L’Italia continua a non incidere sul fronte dell’innovazione: le cause di questa arretratezza, mentre nel mondo si concentrano dei poli che mettono in comunicazione università, aziende e investitori per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia (da portare sul mercato).
Leggendo tra le righe del Rapporto annuale 2026 dell’Istat si evince che l’Italia è un Paese che resta ancora fermo al palo sul fronte dell’innovazione, nonostante il capitale del PNRR da oltre 190 miliardi a disposizione e una stabilità politica che non ha paragoni attualmente nell’Europa che conta.
L’Italia che non innova: il problema del PNRR
Eppure, guardando a com’è stato speso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si evince una maggiore propensione negli investimenti “fisici”, dai macchinari alle infrastrutture, passando per riqualificazioni e costruzioni, rispetto agli investimenti per migliorare competenze e processi. Insomma, per innovare i settori produttivi, spingere alla modernizzazione delle imprese (ad esempio tramite l’intelligenza artificiale) e potenziare il bagaglio di conoscenze e tecnico delle risorse umane, e rendere quindi la forza lavoro sempre più qualificata.
L’innovazione non suscita gli entusiasmi della comunicazione politica e non riscalda gli animi degli elettori. È più facile fare presa sugli italiani magnificando enogastronomia, manifatturiero e turismo, concetti più immediati laddove contro le start-up negli scorsi anni era stata portata avanti persino una battaglia ideologica (d’altronde, siamo il Paese che considera i pensionati principali motori dell’economia nazionale). L’artigiano del paesello, con tutto il rispetto, stravince contro la ricerca tecnologica. Mentre continuiamo a stazionare nelle retrovie delle classifiche dell’Unione Europea riguardo il numero di laureati e di specializzati nei settori produttivi.
Italia 31esima al mondo nella capacità di creare ecosistemi innovativi
Di recente il Teha Global Innosystem Index 2026, che stila appunto un report sui Paesi e la loro capacità di produrre e promuovere l’innovazione, su 49 Nazioni poste in esame ci ha posizionato al 31esimo posto (al primo Singapore, seguito da Israele e Regno Unito).
Nel dettaglio, paghiamo il fatto che gli investimenti pubblici e anche quelli privati in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi al mondo, e di pari passo degli aspetti critici a livello strutturale per quanto riguarda l’istruzione. Ad esempio, siamo 30esimi per quanto riguarda il sostegno economico all’innovazione, 37esimi per volume di investimenti pubblici nel settore della formazione rispetto al PIL, 35esimi al mondo per numero dei laureati (e 21esimi se restringiamo a quelli nelle materie STEM) nonché 30esimi per la capacità di attrarre studenti da tutto il mondo nei nostri atenei.
Miglioriamo le nostre performance, e di molto, nella trasformazione dell’innovazione in risultati economici concreti (siamo sesti, nonché quinti per quanto riguarda la mole di pubblicazioni scientifiche: ma solo il 3% di esse assume peso a livello mondiale), e nella potenza di calcolo dei supercomputer nel nostro territorio (settimi).
L’Italia sta “disperdendo il proprio potenziale”
Ci mancano però dei poli tecnologici ad hoc nei settori più avanzati. Oltre alla necessità di estendere l’alfabetizzazione digitale a tutta la popolazione (anche per un uso più consapevole dei social, e non si tratta di un problema solo dei giovanissimi ma anche degli anziani) e di abbattere la burocrazia dannosa che frena la ricerca, lo sviluppo e gli investimenti, l’Italia deve saper valorizzare in altro modo l’elevato numero di PMI nel settore manifatturiero, oltre 330.000 (cosa che ci posiziona al primo posto in Europa per numero di queste realtà produttive).
Ad oggi solo le grandi imprese investono di più in innovazione, come è logico aspettarsi, ma esse rappresentano giusto l’1,3% delle aziende distrettuali. E nell’ecosistema dell’innovazione tiene sempre duro il divario tra nord e sud. Secondo il Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group, Valerio De Molli, “l’Italia dispone di asset reali e riconosciuti: una base scientifica eccellente, infrastrutture di ricerca di rilievo internazionale, competenze industriali radicate in territori a forte vocazione produttiva”, come riporta il Sole 24 Ore. Ma manca un collegamento solido tra “conoscenza, tecnologia e mercato”, “disperdendo un potenziale che altre economie stanno invece capitalizzando”.
I poli dell’innovazione nel mondo: cosa sono e chi domina
Nel resto del mondo invece si creano dei corridoi basati sull’innovazione che mettono in sinergia poli di ricerca e sviluppo, e che plasmano il mondo di oggi e di domani con tecnologie che cambiano il nostro quotidiano e non solo.
Sono centri che mettono in comunicazione ricercatori, ma anche aziende, start-up e investitori, anche di città di diversi Stati. Tutti con un unico fine: innovare (e anche guadagnarci, com’è logico che sia). E in questo caso a dominare a livello mondiale, stando al Global Innovation Index 2025 pubblicato dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (OMPI) è la Cina. Essa infatti è leader a livello globale in termini di poli per ecosistemi innovativi, con 24 dei 100 principali cluster sul pianeta.
A svettare il corridoio Shenzhen-Hong Kong-Guangzhou, che guadagna rilievo mondiale in base alla sua produzione scientifica, al deposito di brevetti a livello internazionale e agli investimenti in capitale di rischio. Segue nella classifica del Global Innovation Index 2025 il Giappone con l’asse Tokyo-Yokohama, e sul podio troviamo poi gli Stati Uniti con San Jose-San Francisco. Gli USA sono dietro alla Cina anche per numero dei cluster al mondo, 22.
Si tratta di realtà che creano dei circoli virtuosi tra università, e quindi ricerca scientifica, e mercato, con aziende e soggetti pronti ad investire su brevetti e tecnologie. Spesso con il supporto dei governi, come avviene in Cina (a Pechino hanno capito da tempi non sospetti l’importanza di creare ecosistemi innovativi per competere nell’economia globale). Mentre gli Stati Uniti sono al momento la realtà più importante a livello di intelligenza artificiale e di investimenti in questo settore. A livello mondiale l’innovazione si concentra principalmente nei primi 10 poli al mondo, che da soli sono responsabili di circa il 40% dei brevetti depositati nel pianeta.
L’Italia, per la cronaca, compare al 56esimo posto con Milano. Più giù Roma, all’82esimo: sono le uniche due realtà del nostro Paese nella classifica dei 100 cluster dell’innovazione aggiornata al 2025.
