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Pirateria sportiva: uno studio del Parlamento europeo suggerisce di estendere il Piracy Shield a tutta l’UE

| 12/08/2026
Pirateria sportiva: uno studio del Parlamento europeo suggerisce di estendere il Piracy Shield a tutta l’UE

Uno studio commissionato dalla commissione Affari giuridici dell'Europarlamento al prof. Giovanni Maria Riccio suggerisce di trasformare la soft law del 2023 in un regolamento cogente, ispirandosi apertamente al sistema italiano. Restano però aperte le criticità legate ai blocchi indiscriminati.

Il contrasto alla pirateria degli eventi sportivi torna al centro dell’agenda europea, e lo fa prendendo esplicitamente a modello quanto già sperimentato in Italia. Uno studio commissionato dalla Commissione Affari giuridici (JURI) dell’Europarlamento, illustrata agli eurodeputati il 22 giugno scorso dal prof. Giovanni Maria Riccio, ordinario di diritto comparato dell’Università di Salerno e uno dei massimi esperti in materia di diritto d’autore, chiede di abbandonare la logica delle semplici linee guida non vincolanti a favore di un regolamento comunitario che imponga la disattivazione dei contenuti illeciti entro trenta minuti dalla segnalazione — la stessa tempistica su cui si fonda il Piracy Shield gestito da AGCOM.

Dalla soft law del 2023 a un testo cogente

Tutto nasce dalla raccomandazione (UE) 2023/1018, con cui, nel maggio 2023, la Commissione aveva sollecitato Stati membri e intermediari a reagire con prontezza contro la diffusione abusiva di eventi sportivi e altri contenuti trasmessi in diretta. Uno strumento privo di forza vincolante che, a detta degli autori dello studio, non ha prodotto risultati omogenei: se Paesi come l’Italia hanno rafforzato considerevolmente i propri meccanismi di contrasto, altri sono rimasti sostanzialmente inerti, dando vita a un panorama disomogeneo e inadeguato rispetto alla rapidità con cui si consumano le trasmissioni in diretta.

Da questa constatazione discende la proposta principale del documento, dal titolo Countering online piracy of sports and broadcast in the EU: superare la raccomandazione con un atto normativo dotato di efficacia vincolante — auspicabilmente un regolamento, applicabile direttamente in ciascuno Stato membro — capace di uniformare le procedure di ingiunzione dinamica in tempo reale, oggi disciplinate in maniera fortemente disomogenea tra i vari ordinamenti nazionali.

Non solo provider: la mezz’ora coinvolgerebbe l’intera filiera tecnica

L’elemento più discusso della proposta è proprio il termine dei trenta minuti entro cui gli intermediari dovrebbero rendere irraggiungibile un flusso pirata dopo la segnalazione. Si tratta della medesima finestra temporale prevista dal Piracy Shield, ritenuta necessaria data la natura live degli eventi sportivi: un intervento tardivo, arrivato a distanza di ore dalla diretta, perderebbe gran parte del proprio effetto deterrente.

La portata della misura, però, non si limiterebbe ai fornitori di connettività. Lo studio chiede che l’obbligo coinvolga “l’intera catena di intermediari tecnicamente implicati nella distribuzione di contenuti non autorizzati” — dunque anche i content delivery network come Cloudflare, i gestori di server dedicati, i resolver DNS di soggetti terzi (tra cui Google Public DNS e OpenDNS) e i fornitori di servizi VPN. Un’impostazione che riecheggia quanto già avvenuto in Francia, dove il tribunale giudiziario di Parigi ha disposto ingiunzioni contestuali contro ISP, resolver DNS e provider VPN, e in Italia, dove il perimetro applicativo del Piracy Shield è stato progressivamente allargato nel tempo.

Il rapporto suggerisce anche di riprodurre, su scala europea, il modello istituzionale adottato in Italia: ogni Stato membro dovrebbe istituire un’autorità amministrativa indipendente — oppure assegnare le competenze necessarie a un ente già operativo — con il compito di gestire le procedure di oscuramento, assicurando “un controllo coerente, un’applicazione efficace e un coordinamento regolatorio” sul modello di AGCOM.

Le insidie del blocco indiscriminato

Il documento non minimizza i limiti dello strumento che pure raccomanda di estendere a tutta l’Unione. Definisce infatti il blocco per indirizzo IP e quello DNS “strumenti intrinsecamente imprecisi”, incapaci di separare con affidabilità i flussi illegali dai servizi legittimi che ne condividono l’infrastruttura.

A supporto di questo avvertimento vengono richiamate diverse ricerche sugli effetti collaterali di simili misure: un’analisi dell’Open Observatory of Network Interference (OONI) ha accertato che, in seguito a un provvedimento a tutela de La Liga in Spagna, più di 554.000 domini sono stati oscurati almeno una volta durante le partite, coinvolgendo — tra gli altri — i siti di Amnesty International, ACLU, UNICEF, UNHCR, il Senato australiano e alcuni endpoint Amazon S3. Lo studio cita anche un rapporto del Centre for European Policy Studies (CEPS), che aveva invocato l’abolizione del blocco per indirizzo IP e l’introduzione di una responsabilità dei titolari dei diritti per i danni provocati dall’overblocking.

Anche in Italia il Piracy Shield ha già dato luogo a episodi simili, seppur in casi molto circoscritti: dal blocco per errore di un sottodominio riconducibile a Google, che ha reso Google Drive irraggiungibile per ore, fino all’inserimento di un indirizzo IP condiviso di Cloudflare, che ha oscurato per errore migliaia di siti estranei alla pirateria.

Nonostante questi rilievi, gli autori dello studio non propongono di rinunciare all’approccio, ma di affiancarvi delle garanzie: durata dei blocchi circoscritta al tempo strettamente necessario alla trasmissione dell’evento, presenza di un controllo giudiziario o amministrativo, rispetto dei principi di proporzionalità elaborati dalla Corte di giustizia dell’UE. Resta comunque da comprendere come un regime di questo tipo si concilierebbe con il Digital Services Act, che vieta di imporre agli intermediari un obbligo generalizzato di sorveglianza attiva sulle attività degli utenti.

Un passaggio del rapporto è dedicato al lato della domanda, e non solo a quello dell’enforcement: la frammentazione e i costi elevati dell’offerta legale restano tra i principali motori che spingono gli utenti verso i servizi pirata. Abbonamenti multipli da sottoscrivere, restrizioni geografiche e ostacoli artificiali all’accesso ai contenuti sportivi continuano ad alimentare la domanda di IPTV illegale; per questo lo studio invita anche a rendere le offerte legali più accessibili e competitive.

Cosa cambia

È bene precisare che il documento non costituisce una proposta legislativa, né rappresenta la posizione ufficiale del Parlamento europeo: si tratta di un supporto tecnico fornito alla Commissione JURI, che si colloca all’interno del più ampio dibattito sulla revisione della direttiva Copyright DSM, dove convivono posizioni favorevoli — come quella dei titolari dei diritti sportivi, che hanno chiesto una lista nera europea degli hosting provider “pirata” — e posizioni contrarie a un’estensione dei blocchi a intermediari come i resolver DNS.

Nessun regolamento europeo che recepisca queste indicazioni esiste, al momento. Ma il fatto stesso che l’ipotesi di un “Piracy Shield” su scala continentale sia ora sul tavolo della Commissione Affari giuridici segna un cambio di passo nel confronto politico: dopo anni in cui Bruxelles ha lasciato ai singoli Stati la sperimentazione di soluzioni autonome, l’Unione europea inizia a interrogarsi sull’opportunità di adottare regole condivise.

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