Leggo che alcuni parlamentari europei stanno finalmente iniziando a interessarsi seriamente alla robotica e agli umanoidi. Bene. Ma prima di annunciare nuovi obiettivi e chiedere altri fondi pubblici, sarebbe utile rispondere a una domanda molto semplice:
dove eravamo mentre, negli ultimi dieci o quindici anni, si costruivano gli ecosistemi che oggi dominano queste tecnologie?
Un ecosistema industriale non nasce con una risoluzione del Parlamento europeo. E nemmeno con l’ennesimo programma da qualche miliardo distribuito tra bandi, consorzi, università e progetti pilota.
Nasce quando esistono imprenditori disposti a rischiare capitale, aziende capaci di trasformare la ricerca in prodotti, investitori con un orizzonte lungo, una supply chain competitiva, fabbriche, componentistica, clienti industriali pronti a sperimentare e soprattutto un mercato abbastanza grande e veloce da permettere alle imprese di scalare.
L’Europa non soffre di una carenza di strategie. Soffre di una carenza di execution.
Abbiamo finanziato per decenni ricerca, programmi tecnologici e progetti collaborativi. Abbiamo eccellenti università, centri di ricerca e ingegneri. Il problema è che troppo spesso non siamo riusciti a trasformare questo patrimonio in imprese globali, capacità produttiva e produzione di massa. E qui la responsabilità non è soltanto della politica.
Dove sono state, in questi anni, le grandi imprese europee? E gli imprenditori europei? E gli investitori?
Quanti hanno investito seriamente nella robotica prima che diventasse il tema del momento? Quanti hanno accettato di finanziare aziende con un orizzonte di dieci anni invece di pretendere ritorni immediati? Quanti grandi gruppi industriali europei hanno utilizzato la propria forza produttiva e commerciale per far crescere nuovi campioni tecnologici?
Nel frattempo, in Cina, soprattutto negli ecosistemi di Shenzhen, Shanghai e Hangzhou, si è costruita un’altra realtà: produttori di robot, motori, riduttori, sensori, batterie, lidar, sistemi di visione, AI, semiconduttori, manifattura elettronica e migliaia di fornitori che lavorano a pochi chilometri gli uni dagli altri. Le startup progettano, producono, testano, modificano e tornano sul mercato a una velocità che in Europa facciamo ancora fatica a replicare.
Questo è un ecosistema. Non un bando.
E attenzione: il problema non è spendere soldi pubblici. I fondi pubblici possono essere importanti. Il problema è spenderli senza creare contemporaneamente domanda, filiere, scale-up, capacità produttiva e mercato.
Altrimenti rischiamo il copione che conosciamo bene: nel 2027 una risoluzione, nel 2028 un accordo politico, nel 2029 i fondi, nel 2030 i primi programmi. E nel frattempo Cina e Stati Uniti saranno già diverse generazioni tecnologiche più avanti.
Le quote di mercato non si votano in Parlamento. Si conquistano nelle fabbriche e sui mercati.
Prima di annunciare l’ennesimo piano europeo per la robotica, sarebbe quindi utile fare un bilancio molto serio di ciò che non ha funzionato negli ultimi quindici anni.
Perché il vero problema non è che l’Europa non abbia scienziati, ingegneri o denaro. Il problema è che troppo spesso non riesce a trasformare tutto questo in imprese globali, capacità produttiva e mercato.
E su questo la responsabilità è condivisa: politica, grandi aziende, investitori e imprenditori.
Gli ecosistemi non si decretano. Si costruiscono. E si costruiscono prima che una tecnologia diventi strategica, non dopo.

