conquistare. Ma c’è un potere più sottile, più silenzioso — e spesso più decisivo: <strong>la capacità di trasformare la materia grezza in materia utile</strong>. E su questo terreno, il campo di gioco è già segnato, e un solo attore domina con una tranquillità disarmante: la <strong>Cina</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Raffinare, in fondo, è un’arte invisibile. Nessun selfie davanti a una raffineria, nessun viaggio avventuroso nei tunnel della trasformazione chimica. Eppure, lì si gioca il passaggio cruciale: da roccia a componente industriale, da massa inerte a conduttore di futuro. E la Cina, con lungimiranza e pragmatismo, ha costruito negli ultimi decenni un impero della raffinazione. Un impero silenzioso, ma capillare. Raffina il 90% delle terre rare mondiali, due terzi del litio e del cobalto, un terzo del nichel. I numeri non sono opinioni: sono leve di comando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ha fatto? Con metodo, con costanza e con una visione strategica che molti, altrove, hanno perso. Mentre l’Occidente chiudeva impianti per ragioni ambientali e spostava la produzione in cerca di manodopera a basso costo, Pechino investiva, apriva, costruiva, inquinava se necessario. Ha creato un sistema integrato: dalle miniere controllate all’estero tramite joint venture e prestiti infrastrutturali, fino alle fabbriche di batterie e veicoli elettrici sul proprio territorio. Non solo minerali, ma intere filiere. Non solo materie prime, ma potere industriale<strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è chiaro: ogni minerale estratto in Congo, Indonesia, Argentina — prima o poi — <strong>fa scalo in Cina</strong>. Passa per una raffineria, prende forma in una fabbrica, viene montato in un prodotto che torna poi verso l’Occidente. È un ciclo globale, in cui Pechino si è garantita il passaggio obbligato. Chiunque voglia produrre turbine, batterie o auto elettriche <strong>dipende</strong> — più o meno consapevolmente — dall’industria cinese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti hanno finalmente compreso la portata di questo squilibrio. E si muovono. <strong>In Oklahoma</strong> si costruisce <strong>Stardust Power</strong>, una raffineria da 50.000 tonnellate di litio. <strong>In Georgia</strong>, la startup <strong>Ascend Elements</strong> ricicla batterie esauste trasformandole in materia prima. Il governo federale stanzia <strong>sussidi milionari</strong>, cerca di stringere accordi con alleati geopolitici, guarda al <strong>Vietnam</strong>, al <strong>Cile</strong>, all’<strong>Australia</strong>. Ma la rincorsa è lenta, ostacolata da regolamenti, da vincoli ambientali, da una burocrazia che non corre alla velocità della competizione globale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, il rischio è lampante: se oggi la <strong>dipendenza energetica</strong> era il tema dominante delle guerre del petrolio, domani potrebbe essere la <strong>dipendenza mineraria</strong> a definire i nuovi equilibri. Un’auto elettrica prodotta negli USA, ma con materiali raffinati in Cina, è davvero sovrana? Una rete eolica europea che utilizza magneti cinesi è davvero autonoma?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi detiene la raffinazione, <strong>detiene il passaggio tra potenzialità e realtà</strong>. E oggi, in quell’interstizio sottovalutato tra estrazione e produzione, la Cina esercita una forma di potere moderna, efficiente — e difficilmente replicabile in tempi brevi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una catena fragile: riciclare o rincorrere?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La transizione verde, così come l’abbiamo pensata finora, si basa su un paradosso: per liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili, stiamo creando una nuova dipendenza — dai minerali, dalle miniere, da catene di fornitura tanto essenziali quanto vulnerabili. E in questo paradosso si nasconde una domanda che suona come una sfida: possiamo spezzare il ciclo? Possiamo trasformare la linearità dello sfruttamento in un sistema circolare, sostenibile, durevole?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, ogni batteria scarica è una promessa. Ogni veicolo a fine vita è un deposito — non più di rifiuti, ma di opportunità. Il <strong>riciclo</strong> si sta affermando come la nuova frontiera: la possibilità di estrarre il litio, il cobalto, il nichel direttamente da ciò che abbiamo già usato. Un’estrazione urbana, invisibile, meno invasiva, ma non meno tecnologicamente complessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In <strong>Georgia</strong>, la startup <strong>Ascend Elements</strong> ha aperto un impianto che ricicla batterie agli ioni di litio con una capacità tale da recuperare materiale sufficiente per <strong>70.000 veicoli elettrici</strong> l’anno. Una cifra che fa impressione — ma che impallidisce se confrontata con la crescita prevista del mercato EV globale, destinato a contare centinaia di milioni di veicoli nei prossimi decenni. Il riciclo, insomma, non è ancora una risposta definitiva, ma è l’unica risposta sensata sul lungo termine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, il mondo continua a rincorrere i minerali come fossero il nuovo petrolio. Raffinerie che sorgono in Oklahoma, fabbriche che spuntano