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Giorgetti, le frequenze sono degli italiani: regalarle agli operatori sarebbe uno schiaffo ai contribuenti

Luigi GambardellaLuigi GambardellaEsperto di politiche del digitale
| 08/10/2026
Giorgetti, le frequenze sono degli italiani: regalarle agli operatori sarebbe uno schiaffo ai contribuenti

Mentre il Governo cerca risorse per la legge di Bilancio e chiede agli italiani di fare i conti con le difficoltà della finanza pubblica, gli operatori mobili chiedono di rinnovare gratuitamente l’uso delle frequenze. Il ministro Giorgetti dovrebbe spiegare come una simile concessione possa conciliarsi con il rigore di bilancio invocato ogni volta che si devono finanziare servizi, ridurre le imposte o sostenere famiglie e imprese.
Il contributo di riferimento indicato dall’AGCOM è di circa 684 milioni di euro all’anno, che dal 2030 al 2037 corrispondono a circa 5,47 miliardi. Si tratta di un valore nominale, non dell’incasso garantito di una futura asta, ma la dimensione economica della scelta resta evidente: azzerarlo significherebbe rinunciare a risorse pubbliche per miliardi, e chi propone di farlo deve spiegare che cosa riceverebbero gli italiani in cambio.
Il conto diventa ancora più difficile da giustificare considerando che dal 2016 sono stati mobilitati circa 11,5 miliardi di euro di risorse pubbliche per programmi e infrastrutture di telecomunicazione. Non sono tutti trasferimenti gratuiti agli operatori, ma rappresentano comunque un enorme sforzo sostenuto con denaro pubblico per costruire le reti del Paese. Dopo aver finanziato quelle infrastrutture, ai contribuenti si vorrebbe chiedere anche di rinunciare ai contributi per l’utilizzo delle frequenze, ancora una volta in nome degli investimenti. Giorgetti dovrebbe spiegare perché il rigore di bilancio debba fermarsi proprio davanti alle richieste delle compagnie telefoniche.
La giustificazione degli investimenti non può bastare senza specificare quali interventi verrebbero realizzati, entro quali scadenze e quanto sarebbero aggiuntivi rispetto a quelli già necessari per restare sul mercato. Un operatore telefonico deve investire per mantenere la propria competitività, migliorare il servizio e conservare i clienti; presentare queste normali esigenze industriali come un favore allo Stato, da ricompensare con frequenze gratuite, significa capovolgere il rapporto tra chi possiede una risorsa pubblica e chi la utilizza per svolgere un’attività commerciale.
Le difficoltà del settore meritano risposte serie, ma non possono diventare un lasciapassare permanente per ottenere agevolazioni dal Tesoro. Sarebbe troppo comodo invocare il mercato quando si distribuiscono i benefici e chiamare in soccorso lo Stato quando arrivano i costi, pretendendo che siano i contribuenti a compensare le debolezze delle strategie industriali. Dopo un impegno pubblico di queste dimensioni, il Governo dovrebbe pretendere risultati documentati prima di prendere in considerazione ulteriori concessioni.
Il rinnovo integrale pone anche un problema di concorrenza, perché prolungherebbe fino al 2037 il vantaggio di chi dispone già delle frequenze. La stessa AGCOM aveva prospettato una soluzione capace di garantire la continuità delle reti e mettere a gara una parte dello spettro: prima di accantonarla, il Governo dovrebbe spiegare perché non ritiene utile verificare l’interesse di altri investitori e far emergere un prezzo attraverso il confronto competitivo. È comprensibile che gli operatori attuali vogliano conservare le frequenze, ma il loro interesse aziendale non coincide automaticamente con quello del Paese.
Esiste inoltre una contraddizione che il Tesoro dovrebbe affrontare: abbiamo destinato ingenti risorse pubbliche alla fibra e ora potremmo concedere un ulteriore vantaggio alle reti wireless che, in alcune aree, competono commercialmente con quelle infrastrutture. Il FWA è prezioso dove la fibra non arriva, ma il Governo dovrebbe valutare attentamente l’effetto delle agevolazioni nelle zone in cui ha già finanziato la costruzione della rete fissa. Spendere per realizzare un’infrastruttura e poi favorire, senza verificarne le conseguenze, servizi che possono sottrarle clienti rischia di trasformare due interventi pubblici in una politica contraddittoria.
Se il Governo ritiene opportuno concedere degli sconti, deve legarli a investimenti aggiuntivi certificati, scadenze annuali, controlli indipendenti e restituzione del beneficio in caso di mancato rispetto degli impegni. Le promesse contenute nelle presentazioni aziendali non possono diventare la moneta con cui si paga l’utilizzo del patrimonio pubblico, soprattutto quando il conto si misura in miliardi.
Giorgetti dovrebbe pretendere una valutazione indipendente del valore dello spettro e rendere pubblico il costo di ogni agevolazione, affinché gli italiani possano sapere quanto lo Stato rinuncia a incassare, quali imprese beneficiano della decisione e quali risultati concreti giustificano quella rinuncia. Chi sostiene il rinnovo gratuito dovrebbe difenderlo davanti ai contribuenti con la stessa convinzione con cui lo propone nelle sedi istituzionali.
Prima di cercare nuove risorse nelle tasche degli italiani, il ministro eviti dunque di rinunciare a quelle che il patrimonio pubblico può produrre. Dopo circa 11,5 miliardi di risorse pubbliche mobilitate per le reti, concedere anche le frequenze gratuitamente sarebbe una scelta politicamente indifendibile senza benefici aggiuntivi dimostrabili. Le frequenze appartengono al Paese e chi le utilizza per fare impresa deve riconoscerne il valore: il Governo ha il dovere di tutelare i contribuenti con almeno la stessa determinazione con cui gli operatori tutelano i propri bilanci.

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