in Germania, dazi commerciali che proteggono mercati interni mentre le rotte industriali si allungano come labirinti. È una corsa che non tutti possono permettersi, e che rischia di lasciare indietro — ancora una volta — i paesi da cui tutto ha origine: quelli dove si scava, si raffina, si subisce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se c’è una lezione da trarre, è questa: <strong>una transizione davvero sostenibile non può essere solo verde, deve essere anche giusta</strong>. Non può basarsi sulla stessa logica estrattiva che ha segnato l’era dei fossili, solo con nuovi protagonisti. Deve ripensare il modo in cui costruiamo valore, in cui misuriamo progresso, in cui valutiamo ciò che conta. Non basta cambiare tecnologia: dobbiamo cambiare paradigma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì, serve investire nel riciclo, ma anche nella <strong>trasparenza</strong> delle filiere, nei <strong>diritti</strong> dei lavoratori, nella <strong>giustizia ambientale</strong>. Serve capire che ogni scelta — di acquisto, di investimento, di consumo — partecipa a questa nuova geografia del metallo. Una geografia instabile, mobile, spesso invisibile. Ma decisiva. Perché, in fin dei conti, il futuro sostenibile che immaginiamo non poggia sull’aria — poggia sulla materia.</p>
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		<title>Giappone, ritrovamento di enormi giacimenti minerari. Di cosa si tratta e l&#8217;impatto sull&#8217;economia nipponica</title>
		<link>https://www.italianelfuturo.com/giappone-ritrovamento-di-enormi-giacimenti-minerari-di-cosa-si-tratta-e-limpatto-sulleconomia-nipponica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Donatella Maisto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2025 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mobilità e trasporti]]></category>
		<category><![CDATA[batterie]]></category>
		<category><![CDATA[Cobalto]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Nichel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><enclosure url="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/Cobalto-Nichel.png" type="image/jpeg" />Un nuovo impulso all’industria dei veicoli elettrici in Giappone deriverà dall’estrazione di cobalto e nichel a seguito di importanti ritrovamenti nei fondali intorno all&#8217;isola di Minami-Torishima. Indipendenza dalla Cina, ma, soprattutto, un grande vantaggio per l’economia nipponica. Secondo i ricercatori della Nippon Foundation e dell’Università di Tokyo le risorse minerarie trovate sul fondo del mare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/giappone-ritrovamento-di-enormi-giacimenti-minerari-di-cosa-si-tratta-e-limpatto-sulleconomia-nipponica/">Giappone, ritrovamento di enormi giacimenti minerari. Di cosa si tratta e l&#8217;impatto sull&#8217;economia nipponica</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un nuovo impulso all’industria dei veicoli elettrici in <strong>Giappone </strong>deriverà dall’estrazione di cobalto e nichel a seguito di importanti ritrovamenti nei fondali intorno all&#8217;isola di <strong>Minami-Torishima</strong>. Indipendenza dalla <strong>Cina</strong>, ma, soprattutto, un grande vantaggio per l’economia nipponica.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Secondo i ricercatori della <strong>Nippon Foundation</strong> e dell’<strong>Università</strong> di <strong>Tokyo</strong> le risorse minerarie trovate sul fondo del mare vicino a <strong>Minami-Torishima</strong> sono sufficienti per soddisfare il fabbisogno di consumo di cobalto del paese per i prossimi 75 anni e quello di nichel per oltre un decennio.<br>I circa 230 milioni di tonnellate di depositi di manganese sono stati trovati sotto forma di noduli di dimensioni di un pugno. I noduli contengono circa il 20% di manganese e fino all’1% di <strong>cobalto</strong> e <strong>nichel</strong>, secondo un rapporto di <strong>Nikkei Asia<em>.</em></strong><br>Il manganese, il cobalto e il nichel sono importanti costituenti delle <strong>batterie</strong> agli <strong>ioni </strong>di <strong>litio</strong>, e, quindi, sono considerati essenziali per far progredire la produzione di veicoli elettrici.<br>I ricercatori stimano che i depositi, che si diffondono su un’area di circa 10.000 metri quadrati, contengono circa 610.000 tonnellate di cobalto e 740.000 tonnellate di nichel.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La scoperta di depositi minerari</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il sito della scoperta di minerali intorno all’isola di Minami-Torishima in Giappone era sotto osservazione dal <strong><a href="https://www.u-tokyo.ac.jp/adm/uci/en/projects/sdgs/projects_00009.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">2013</a></strong>.<br></p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="643" height="360" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-1.png" alt="" class="wp-image-16306" srcset="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-1.png 643w, https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-1-300x168.png 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Tuttavia, un lavoro di ricerca più dettagliato del sito è iniziato nell&#8217;aprile dello scorso anno e ha continuato fino all&#8217;inizio di giugno 2024.<br>I risultati dell&#8217;indagine hanno confermato la presenza di enormi depositi minerari nell&#8217;area.<br>I ricercatori hanno utilizzato attrezzature minerarie e veicoli subacquei controllati a distanza per scandagliare con l’aiuto di sonde in più punti sul fondo del mare, tra i 5.200 ai 5.700 metri di profondità.<br>Secondo i ricercatori i noduli si formano quando ferro e ossidi di manganese si dissolvono nell’acqua di mare per poi addensarsi intorno ai loro nuclei. I depositi contengono anche rame, un altro elemento prezioso.<br></p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="643" height="430" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-2.png" alt="" class="wp-image-16307" srcset="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-2.png 643w, https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-2-300x201.png 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>
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<h2 class="wp-block-heading"><br>Un nuovo impulso all’industria dei veicoli elettrici in Giappone e non solo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scoperta di minerali darà un grande impulso all’industria dei veicoli elettrici in Giappone, diminuendo la sua dipendenza da altri paesi, senza considerare il valore per l’economia del Paese.<br>Il gruppo di ricerca, guidato da Yasuhiro Kato, professore presso l&#8217;università di Tokyo, stima che vi siano 234 milioni di tonnellate di tali noduli e che la quantità di nichel in essi contenuti è sufficiente per sostenere il consumo del Giappone per 75 anni, mentre la quantità di cobalto è sufficiente per circa 11 anni.<br>I noduli contengono circa il 20% di manganese e fino all&#8217;1% di cobalto e nichel, riferisce <strong>Nikkei Asia</strong>. Anche se questo non può sembrare molto, ammonta a più di una stima 672.000 tonnellate di cobalto e 815.000 tonnellate di nichel.<br>Secondo i dati di <a href="https://tradingeconomics.com/commodities"><strong>Trading Econo</strong></a><a href="https://tradingeconomics.com/commodities" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>mics</strong></a>, nel momento in cui si scrive, il valore del cobalto si attesta stazionario a 24.300 USD per tonnellata, mentre quello del Nichel a 15.670 USD per tonnellata.<br>Stimare la fortuna che il Giappone possiede nei fondali e’ sufficientemente semplice.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I tempi di estrazione</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il team di ricercatori, composto da Nippon Foundation e University of Tokyo, prevede di avviare l’estrazione di 2.500 tonnellate di risorse minerarie al giorno in un progetto sperimentale entro la fine di marzo 2026.<br>Inoltre, la Nippon Foundation mira anche a formare un consorzio con l’obiettivo di commercializzare la produzione entro il 2026 in Giappone.<br>Secondo il team, i depositi minerari sono sufficienti per l&#8217;uso commerciale, compresi i costi di estrazione e raffinazione.<br>I noduli sono “concentrati e offrono materiali abbastanza buoni” dice Yasuhiro Kato, professore presso l’Università di Tokyo e parte del team che ha fatto la scoperta del 2016.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" width="643" height="409" src="https://italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-3.png" alt="" class="wp-image-16308" srcset="https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-3.png 643w, https://www.italianelfuturo.com/wp-content/uploads/2025/01/immagine-3-300x191.png 300w" sizes="(max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>
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<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>Il professor Yasuhiro Kato della Graduate School dell’Università di Tokyo (al centro a destra) e Yohei Sasakawa, presidente della Nippon Foundation (a sinistra), tengono in mano noduli di manganese</em></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-left"><br>Cosa accadra&#8217; dopo l&#8217;estrazione</h2>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph">Yasuhiro Kato spinge anche per “creare nuove industrie e stabilire le infrastrutture energetiche di prossima generazione utilizzando risorse minerarie nazionali del fondo marino” in Giappone.<br>I ricercatori prevedono di collaborare con altre aziende per sviluppare prodotti e tecnologie ecologiche utilizzando i giacimenti minerari presenti nell’area intorno all’isola che si trova a circa 1180 miglia (1.900 chilometri) di distanza da Tokyo.<br>“In definitiva, ci aspettiamo che i risultati della ricerca contribuiranno a stimolare la crescita del Giappone stabilendo una catena di approvvigionamento nazionale fino alla produzione e rendere il Giappone una nazione scientifica-scientifica e orientata all’oceano nel vero senso della parola”, si legge in un documento dell’Università.</p>



<p class="has-text-align-left wp-block-paragraph"><br><br><br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.italianelfuturo.com/giappone-ritrovamento-di-enormi-giacimenti-minerari-di-cosa-si-tratta-e-limpatto-sulleconomia-nipponica/">Giappone, ritrovamento di enormi giacimenti minerari. Di cosa si tratta e l&#8217;impatto sull&#8217;economia nipponica</a> proviene da <a href="https://www.italianelfuturo.com">Italia nel futuro</a>.</p>
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